Gli imperativi culturali al tempo della "daily dose of culture"

Ogni momento storico ha i suoi parametri per definire e riconoscere chi è "colto". I nostri si stanno evolvendo in una direzione ben precisa.

 

 

di Pasquale Noschese

 

C. G. Lemmonier, "Il salotto di madame Geoffrin" (1755)
C. G. Lemmonier, "Il salotto di madame Geoffrin" (1755)

Il generico discorso a proposito dell’impoverimento culturale degli italiani o delle “nuove generazioni” è una componente indispensabile del corredo di ogni buon polemista. È un discorso particolarmente semplice da proporre, buono per qualsiasi uditorio, perché ogni uditore si sentirà inevitabilmente escluso dall’oggetto della polemica. Il più delle volte, la corrente di conclusioni convenzionali andrà ad incanalarsi in una vaga critica del sistema scolastico, intuitivo responsabile di ultima istanza dello stato dell’arte ogniqualvolta si parli di cultura. Che si tratti di una semplificazione è chiaro a chiunque sia fuori dalla sbornia da conferenza; quanto e perché questa semplificazione sia approssimativa è una questione interessante, chiave per suggestioni potenzialmente utili. Il principio fondamentale è che, di fianco alla pedagogia en forme custodita e promossa dalle istituzioni scolastiche, che comunque sono percepite sempre più, anche nella dimensione universitaria, come necessarie seccature che non come punti di riferimento, esiste un intero cosmo extrapedagogico, vero primo ambito di consumo culturale. Nulla di nuovo: il concetto di industria culturale fa parte, in differente misura e maniera, anche del nostro immaginario collettivo. Un’industria che svolge un ruolo economico, certo, ma anche e innanzitutto un ruolo sociale, in quanto ambito cardinale della produzione e distribuzione del valore culturale. Un’industria che ha visto una trasformazione rilevante con l’avvento dei social network, specialmente per la comparsa del cosiddetto “influencer marketing”, che include una miriade di attori secondari esclusi in tutto o in parte dai proventi del consumo culturale. Come si vedrà più avanti, questi attori sono cruciali in quanto rappresentano i nodi presso i quali si svolge gran parte della produzione sociale delle identità culturali individuali.

 

Com’è naturale che sia, tanto il contesto pedagogico e scolastico quanto il contesto extrapedagogico hanno una funzionalità che eccede le proprie pretese esplicite, una funzionalità attribuita dall’utenza più che dalla produzione. Perché acculturarsi? La mistificazione esercitata dalla cultura occidentale, strettamente legata all’esperienza della cultura come “feticcio supremo”, così come descritta dai francofortesi, e informata dei criteri dell’estetica illuminista e kantiana del godimento estetico fine a sé stesso, induce a non interrogarsi oltre sulle motivazioni che producono la domanda di formazione. Essa è legittimata in sé non solo nel lato soggettivo del percorso individuale, ma anche nel lato oggettivo dell’offerta, che la ritualità dell’approccio alla conoscenza rende più omogenea, nella sua percezione e nella sua legittimità, di quanto non sarebbe lecito credere. In un utile esempio che dà il polso del fenomeno, il classico torna in vita in quanto classico (Marcuse, L’uomo a una dimensione) e ancora in quanto classico è catalogato, in quanto classico produce la propria domanda, in quanto classico legittima e significa il proprio consumo. Allo stesso modo, ma con automatismi più laschi, per il resto dell’offerta culturale. Per questo motivo, che, è bene sottolinearlo, risiede nei nostri processi di attribuzione di significato piuttosto che nella struttura intrinseca dell’oggetto, la critica mainstream (quasi collettiva) dei fenomeni “Culturali” finisce con l’essere quasi completamente sterile, spesa pressoché interamente su questioni ingenuamente “quantitative”, senza mai indagare le forme qualitative della fruizione culturale.                                                                                                  Rinsavendo da questa allucinazione pseudo-kantiana, è evidente che il rapporto degli individui con la cultura vada concepito innanzitutto come rapporto di consumo consapevole, volto a costruire un’identità sociale che testimoni la partecipazione ad un gruppo contraddistinto da una ben precisa subcultura. Un processo di imitazione e distinzione, attingendo dalla concettualità di Bourdieu, in cui il gusto viene introiettato dall’esterno più che prorompere dall’interno. Un sociologo troverebbe queste osservazioni ridondanti e potrebbe ben mantenerle implicite in un testo destinato a sociologi o appassionati di sociologia, ma è giusto renderle esplicite, seppure en passant, in questa sede. Come detto, non è infatti tanto la cecità quanto l’ingenuità ad offuscare la comprensione del tema. Il capitale culturale non ha valore in sé, ha valore perché è valorizzato, ed in particolare è valorizzato da una cultura piccolo borghese che storicamente l’ha interpretato innanzitutto come strumento di ascesa sociale. È il discorso di Gilbert Doinel a suo figlio Antoine ne I quattrocento colpi di Truffaut: la scienza o l’algebra sono inutili ma è necessario studiare il francese, per “scrivere delle lettere”: il sunto dell’aspirazione nella carriera nelle fila della crescente burocrazia pubblica o privata. Lentamente, nella società si è prodotto un bisogno formativo differente, giungendo a tradire la matrice utilitarista che l’ha originariamente integrato come caratteristica culturale della piccola borghesia. Tendenzialmente più indipendente rispetto alle ferree necessità della carriera, la formazione culturale ha trovato lo scoglio motivazionale al quale aggrapparsi nella necessità di divenire socialmente se stessi, di approssimare l’Io ideale all’Io sociale per tramite della partecipazione attiva alla condivisione e al consumo di oggetti culturali, di “significati condivisi incorporati in una forma” (per usare il lessico di Wenndy Griswold) che rappresentano la partecipazione ad una collettività. Il bisogno formativo è meno legato alla sua funzionalizzazione economica, non per questo meno legato alla sua funzionalità di riconoscimento sociale

 

Pierre Bourdieu
Pierre Bourdieu

Ne La Teoria della Halbbildung, Adorno prova ad esaminare gli effetti pressoché inevitabilmente prodotti dal deputare all’industria culturale la somministrazione di massa di una “formazione”, che significativamente il filosofo francofortese chiama “mezza-formazione” (Halbbildung, appunto). La cifra fondamentale della promozione della cultura diviene quella di “informazione culturale”, con l’ideale di un’identità culturale coerente che viene destrutturato in una catasta di informazioni autoconclusive, slegate e sostituibili. Quanto più interessante (e grave, volendo cedere il fianco ad un approccio valutativo) è che viene a prodursi un carattere sociale « semplicemente pronto ad organizzare in modo confortevole l’esperienza spirituale, rinunciando a toil and trouble, e a digerire ciò che vi è pigiato dentro ». È solo uno degli abbaglianti estratti che compongono un’opera dalla scottante attualità, che però non esaurisce, colpevoli le dimensioni ridotte, la panoramica del fenomeno. In primis perché le informazioni culturali prodotte e diffuse in questo contesto non sono sostituibili. Un fattore essenziale dell’intera de-centralizzazione della formazione, e quindi dello sviluppo della Halbbildung, riguarda la produzione sociale di un canone di gusto, rispetto al quale gli i singoli si funzionalizzano. Anche a questo punto è utile fare riferimento al lavoro di Pierre Bourdieu, in particolare al concetto meravigliosamente riassunto nella formula: « Nulla classifica qualcuno più del modo in cui questi classifica » (P. Bourdieu, Social Space and Simbolic Power, lezione tenuta alla University of California nel 1986). Se è vero che l’habitus è un sistema di pratiche sociali, è altrettanto vero che è anche un sistema di percezione e di apprezzamento. È l’embodiement, per usare un anglismo, di un canone ben determinato e ben riconosciuto, rispetto al quale la conoscenza dei componenti è altrettanto importante che la conoscenza del giudizio a cui sono associati. Nel sistema della Halbbildung, ogni oggetto culturale è sempre presentato insieme con la propria ricezione, anch’essa adattata all’obiettivo di realizzare la propria identità sociale. È ovvio che il reale presenti in una molteplicità sterminata di risorse culturali, una ricchezza che quasi sconfina nel caos e che rimanda ad un numero enorme di possibili combinazioni potenziali per un individuo che voglia dotarsi di una identità culturale, che voglia accumulare il proprio capitale culturale. Non a caso Weber aveva parlato di Vielseitgkeit, versatilità, del reale. Ciononostante, nel pratico troviamo riprodursi e riproporsi sempre le medesime strutture, composte da oggetti culturali con annessi i propri valori, come fossero etichette. Il darsi di queste strutture è strettamente connesso alla motivazione che agisce gli individui; in essa sono impliciti gran parte dei futuri sviluppi e solo tramite essi è possibile comprendere l’impatto che l’evolvere generale della società avrà sull’identità culturale di massa.                                                                Individuare lo sfondo motivazionale nell’aspirazione al riconoscimento sociale consegna all’osservatore un nocciolo teorico ben preciso, una bussola implicita che l’individuo possiede come fosse incorporata. Se obiettivo della massa di consumatori è eleggere punti d’incontro, produrre un canone, e dopodiché massimizzare la propria efficienza nell’aderire a questo canone e farlo in maniera vistosa, allora il fuoco dell’identità culturale non è l’opera o la corrente o l’autore, quanto piuttosto la bibliografia.

 

La forma della bibliografia intesa in senso astratto come paradigma di massimo efficientamento della condotta di un individuo che voglia “sapere di cosa si parla”; Adorno ha parlato di « svendita di intere scienze […] che le riduce a grossolani stimolanti e fa credere al lettore di essere al corrente ». La bibliografia come esibizione della conoscenza del canone e come cassetta degli attrezzi tramite la quale costruire la propria interazione sociale per mezzo dell’utilizzo dei vari elementi del canone, ridotti a meeting points ove gli attori sociali si incontrano, per così dire, “a metà strada”, in un luogo ad entrambi noto e familiare. Questo approccio bibliografico alla conoscenza può essere considerato come atemporale, eterno, in quanto conseguenza di una certa razionalità rispetto ad uno scopo; solo successivamente è possibile osservare in che modo il “bibliografismo” si rapporti alle condizioni tecniche e sociali dell’interazione. Quandanche il bibliografismo imperasse, ai tempi di Adorno o di Bourdieu, per l’individuo restava comunque necessario partecipare ad un certo tipo di vita culturale. Una vita culturale fatta di cinema, di convegni, di dischi, di libri (e biblioteche), di concerti, di giornali. Seppure immaginassimo il soggetto conscio delle proprie intenzioni chirurgiche, attento ad estrarre esattamente ciò che serve alla propria realizzazione sociale seguendo principi di razionalizzazione economica del proprio agire, comunque questi sarebbe tenuto a rapportarsi con una certa “fatica del concetto” di gramsciana memoria. Per eterogenesi dei fini, in un’esistenza culturale “classica”, il soggetto aveva comunque maggiori probabilità di acquisire nozioni “secondarie”, laterali, non strettamente incluse nel progetto iniziale. È in questa prospettiva che l’analisi delle innovazioni tecniche acquisisce senso e rilevanza. A partire, ovviamente, da Internet e dai social. Lentamente i social hanno prodotto la possibilità concreta di una differente relazione tra individuo e mondo della cultura. Una relazione che aumenta esponenzialmente il proprio margine di utilità per l’individuo, che torna a decurtare, sensibilmente, quell’insieme di “toil and trouble” di cui parlava Adorno e che il bisogno formativo portava con sé. Nasce la possibilità concreta di una vita culturale all’impronta del SuperVarietà, fatta di spezzoni, estratti, singoli, aforismi, fruizioni individuali, titoli di giornale. Il consumatore è estremamente “più forte” che in passato, nel senso che dispone di un vasto armamentario di opzioni di personalizzazione dell’esperienza di consumo. Ciò va a legarsi al preesistente approccio bibliografico alla cultura che il consumatore già aveva introiettato prima dell’avvento dei social. I social non producono alcuna decadenza intellettuale, forniscono soltanto gli strumenti per portare a piena attuazione le aspirazioni già presenti nel repertorio motivazionale collettivo. Nascono le “daily dose of art” o le “daily dose of cinema”, formati culturali diffusi dai nuovi centri di produzione e propagazione del canone, gli influencer culturali, ed entusiasticamente accolti dal feticistico grido “Più arte sui social”. Nascono le letterature in pillole, i “cinque minuti di”, le sfide a nominare i propri autori preferiti sul proprio profilo Facebook. Non è una bizzarria e neppure è prodotto spontaneo della forma-social, come si sarebbe portati a credere adottando un approccio tanto diffuso quanto sterile rispetto alle novità della tecnologia e in particolare del virtuale. È il potenziamento, sempre nella direzione di una massimizzazione dell’efficienza, di una postura precedente.

 

T. W. Adorno
T. W. Adorno

Gli effetti sono molteplici; prendiamone due in esame. In primis, come è anche con i titoli di giornale, la halbgebildet, il bisogno formativo del singolo, viene appagato molto più facilmente. Non c’è più bisogno di recarsi nei “luoghi della cultura”: l’individuo può sentire di aver adempiuto ai propri obblighi formativi anche solo “scrollando” la propria bacheca di Instagram per qualche minuto al giorno. È il segreto di Pulcinella dei tempi moderni che chi legga un buon numero di titoli di giornale poi si accontenti senza disturbarsi a leggere il contenuto degli articoli, o generalmente ad “approfondire”, come si suole dire. La medesima dinamica investe le alte sfere della cultura, prometeicamente consegnate agli uomini in una forma immediatamente accessibile, depurata, snocciolata, immediatamente utilizzabile nella propria vetrina-social e al fine di funzionalizzare il proprio gusto agli ultimi aggiornamenti. In secundis, muta il rapporto con il canone. Esso, già interpretato come una lista di meeting points per mezzo dei quali gli individui potessero condividere, e così concretizzare, la propria partecipazione ad un’identità collettiva, diviene incredibilmente più lampante, più immediato. Si tratta di una vera e propria decrescita numerica, di uno sfoltimento del canone resosi necessario in un momento in cui il feedback del consumo è così immediato e i tempi della produzione così rapidi, e dunque la produzione si piega come non mai alle motivazioni del consumo. La cosiddetta Generazione Z (di cui chi scrive, a scanso di equivoci, è componente) pone sul proprio altare del cinema Tarantino e Wes Anderson, oltre che alcune serie nate nell’home video; sul proprio altare della letteratura Murakami e Yoshimoto, oltre che alcuni autori italiani come Alda Merini ma conservando un sacro orrore per ciò che ha preceduto il Novecento; sul proprio altare della musica alcune canzoni di alcuni cantautori italiani, per cui è facilissimo sentire cantare “Bocca di Rosa” intorno al fuoco ma è difficilissimo sentire “Sinan Capudan Pascià”, per fare un esempio, ed in ogni caso anche la prima è lentamente sostituita dal più accessibile indie contemporaneo; sul proprio altare dell’arte pittorica Klimt e Van Gogh, al massimo Frida Khalo. In quest’ultimo ambito l’esempio più interessante: “L’angelo caduto” di Cabanel. Quest’opera ha un valore simbolico immenso, brillantemente intercettato da chiunque abbia concepito la cover di “Flop”, l’ultimo album di Salmo. Più che chiedersi perché quest’opera abbia adesso questo successo, è interessante domandarsi cosa significa questo successo per l’opera stessa. Essa è un punto d’incontro, un distintivo. Trae il proprio successo dal proprio successo. Come un bene Veblen, un bene per il quale i consumatori sono disposti a spendere denaro proprio perché è un bene costoso, per cui simboleggia uno status. Una sorta di bene culturale Veblen: un bene che, al di là di ogni considerazione a proposito del “valore reale”, aumenta il proprio valore sociale in base alla riconoscibilità. Una tautologia sociale. Qui risiede l’efficientamento, la massimizzazione. Le interazioni “culturali” già di per sé producono dei distintivi, ma se mediate dai social garantiscono a quel distintivo un’universalità, e dunque un’utilità, nuova, ampia, semplicemente più potente. Non c’è alcun bisogno di affaccendarsi a scovare il giusto distintivo, un distintivo efficiente. Qualsiasi cosa significhi, essere “colti” non è mai stato così semplice.

 

24 Novembre