Simone Weil: la fabbrica disumanizzante

 

La fabbrica ha da sempre suscitato grande interesse per intellettuali e studiosi di differente estrazione politica e sociale. Essi, da sempre, hanno versato fiumi di inchiostro scrivendo trattati ed elaborando ipotesi sulla vita e sul futuro del sistema industriale. Pochi di loro, però, hanno deciso di sacrificare la propria comodità per vivere realmente le dinamiche psico-sociali che si sviluppano all’interno di una fabbrica. Simone Weil, insegnante e filosofa francese della prima metà del ‘900, può essere annoverata tra questi pochi studiosi.

 

Picasso, "Donna che stira"
Picasso, "Donna che stira"

 

Nel maggio del 1934 Simone Weil inizia a scrivere per la rivista del comunista eterodosso Boris Souvarine l’articolo – che poi si trasformerà in saggio – Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale, che l’autrice chiama “il suo testamento”. “Testamento”, poiché Weil è decisa a mettere in pratica il rischioso progetto che da anni aveva in mente: lavorare in fabbrica come operaia. Il 20 giugno chiede quindi un anno di aspettativa dall’insegnamento, motivando la richiesta con “studi personali”, studi che in realtà voleva svolgere in fabbrica, in prima persona. A dispetto della sua salute cagionevole, della sua debolezza fisica, della sua inadeguatezza ai lavori manuali e delle sue continue e fortissime emicranie, Simone Weil decide di entrare in fabbrica, anche se questo avrebbe potuto portarla alla morte.

 

Nell’autunno del 1934, Weil, con l’aiuto dell’amico Souvarine, conosce Auguste Detoeuf, amministratore della società di prodotti elettromeccanici Alsthom. Detoeuf è un uomo colto, mentalmente aperto e generoso, ricercatore di nuove vie per l’organizzazione dell’industria. Souvarine, dopo avergli spiegato il “progetto di studio” della Weil, riesce a convincere Detoeuf ad assumerla in uno dei suoi stabilimenti a Parigi. Il 4 dicembre 1934 inizia il lavoro di Simone Weil come operaia. Nel suo Diario di fabbrica, Weil prende minuziosamente nota di tutte le mansioni svolte, di tutti gli ordinativi di cui si doveva occupare, dei calcoli giornalieri per capire quanto avesse guadagnato in quel determinato giorno, dei problemi alle macchine o della sua incapacità nel terminare in tempo i pezzi richiesti, dei duri rimproveri dei capireparto, dei litigi tra operai, della sofferenza fisiche e psicologiche, della fatica e delle ingiustizie continue

 

Simone Weil
Simone Weil

 

Weil tra gli ordinativi e i lavori da svolgere, si rende conto che la tanto mitizzata fraternità operaia è, in realtà, sostanzialmente inesistente. Weil all’Alsthom troverà un po’ di serenità solo nel reparto in cui si doveva badare a un grande forno. Qui il lavoro, seppur penosissimo e molto rischioso, è allietato dalla presenza di operai disponibili e molto solidali l’uno con l’altro. I ritmi proseguono e la fatica, aggravata dai suoi terribili mal di testa, diventa insopportabile, tanto da renderle faticoso persino il dover mangiare. Mercoledì 19 dicembre lavora piangendo senza interruzione a causa della fortissima emicrania. Il giorno seguente Simone Pétrement (amica e futura biografa di Weil) le fa visita all’uscita della fabbrica; Weil – nota per il suo autocontrollo – le corre incontro, abbracciandola. Dopo aver passato il pomeriggio insieme, Weil confessa all’amica che se non fosse resistita in fabbrica, si sarebbe suicidata. Per le feste natalizie, possibile momento di riposo, ha febbre e mal di testa continui. Ritornata al lavoro, durante la settima settimana all’interno dell’Alsthom, Weil è talmente sofferente e affranta da annotare nel suo Diario:

 

« Lo sfinimento finisce col farmi dimenticare le vere ragioni della mia permanenza in fabbrica, rende quasi invincibile la più forte fra le tentazioni che comporta questo genere di vita: quella di non pensar più, unico mezzo per non soffrirne. Solo il sabato pomeriggio e la domenica mi tornano dei ricordi, dei lembi di idee, e mi ricordo che sono anche un essere pensante. […] diventerei un animale da soma, docile e rassegnato. […] Si è come cavalli che si feriscono se tirano sul morso – e ci si piega. Si perde persino coscienza di questa situazione, la si subisce e basta. Ogni risveglio del pensiero, allora, è doloroso. »

 

Martedì 15 gennaio 1935 le viene diagnosticata un’otite e, per curarsi, si trasferisce dai genitori, restando più di un mese lontana dalla fabbrica. Durante questa pausa dal lavoro, si reca con i genitori a Montana, in Svizzera, per riposare. Il 25 febbraio rientra in fabbrica, paradossalmente, quasi più sfinita di prima. Le emicranie continuano e spesso, per il forte dolore, non è capace di mangiare. Dopo essere stata ripresa, le capita di tremare per la paura di poter sbagliare i pezzi dei vari ordinativi. Mercoledì 6 marzo appunta sul suo Diario: «sono sfinita. Alla sera, mi sento veramente schiacciata dalla fatica; il senso di cominciare nuovamente a scivolare nella condizione di bestia da soma»

 

Il 5 aprile è l’ultimo giorno in cui Weil lavora all’Alsthom. Non si conosce il motivo del suo licenziamento, forse un incidente con una macchina in cui l’operaia si ferisce alle mani. Giovedì 11 aprile è assunta alla J.-J. Carnaud et Forges de Basse – Indre a Boulougne-Billancourt. La fabbrica è descritta come una galera, nonostante le fosse stata presentata da Souvarine come “una fabbrichetta”. Qui vede per la prima volta una catena di montaggio e, seppur non lavorandoci, ciò le provoca una grande angoscia. Durante il tratto di strada percorso per tornare a casa, Weil, oppressa dal dolore e dalla fatica, scrive: «mi chiedo se riuscirei, qualora fossi condannata a questa vita, ad attraversare tutti i giorni la Senna senza buttarmi, una volta o l’altra». In una giornata, a causa della sua lentezza a produrre i pezzi necessari, viene spostata dalla pressa a una nuova macchina in cui bisogna “infilare certe sottili strisce metalliche”, prestando attenzione al non inserirne più di una alla volta. Weil si sbaglia, bloccando la macchina, e viene quindi riportata alla pressa. I pezzi prodotti non sono però sufficienti e viene quindi mandata nel reparto “verniciatura”. Il giorno 7 maggio viene licenziata senza spiegazioni.

 

Picasso, "Donna che piange"
Picasso, "Donna che piange"

 

Durante la ricerca di un nuovo lavoro, la Weil visita diverse fabbriche. In questa occasione ha il modo di annotare come i responsabili delle assunzioni trattassero i disoccupati da assumere in fabbrica come se fossero bestie da soma («Quella là, la più robusta […]»). Un giorno invita a casa la sua amica Simone Pétrement, chiedendole se può truccarla perché aveva sentito dire che alla Renault «l’impiegato incaricato delle assunzioni era sensibile all’aspetto delle operaie e preferiva assumere quelle graziose. […] Questa volta l’impiegato l’assunse senza difficoltà».

 

Mercoledì 5 giugno inizia il suo lavoro alla Renault come addetta alla fresatrice. La situazione è simile a quella nelle precedenti fabbriche, il lavoro è estenuante, le pretese troppo alte e i mal di testa aggravano la già difficile e precaria situazione. Al ritorno da una visita dal dentista, Weil prova una sensazione di completa desolazione, e annota sul Diario:

 

« Salendo sull’autobus, bizzarra reazione. Come, io, la schiava, posso dunque salire su questo autobus, farne uso per i miei dodici soldi come qualsiasi altra persona? Che favore straordinario! Se mi facessero scendere in malo modo dicendo che certi mezzi di locomozione così comodi non sono fatti per me, credo mi parrebbe cosa normalissima. La schiavitù mi ha fatto perdere completamente il senso di avere dei diritti. Mi paiono un dono i momenti nei quali non devo sopportare la brutalità degli uomini. […] I miei compagni non hanno pienamente capito che sono schiavi. […] tutto è ingiustizia. »

 

Un momento di gioia giunge nel momento in cui scopre che la paga verrà consegnata un giorno in anticipo a quanto credeva, poiché così non sarà costretta a saltare il pasto e, anzi, si potrà permettere di comprare un po’ di frutta e un pacchetto di sigarette. Giovedì 8 agosto è l’ultimo giorno di lavoro in fabbrica per Weil, nel Journal scrive un breve bilancio della sua esperienza come operaia. L’intera vita della filosofa francese sarà segnata profondamente da questa esperienza. Il punto capitale della condizione operaia è, per Weil, non tanto la sofferenza, quanto l’umiliazione. Questa situazione di continua umiliazione non genera come reazione il desiderio di rivolta e di ribellione, ma quello di totale sottomissione, poiché ci si rende conto di appartenere “alla classe di quelli che non contano”.

 

6 novembre 2020