Il problema del libero arbitrio: prospettive biologiche

 

La categoria di liberto arbitrio è veramente adatta a descrivere le nostre possibilità per come sono determinate dai limiti biologici, psicologici e sociali? Passando per le scoperte della fisiologia e della psicologia, forse la scienza e la filosofia di Spinoza possono darci una risposta.

 

 

« Essi sono consapevoli delle proprie azioni e dei propri appetiti, ma ignari delle cause dalle quali sono determinati a desiderare » (Baruch Spinoza, Etica, prefazione alla parte IV)

 

La tradizionale visione del libero arbitrio, per cui l’essere umano è sempre libero di scegliere che comportamento adottare, fa parte del nostro spontaneo modo di intendere la realtà, su cui per altro (a nostro parer giustamente) si fonda il principio di responsabilità giuridica. Tuttavia, ad uno sguardo più ravvicinato, le cose sono più complesse.

 

In un limpido libretto del 1973, l’ancora attuale Otto peccati capitali della nostra civiltà, l’etologo premio Nobel Konrad Lorenz illustra una serie di concause di natura biologica per spiegare l’origine di alcuni comportamenti umani. Ad esempio l’aggressività non sarebbe per l’etologo una vera e propria scelta, ma una condizione di fondo, quasi inevitabile, del modo di vivere nevrotico dell’uomo contemporaneo:

 

« L’accalcarsi di molti individui in uno spazio ristretto non solo provoca indirettamente, attraverso il progressivo dissolversi e insabbiarsi dei rapporti fra gli uomini, vere e proprie manifestazioni di disumanità, ma scatena anche direttamente il comportamento aggressivo » (Konrad Lorenz, Gli otto peccati capitali della nostra civiltà )

 

Interessante inoltre è come l’etologo austriaco abbia visto molto avanti nel tempo nei riguardi della libertà di scelta del consumatore. La pluralità di alternative di cui apparentemente si può scegliere nell’acquisto dei beni, ai nostri giorni, sembrerebbe quella che in economia è detta concorrenza perfetta, in cui l’individuo orienta realmente le proprie scelte verso certi beni piuttosto che altri. Ma Lorenz afferma (nel 1973!):

 

« Nella misura in cui l’artigianato viene distrutto dalla concorrenza dell’industria e il piccolo imprenditore, compreso il contadino, viene messo in condizione di non poter sopravvivere, noi tutti ci troviamo semplicemente costretti ad adattare il nostro modo di vivere alle esigenze della grande industria; a mangiare i cibi e ad indossare gli abiti che vengono giudicati adatti per noi e, peggio ancora, il condizionamento che abbiamo subito fa si che non ce ne rendiamo neanche conto » (Ibidem. pg 124)

 

Eccellente rappresentazione di quella che un altro genio del secolo scorso, Giorgio Gaber, ha definito “dittatura del mercato”.

 

Sempre riguardo all’aggressività. Agli occhi di una persona equilibrata la violenza è sempre esecrabile, giustamente. Chi compie atti violenti deve essere condannato, è un cattivo: un individuo violento sceglie di essere tale. Ma lo sceglie davvero? Possono rispondere la psicologia infantile e, in modo più stringente per i nostri discorsi, la neurofisiologia.

 

Gli studi di Zeanah e Zeanah (1989) hanno chiaramente dimostrato come i bambini maltrattati interiorizzino le esperienze di relazione negativa per poi riproporle, da adulti, nelle successive relazioni: divenendo così, in qualche caso, genitori maltrattanti laddove un tempo erano bambini maltrattati. Il non avere avuto altri pattern significativi se non quelle specifiche, distorte, modalità di relazione affettiva conduce molti individui a reiterare i medesimi atteggiamenti deviati, in una perversa catena.

 

Val la pena di citare inoltre lo studio, datato 1981, di Gaensbauer e Mrazek, sui bambini maltrattati. All’interno di un gruppo di bambini che avevano subito abusi di un qualche tipo, gli studiosi evidenziarono quattro categorie. Un gruppo (40%) di bambini ritardati sul piano evolutivo ed affettivo, con profondi deficit nella sfera cognitiva, emotiva e motoria. Un 20% caratterizzato da depressione e tristezza. Un terzo gruppo, che presentava caratteristiche di labilità ed ambivalenza (25%) ed infine un 15% che si distingueva per la forte rabbia e l’estrema intolleranza alla frustrazione.

 

Tutto ciò dovrebbe far riflettere su quanto alcuni atteggiamenti, sul piano psicologico, siano appresi (o addirittura indotti) da un ambiente su cui non abbiamo nessun potere, negli anni cruciali dell’infanzia. Essi sono destinati a perdurare nella dimensione adulta. Quanto scegliamo di essere aggressivi, se ciò è in grande misura determinato da quel periodo della vita in cui recepiamo tutto senza poter influire su nulla?

 

E. Munch, "La fanciulla malata"
E. Munch, "La fanciulla malata"

 

Ma, molto interessante, il maltrattamento non ha delle conseguenze unicamente sul piano psicologico: esso incide in misura determinante sulla neurofisiologia dell’individuo: comporta infatti una diminuzione di serotonina nel cervello (Lewis, 1992), di conseguenza un’alterazione significativa nella produzione di dopamina e testosterone. L’aumento dell’aggressività viene così sancita anche sul piano sul piano prettamente fisiologico.

 

Serotonina e dopamina sono infatti fra i neurotrasmettitori più importanti del nostro cervello: la loro secrezione e il loro corretto funzionamento sono alla base del benessere dell’individuo (Blum, Bavermann e altri, 2000; Mancia 2004).

 

Avviandosi alla conclusione, si considera ora il lavoro di quest’ultimo fisiologo, Mauro Mancia. Prima però alcune nozione basi sul cervello umano: in particolare si considerano l’Ippocampo e sull’Amigdala. Si tratta di due regioni del cervello, entrambe coinvolte nei processi di memoria ma con una differenza cruciale.

L’ippocampo, struttura celebrale bilaterale temporoparietale, è presente fin dalla nascita ma si attiva a partire dai due anni. Tale struttura è adibita alla rievocazione: è sede della memoria che è detta esplicita; quella che cioè è verbalizzabile, dichiarativa.

 

L’amigdala è invece una struttura monolaterale attiva fin dalla fase prenatale. Essa è il luogo fisico della memoria implicita, la memoria senza ricordo: in essa si forma il printing (la capacità di identificare un oggetto a seguito della prima esposizione ad esso). Ma la memoria implicita è, soprattutto, memoria emotiva ed affettiva: essa serba il ricordo implicito (non dichiarabile, non richiamabile alla memoria) di quelle esperienze e di quelle emozioni che avvengono nel periodo pre-natale e nei primi due anni di vita. Le esperienze affettive, positive e negative, vengono memorizzate da questa struttura.

 

Queste due strutture hanno dunque entrambe una connessione con la memoria. Il funzionamento dell’ippocampo pertiene alla memoria dichiarativa, verbalizzabile. È memoria di ricordo. Che si intende invece per memoria senza ricordo? Sembrerebbe quasi una contraddizione. Come è possibile una memoria senza ricordo? È possibile, e, anzi, Mancia ne ha comprovato l’esistenza: la struttura dell’amigdala è attivata fin dalla fase pre-natale. Ciò che avviene da quella fase fino ai due anni non è dunque ricordabile verbalmente, ma la nostra mente ne serba una traccia spiccatamente emotiva. L’amigdala è dunque il substrato celebrale della memoria emotiva: che non possiamo ricordare e verbalizzare, ma di cui la nostra emotività serba ricordo. Ed essendo memoria emotiva, essa va a riattivarsi nell’esperienza emotiva anche dell’adulto.

 

Queste scoperte fisiologiche indussero Mauro Mancia ad ipotizzare l’esistenza di un inconscio non rimosso. Ma che ruolo avrebbe questo inconscio? E che pertinenze ha con l’agire umano?

 

Nella memoria implicita sarebbero contenute le esperienze più arcaiche, anche traumatiche, nel rapporto madre-bambino. Esse andrebbero a costituire una sorta di “marchio”, di struttura portante, dell’individuo: determinando (o quantomeno fortemente condizionando) la sua esistenza affettiva, cognitiva e emotiva. Un marchio che inizia a formarsi fin dalla fase pre-natale, in particolare in rapporto alla voce materna (il primo stimolo con cui il bambino entra in contatto con il mondo esterno).

 

La fisiologia, unita alla psicologia, ci obbliga a rivedere il concetto di libertà. In ultima analisi, il nostro rapporto con il mondo inizia in un momento della nostra vita in cui nulla è in nostro potere. Purtroppo, o per fortuna, le esperienze che avvengono nella fase pre-natale fino ai due anni di vita sono destinate a lasciare in noi un’impronta indelebile. Nel momento in cui abbiamo maggior bisogno di cure fisiche, abbiamo nel contempo anche un maggior bisogno di stimoli sani e positivi. Le esperienze traumatiche, accidentali o dovute all’anaffettività ed alla disattenzione dei genitori (della madre soprattutto), sono destinate ad influire in misura determinante sull’adulto futuro: sono il primo, fondamentale, stampo della sua personalità.

 

Ciò che siamo e, soprattutto, come agiamo sembra essere una diretta conseguenza di come l’ambiente ha agito su di noi. O, per meglio dire, di come le nostre predisposizioni innate si sono trovate a svilupparsi nell’interazione con l’ambiente.[i] E, si badi bene, ci si è limitati solamente ai primi elementi (forse, i più importanti) in cui questo condizionamento si realizza. Ma si potrebbe trattare ancora di altri argomenti (uno fra tutti, la teoria del doppio legame di Bateson e della scuola di Palo Alto).

 

Dunque, che conclusioni trarne? Non c’è più spazio per la libertà umana? Essa è unicamente una pia, spontanea, illusione? Nel suo tratto esistenziale ed essenziale, ogni individuo è unicamente il prodotto di un meccanicismo?

 

Forse ci può venire in soccorso la filosofia. In particolare, senz’altro quella spinoziana con cui non a caso è stato aperto il saggio: nella sua teoria delle conversioni delle passioni in azioni si può forse individuare una via di scampo. Ma, anche in questo caso, il cane si morde la coda: sono scelte quelle forze (intelligenza, moralità, empatia e auto-consapevolezza) che permettono questo cammino di redenzione? In virtù di che cosa il prigioniero platonico si libera dalle catene della caverna? Proprio come in un dialogo platonico, si conclude il saggio con quest’aporia.

 


 

[i] Tanto l’innatismo di Lombroso (che diceva che “criminali si nasce”) quanto l’assoluto condizionamento ambientale di Skinner (“datemi un bambino sano e farò di lui quel che vorrete”) sono teorie superate. Oggi sappiamo che la personalità di un individuo è data dall’interazione delle sue predisposizioni temperamentali innate con l’ambiente di sviluppo.

 

23 aprile 2021