La libertà è uno stato d’animo

 

L’uomo, sul piano psicologico, percepisce sé stesso come libero. È realmente tale o la libertà è frutto di un’illusione? La questione, dibattuta soprattutto dalla filosofia, dalla psicologia e dalle neuroscienze, è controversa.

 

René Magritte, "Il bacio" (1957)
René Magritte, "Il bacio" (1957)

 

Partiamo da un quesito fondamentale: cos’è la libertà? Secondo la definizione fornita dal dizionario Treccani, la libertà è «la facoltà di pensare, di operare, di scegliere a proprio talento, in modo autonomo; cioè, in termini filosofici, quella facoltà che è il presupposto trascendentale della possibilità e della libertà del volere, che a sua volta è fondamento di autonomia, responsabilità e imputabilità dell’agire umano nel campo religioso, morale, giuridico». La libertà richiede consapevolezza, coscienza, volontà: significa non essere determinati nel proprio agire, ma poter fare delle scelte in base alle proprie intenzioni e i propri scopi. Per Hegel, la libertà costituisce il compimento dell’anima, che in tale stato di libertà prende il nome di Spirito. 

 

La filosofia di orientamento materialista nega questa libertà; ad esempio, per Sam Harris ‒ neuroscienziato e filosofo ‒ il libero arbitrio è un’illusione. I pensieri emergono da cause di fondo di cui non siamo a conoscenza e su cui non esercitiamo un controllo cosciente: non siamo liberi come crediamo. Similmente, per Jerry Coyne i nostri pensieri e le nostre azioni sono “l’output di un computer fatto di carne” (il cervello), che deve obbedire alle leggi della fisica. Pertanto, anche le nostre scelte obbedirebbero a delle leggi e sarebbero dunque totalmente necessitate. Per Coyne, anche se la scienza ha distrutto il concetto di libero arbitrio, esso viene da noi conservato perché l’uomo ha bisogno di credersi libero: se così non fosse, l’uomo verrebbe colpito dal nichilismo. Materialismo, determinismo e fatalismo sembrano decisamente concludere che non esiste alcun libero arbitrio. 

 

 

Al contrario, l’Umanesimo si fonda proprio sull’idea di uomo libero, concependo la libertà come essenza stessa dell’uomo. Basta pensare alla nota e accesa disputa tra Lutero ed Erasmo da Rotterdam, che trova il suo culmine nella pubblicazione di due opere: il De Servo Arbitrio di Lutero e la risposta che Erasmo fornisce ad esso, ossia il De Libero Arbitrio. Quest’ultima delinea l’uomo come attivo costruttore e collaboratore dell’opera divina, donando all’uomo una dignità senza precedenti. 

 

Anche Christian List, nel libro Il libero arbitrio, una realtà contestata, si pone come difensore della libertà umana. Egli osserva che, per poter affermare il libero arbitrio, occorre porsi ad un livello più alto rispetto a quello della fisica: il livello della psicologia. Per List, benché potrebbe essere vero che ad un livello fisico x non esiste, ciò non vuol dire che non esista affatto: l’errore è pensare che l’uomo sia unidimensionale, poiché esistono altri livelli al di là di quello fisico – non per questo meno reali. E in effetti, non si può affatto dire che è reale solo ciò che tocco: anche idee, rappresentazioni e intenzionalità sono qualcosa di reale; il concetto di realtà è multiforme. 

 

Esistono vari livelli, ossia diversi registri che usiamo per descrivere il mondo; sono le varie modalità con cui comprendiamo la realtà nel suo essere pluriforme. La pluralità delle scienze riflette la necessità di una molteplicità di metodi per affrontare il reale: il metodo è una lente attraverso cui vediamo solo una parte di ciò che esiste, ma per avere uno sguardo d’insieme abbiamo bisogno anche di altre lenti. La fisica ci dà una comprensione profonda della struttura della materia e delle leggi che regolano i rapporti tra particelle, atomi, elettroni; ma questa comprensione fisica del mondo non ci restituisce per intero la realtà. L’organismo vivente è certamente composto da atomi e molecole, ma sono solo ingredienti di una forma che li trascende. Sono i mattoni di una casa, la cui idea richiede un architetto. La forma vivente è più delle sue componenti fisiche: come sosteneva già Aristotele, la totalità è più della somma delle parti. Abbiamo quindi almeno tre livelli: uno fisico (proprio di tutti gli enti), uno biologico (che riguarda solo i viventi) ed uno psicologico (che riguarda gli esseri fisici, viventi e pensanti). Il libero arbitrio è ascrivibile a quest’ultimo ambito: ammettere la libertà della scelta umana significa affermare che l’uomo è realmente artefice del proprio destino. Egli è, dunque, responsabile delle proprie azioni e delle conseguenze che ne derivano. Certamente nasciamo con delle predisposizioni e subiamo inevitabilmente l’influenza del contesto in cui cresciamo. Tuttavia, neanche l’ambiente, la famiglia, la società, spiegano tutto: siamo uno “scandalo della libertà”. 

 

Ladan e Laleh Bijani
Ladan e Laleh Bijani

È emblematica, a tal proposito, la storia di Ladan e Laleh Bijani. Si tratta di due gemelle siamesi iraniane, nate nel 1974. In un’intervista, le gemelle affermano: «siamo due persone completamente separate che sono bloccate l’una all’altra»; «abbiamo diverse visioni del mondo, abbiamo diversi stili di vita, pensiamo in modo molto diverso ai problemi». Come si evince dalle loro parole, le due ragazze – pur essendo fisicamente fuse – sono due Io totalmente diversi tra loro. 

 

La libertà ha due facce, entrambe fondamentali: una esteriore e una interiore. La prima ha una connotazione sostanzialmente civile e consiste nella libertà di autodeterminarsi e di potersi esprimere – senza tuttavia collidere con la libertà dell’altro. La seconda ha a che fare con il percepirsi liberi, con il sentire che le proprie scelte dipendono esclusivamente dalla propria volontà. Si può anche essere liberi da agenti e condizionamenti esterni, ma se la nostra interiorità è in catene non ci sarà mai una vera libertà. 

 

Edward Hopper, "Scompartimento C, carrozza 193" (1938)
Edward Hopper, "Scompartimento C, carrozza 193" (1938)

 

Se è vero che la conoscenza rende liberi, è ancor più vero che la chiave per la libertà interiore la si trova scavando dentro sé stessi. Il vero sé, infatti, viene spesso soffocato e talvolta siamo noi stessi ad auto-sabotarci. Capita spesso di sentirsi prigionieri di idee ed impressioni che gli altri ci hanno comunicato e che noi abbiamo interiorizzato, senza interrogarci sulla loro veridicità o senza renderci conto di quanto siano sbagliate ‒ perché tale convinzione è ormai radicata in noi. Così, ad esempio, un allievo, bollato come incapace dal proprio insegnante, potrebbe far sua l’idea di non essere in grado di diventare chi vorrebbe essere. Questo potrebbe potenzialmente deviare i nostri progetti e le nostre aspirazioni, poiché chi si percepisce poco competente e non ha fiducia nei propri mezzi, sceglie spesso di non investire affatto in essi. È necessario liberarsi dei limiti che ci vengono cuciti addosso dagli altri, andando incontro al nostro vero Sé. 

 

È ciò che esprime anche Seneca, che nel famoso passo delle Lettere a Lucilio afferma: «Mi chiedi qual è stato il mio progresso? Ho cominciato a essere amico di me stesso». Se da un lato è vero che conosciamo noi stessi (anche) attraverso l’altro, è importante sapersi guardare in maniera trasparente e giungere a quella che Carl Gustav Jung definiva “individuazione”: un labirinto da percorrere verso una comprensione di sé che sia più chiara e piena possibile. Si può dire, in ultima istanza, che la libertà sia l'esito di un processo soprattutto interno, che passa attraverso la consapevolezza di ciò che si è realmente e di cosa si può diventare, delle proprie potenzialità e dei propri obiettivi. L’uomo si costruisce o si ritrova in gabbie di varia natura, dalle ideologie al cosiddetto “Falso sé”, dalle etichette ai dogmi; si tratta tuttavia di idola baconiani, di credenze erronee, sovrastrutture da cui spogliarsi. Di tali gabbie, egli solo può forgiare una chiave: abbiamo il dovere e la responsabilità di trascendere queste maschere e spezzare queste catene, per poter essere autenticamente liberi di realizzare ciò che siamo in potenza ‒ per usare un linguaggio aristotelico. Dopotutto, per Aristotele, la felicità consiste proprio nel realizzare la propria natura; così come Baruch Spinoza, nell'Etica, afferma che «l'essere di un essere è di perseverare nel suo essere». Fare questo implica il coraggio di mettersi costantemente in gioco, facendo emergere la propria unicità ed il proprio valore, senza lasciarsi annichilire da un “non puoi” autoimposto o proveniente dall’esterno. 

 

8 maggio 2021