Crisi e cultura della crisi

 

Dopo oltre un anno di crisi, la domanda su "cosa cambierà alla fine" acquista tutto un altro significato. Per provare a dare una risposta non serve guardare al "fatto" della crisi, ma ai presupposti culturali che usiamo per rapportarci ad essa.

 

di Pasquale Noschese

 

C.D. Friedrich, "Monaco in riva al mare", 1808-10
C.D. Friedrich, "Monaco in riva al mare", 1808-10

 

Le potenze del capitalismo politico è un testo interessante per tanti motivi. È un libro che parla un po’di tutto, che fornisce brevi ma precise disamine utili ad inquadrare un enorme numero di questioni. Particolarmente utile è lo spaccato che recita « In fondo, che cos’è l’Europa del XXI secolo? È il luogo in cui non succede nulla di realmente nuovo, non accade mai “qualcosa”. “Mi conoscete, sapete come lavoro, e buonanotte”: Angela Merkel ha espresso con perfetta sintesi questo sentimento nel dibattito per le elezioni politiche tedesche del 2013. Dal 2008 almeno, l’Europa vive ella continua attesa di qualcosa di decisivo: ogni elezione, prima nazionale, poi regionale, poi comunale, e un giorno probabilmente rionale, viene enfatizzata nell’attesa messianica. I politici di ogni schieramento affermano che “cambierà tutto”. Le banche d’affari e i grandi fondi internazionali si interessano veramente ai passaggi tra i gruppi in Andalusia o all’equilibrio istituzionale dell’Abbruzzo, identificando questi cicli elettorali con il passaggio di Napoleone a Jena ». È un’analisi brutale, forse, ma lo è a ragion veduta. Eppure questo emergenzialismo in assenza di emergenza, che appare giustamente come una piaga culturale del Vecchio Continente, ha i propri presupposti proprio nella comodità della condizione storica di cui esso gode. L’Europa non solo ha un ruolo di rilievo nell’assetto geoeconomico globale, ruolo conquistato anche grazie alla forza, ma si trova letteralmente al riparo dalla Storia grazie al proprio posto nella Nato. Non a caso la rivista di geopolitica “Limes” ha affibbiato al nostro continente l’epiteto di “Impero europeo dell’America”. Basta guardare alla cartina: in Europa sono presenti ben quattro basi in cui sono stanziati permanentemente oltre quattrocento militari americani, per non parlare del pattugliamento marittimo del Baltico e del Mediterraneo. Solo nel nostro paese sono presenti ben otto basi a stelle e strisce. Esistono dunque precisi motivi storici per cui in Europa “ci si può permettere” di vivere in un contesto culturale come quello descritto da Aresu: l’Europa è salva dalle emergenze e i partiti che la popolano possono serenamente scannarsi su questioni di lana caprina.

Ciò non è scisso dall’immobilismo che contraddistingue il continente e che in verità è denunciato da chiunque, anche se in modi diversi e con obiettivi diversi. Nella sua bolla di pace e di relativo benessere, che facilmente vengono confusi per condizioni permanente, quasi garantiti in saecula saeculorum da un volere divino a tutti coloro che vivono da Lampedusa fino al golfo di Botnia, l’Europa può permettersi di non cambiare, di non mettersi in discussione. Fisica e storia qui si somigliano: in assenza di forze esterne, un corpo prosegue nel proprio moto indefinitamente, anche se sta andando a schiantarsi contro un muro.

 

In questo contesto culturale, cosa rappresenta per noi la pandemia? Partiamo dal presupposto che “cosa significherà la pandemia una volta che l’avremo superata” è una delle domande che più di tutte ha affollato il dibattito dall’inizio dell’emergenza sanitaria, forse anche di più di quella relativa al come superare la crisi. Così come in Cina vi è stata una produzione corale di poesie, che hanno conquistato web e media cinesi, da noi abbiamo assistito ad un profluvio di speranze, supposizioni, pronostici su cosa sarebbe cambiato, su cosa ci attende. Galeotto fu, anche da noi, il web, radiografia costante del sentimento di una nazione. Ovviamente il web garantiva già in precedenza un punto di raccolta delle opinioni, ma questa centralità tematica è probabilmente un unicum. A percorrere, come uno spettro, molte riflessioni, era l’idea del “punto di non ritorno”. Un’idea ampia, imprecisa, che abbiamo visto declinata nei modi più disparati: in senso ecologista, visto che l’origine del virus dipende innanzitutto da un malsano rapporto tra uomo e ambiente; in senso geopolitico, visto che la Cina ha acquisito un ruolo mai visto prima nelle nostre vite e visto che, ai più suggestionabili, è sembrato di assistere ad un lento crollo degli Stati Uniti, schiacciati dalle proprie contraddizioni; in senso sociale-relazionale, visto che abbiamo esplorato modi completamente diversi di vivere le relazioni personali. In questi e altri casi, le riflessioni sono state guidate da un implicito presupposto: l’essenza insopprimibilmente eversiva della pandemia. Non solo la pandemia sarebbe un evento troppo grande per essere ignorato, ma per lo stesso motivo disporrebbe di una dose intrinseca di esplosività sociale.

 

G. De Chirico, "Il vaticinatore", 1914-15
G. De Chirico, "Il vaticinatore", 1914-15

 

La pandemia è dipinta come intrinsecamente eversiva perché irresistibile, come se si trattasse di un corpo che ne urta un altro. Così, quasi per sviluppo darwiniano o come una prova divina, ciò che non era già di per sé adatto a sopravvivere è condannato all’oblio. Ciò che doveva cambiare, cambierà: la pandemia è un infallibile catalizzatore. Un’emergenza benefica: sembra di sentire parlare don Abbondio, quando, nel ventottesimo capitolo dei Promessi Sposi, commenta: «È stata un gran flagello questa peste, ma è stata anche una scopa; ha spazzato via certi soggetti che, figlioli miei, non ce ne liberavamo più». C’è però una differenza tra la situazione attuale e quella descritta da Don Abbondio: il cambiamento adesso non è interpretato né interpretabile (per fortuna) come una semplice operazione di “igiene del mondo”, bensì come quello che l’umanità, messa dinanzi al suo supremo signore, dovrà impegnarsi a realizzare attivamente. Qui sta la modernità, eppure qui sta l’intoppo, perché non è l’oggetto, ma la sua interpretazione ad agire sugli uomini. Non esiste un evento, per quanto catastrofico, che sia esente dal lavoro ermeneutico che l’uomo applica ad ogni oggetto dell’esperienza. L’uomo riempie e svuota di significato gli eventi a proprio piacimento. Il vaticinio è un esempio iperbolico ma paradigmatico. Il passaggio di una cometa, un tuono a ciel sereno, una malattia degli uomini o degli animali era effettivamente in grado di influenzare in maniera diretta l’attività umana, seguendo determinati canoni, fossero essi racchiusi in Libri haruspicini o lasciati alla parola dei sacerdoti. Senza giungere all’utile estremo della predizione del futuro per mezzo di un fenomeno naturale, è facile individuare casi in cui, guardando agli eventi della Storia, sono state formulate ipotesi sul futuro, speranze la cui realizzazione è stata delegata ad una presupposta forza intrinseca dell’oggetto. Si tratta, in fondo, di un dogmatismo realista, che crede nell’immediata sovrapponibilità dell’oggetto e della sua interpretazione, de facto negando quest’ultima. Intendendo l’interpretazione come la rappresentazione soggettiva dell’oggetto, ci viene in soccorso il Fichte dell’Introduzione alla Dottrina della Scienza, quando descrive il dogmatico come colui che intende le rappresentazioni come «prodotti di una cosa in sé che ne è il presupposto », mentre l’idealista, ha « il vantaggio di poter indicare nella coscienza quel che secondo lui è il principio dell'esperienza, e cioè l'intelligenza liberamente agente» (G. Fichte, Prima introduzione alla dottrina della scienza). L’approccio dogmatico è dunque quello che misconosce la rappresentazione come prodotto della soggettività, immaginandolo piuttosto come ipostasi dell’oggetto. La forma fatalismo, sia esso ottimistico o pessimistico che sia, è semplicemente scolio di questa postura filosofica. Il contenuto, poi, viene ricavato dall’analisi delle conseguenze oggettive, magari in qualche modo misurabili, dell’evento stesso. Ciò che manca, in tutto o in parte, è l’analisi delle forme della soggettività, e dunque la riflessione del soggetto su se stesso. Più simile ad una superficie scabra ed irregolare che ad un liscio specchio, la Soggettività, sempre storica, trasforma in altro da sé anche l’oggettività più chiara e limpida, che ad ogni modo non è il caso della crisi che abbiamo attraversato. La domanda sull’oggetto, dunque, non può peccare d’ingenuità, evitando colpevolmente quella sul soggetto, pena il tradire se stessa.

 

N. Poussin, "La peste di Azoth", 1630-31
N. Poussin, "La peste di Azoth", 1630-31

 

A ciò vale un lavoro preliminare di analisi di “cosa eravamo”, del ricettacolo culturale che la pandemia ha trovato; perciò sono preziose disamine come quella di Aresu citata in apertura (disamina che di certo non si limita, per estensione e profondità, al passo scelto). In cosa trasformeremo, o abbiamo già trasformato, questa crisi? Punizione divina? Primo inevitabile evento di una lunga serie? Inizio della fine? Prova dell’invincibilità umana? Probabilmente, la risposta più giusta è “eccezione”. Altro assoluto e imponderabile: ecco la radice dell’interpretazione del virus. Un’economia fondata su problematiche strutturali come quella del lavoro a nero o della precarietà per ampie fasce della popolazione è crollata come un castello di carte, ma come potevamo prevederlo? Il sottofinanziamento strutturale della sanità pubblica e la riduzione del numero di posti in terapia intensiva è stato complice di un numero altissimo di morti, ma come avremmo potuto provvedere in anticipo ad una simile eventualità? Il grado di informatizzazione della cosa pubblica si è dimostrato ampiamente insufficiente dinanzi alle esigenze poste in atto dal virus, ma si può davvero parlare di responsabilità? Molti problemi strutturali sono stati posti in evidenza dalla pandemia, a partire dalle questioni legate alla sua origine. Su questo non ci sono dubbi. Tuttavia, questo evento non dice nulla, non interrompe il nostro monologo. Più o meno consapevolmente, abbiamo già fornito un’interpretazione della pandemia: l’eccezione assoluta. A parlarci sarà questa rappresentazione, non l’evento che ne è presupposto oggettivo. È di certo vero, come disse Warren Buffet, che quando si ritira la marea si può vedere chi stava nuotando nudo; ciononostante la nostra Italia non sembra avere alcuna intenzione di indossare un costume da bagno, e si concede questo lusso grazie al proprio contesto culturale. Allo stesso modo l’Europa, che pare ostinarsi ad interpretare la Storia come l’eccezione e la sua assenza come la norma.

 

Non ci si può attendere, dunque, alcuno stravolgimento, alcun “New Deal”? Non ci è dato saperlo. Ciò che si può dire con un discreto margine di certezza è che difficilmente si assisterà a qualcosa di simile finché non si muoverà qualcosa dall’interno, finché l’oggetto del pensiero italiano ed europeo non torneranno ad essere l’Italia e l’Europa, finché non ci si accorgerà che in tanti casi siamo noi stessi a tagliare il ramo su cui siamo seduti.

 

11 agosto 2021