Hard e soft power nella competizione internazionale

 

Il potere si costruisce anche grazie al racconto che si fa dello stesso: è il controllo delle informazioni a determinare l’agenda e il frame dello scacchiere internazionale.

 

di Arianna Brasca

 

 

Capire le Relazioni Internazionali è un mestiere da geografi: mescolare conoscenza e commozione, poesia ed etnologia, politica e canti. Di fatto, sono molteplici le strategie di cui uno Stato può avvalersi per influenzare la politica internazionale. Accanto all’intuitivo ricorso a risorse di natura militare o economica, indeclinabile è il ruolo oggi occupato dalla comunicazione.

Se è vero che il potere si costruisce anche grazie al racconto che si fa dello stesso (Castells, Comunicazione e potere), allora il controllo del flusso mediatico delle informazioni, che legittimano le proprie azioni e costruiscono identità è un elemento irrinunciabile nella definizione del proprio ruolo e delle proprie aspirazioni nello scacchiere internazionale.

 

Da una prospettiva sulla modernità codificata dall’assolutezza della ragione illuministica, si passa, con il postmodernismo, sviluppatosi tra la metà e la fine del XX Secolo, a spostare l'accento sulle singolarità, sulle differenze, sulla coesistenza e collisione di realtà radicalmente diverse e multiformi. Il postmodernismo, anche nell’ambito delle IR (International Relations), rifiuta qualsiasi riferimento a una realtà sottostante e unificatrice, reputando fondamentale l'attenzione per ciò che registra ed evidenzia il senso di frammentazione, di caos, di singolarità, di discontinuità tra le comunità umane.

 

Allora lo Stato-nazione non è più un dato di fatto o di natura, bensì il prodotto di competizioni concettuali, dell'incessante produzione mitopoietica di simboli: le comunità umane imparano a immaginare se stesse e con questi esercizi cognitivi gli spazi bianchi sulle mappe si riempiono. Non si tratta semplicemente di spostare confini o di vincere le guerre; si avverte il bisogno di raccontarle, giustificando lo stesso potere militare.

 

Si pone, così, la questione della legittimazione del potere stesso. Questa è frutto di una visione dialogica e relazionale della politica. Possiamo indicare come narrazioni strategiche il modo in cui una nazione posiziona se stessa e i propri obiettivi quando interagisce con società straniere.

Tali narrative si costruiscono mediante l’organizzazione in termini sequenziali di segni, codici ed eventi al fine di strutturare una determinata interpretazione dei fatti, contando sullo storytelling nazionale pianificato a supporto di obiettivi politici internazionali.

 

Pur rielaborando in maniera funzionale ai propri obiettivi il passato e il presente, queste narrative sono orientate al futuro, fungono da rivendicazione identitaria riguardo il posizionamento dello stato nell’ordinamento regionale o globale. È un incessante lavoro di definizione comunicativa del proprio abitare il mondo, che interessa la competizione per il controllo delle narrative internazionali. Definire se stessi, risultare credibili, inondare lo spazio mediatico di storie avvincenti è una risorsa di soft power.

 

 

Se il potere, infatti, fosse traducibile essenzialmente in unottica di coercizione, questo sarebbe  genericamente prevedibile e misurabile. Ne resterebbe fuori, appunto, la dimensione relazionale, lidea secondo cui il comportamento degli attori può essere influenzato anche attraverso lattrazione/cooptazione. Il potere, allora, risiede anche nellabilità di influenzare il comportamento degli stati, soprattutto in un contesto di interdipendenza complessa come quello attuale. La natura delle risorse intangibili che Joseph Nye – padre del moderno concetto di soft power – sostiene siano in grado di genare un potere morbido è quella della cultura, dei valori politici, delle politiche estere, della leadership individuale. Queste valute del potere sarebbero in grado di generare attrazione.

 

Possiamo dunque associare il soft power al possesso e al dispiegamento di risorse comunicative: informazione, cultura e altri elementi simbolici concorrono allaffermazione internazionale delle politiche di uno stato. Lazione comunicativa godrebbe di uno spazio autonomo nel campo delle relazioni internazionali, venendo solitamente invocata nellambito della risoluzione pacifica dei conflitti secondo un paradigma razionalista. Il soft power si esplica, dunque, in unottica di persuasione e identificazione, lavorando sia nella definizione del contesto, sia sulla propria autorappresentazione. In tal senso, si vuole interpretare la visione del soft power come retorica: questo, ricomprende un insieme complesso di strategie di influenza, sviluppate in risposta ad esigenze percepite – per le quali ricopre un importante ruolo anche la costruzione rappresentazionale e mediatica – che non possono dirsi immuni dall'influenza storica e dall'impatto delle forme materiali di potere, che dipendono da un significato intenzionalmente attribuito da un attore.

 

Specifichiamo, ove lasciato sott’inteso sin qui, che le teorie del soft power ispirate da Joseph Nye si basano prevalentemente su due presupposti chiave: primo, che il soft power esiste principalmente per i paesi che mostrano sistemi liberali e valori universalistici; in secondo luogo, che gli Stati Uniti sono il metro di misura per misurarne l’impatto. Questi due presupposti sono, di fatto, problematici.


Con le dovute eccezioni, gli studi presenti in letteratura hanno finora sottovalutato il potenziale soft power dei regimi non liberali e l’attrazione esercitata da quelle entità statuali che rifiutano valori universalistici, laddove chiedono e professano politiche basate sul particolarismo. Guardare attraverso l’obiettivo statunitense, infatti, potrebbe oscurare forme più di nicchia di esercizio del soft power, proiettate a partire da altre aree geografiche. Inoltre, dal momento che gli Stati Uniti sono unici per la portata dell’attrazione che esercitano nel mondo, questo li rende più un'eccezione che un valido parametro di riferimento.


Il caso della Russia mette in questione entrambi i presupposti appena presentati. Il Paese distribuisce quello che si potrebbe chiamare un soft power di nicchia, rivolto a un pubblico specifico, definito in base alla cultura, alla storia e allo stato politico attuale della Federazione. Questa strategia è emersa come il risultato della consapevolezza della Russia circa la sua limitata capacità di sensibilizzazione internazionale rispetto al soft power statunitense, tanto dal punto di vista finanziario, quanto dal quello della produzione culturale.

 

La strategia conferma la possibilità che si instauri un soft power dal carattere non universale. In questa nicchia il regime di Putin ha fatto del conservatorismo la pietra miliare della sua narrativa strategica: date le premesse, è sensato in patria proprio perché incarna sia l'esperienza vissuta di molti cittadini russi che chiedono un rallentamento delle trasformazioni socioeconomiche e culturali post-sovietiche, sia la delusione delle élite russe nei confronti dell'Occidente liberale, e dà alla Russia una voce sulla scena internazionale che può essere ascoltata da entrambi, sostenitori e critici del conservatorismo.

 

Joseph Nye, il politologo che ha coniato l'espressione "soft power"
Joseph Nye, il politologo che ha coniato l'espressione "soft power"

 

Le nozioni all'interno del campo semantico del conservatorismo sono state molto più diffuse nei discorsi presidenziali: spiritualità (dukhovnost'); tradizioni nazionali (natsional'nye traditsii); radici autentiche (iskonnye korni); valori morali (moral'nye e poi nravstvennye tsennosti); codice culturale (kul'turnyi kod); bussola morale (moral'nye sterzhni); sovranità culturale (kul'turnyi suverenitet); e, soprattutto, i valori tradizionali (traditsionnye tsennosti).

 

Dalla seconda metà degli anni 2000, la politica estera della Russia è stata chiaramente descritta da Putin al vertice di Monaco nel 2007:

 

« […] La storia dell’umanità certamente ha superato periodi di unipolarismo e ha visto aspirazioni alla supremazia mondiale. Ma cosa non è capitato nella storia del mondo? Tuttavia, che cosa è un mondo unipolare? Comunque si voglia abbellire questo termine, alla fine si riferisce ad un certo tipo di situazione, ovvero a un centro di autorità, un centro di forza, un centro decisionale. È un mondo nel quale c'è un padrone, un sovrano. Ed alla fine questo non solo è pernicioso per tutti quelli compresi in questo sistema, ma anche per il sovrano stesso, perché distrugge se stesso dall’interno. E questo certamente non ha niente in comune con la democrazia. Perché, come voi sapete, la democrazia è il potere della maggioranza alla luce degli interessi e delle opinioni della minoranza. Incidentalmente, alla Russia  a noi  danno continuamente lezioni di democrazia. Ma per qualche ragione quelli che ci insegnano non vogliono imparare loro stessi. Io considero che nel mondo d’oggi il modello unipolare non solo sia inaccettabile ma che sia anche impossibile. […] Oggi noi stiamo assistendo ad un uso quasi illimitato di eccesso di forza  forza militare  nelle relazioni internazionali; forza che sta sommergendo il mondo in un abisso di conflitti permanenti. Stiamo assistendo ad un disprezzo sempre più grande per i principi fondamentali della legge internazionale. È un dato di fatto che norme legali indipendenti stiano diventando in modo crescente più legate al sistema legale di uno stato. […] Io sono convinto che siamo giunti a quel cruciale momento in cui dobbiamo pensare seriamente all'architettura della sicurezza globale. E dobbiamo procedere cercando un equilibrio ragionevole tra gli interessi di tutti i partecipanti al dialogo internazionale. » (Putin, Discorso alla Conferenza di Monaco di Baviera sulla Politica di Sicurezza, 11/2/07)

 

Il discorso di Monaco del 2007 è stato un punto di svolta nello sviluppo della visione del mondo di Putin, una pietra miliare che ha gettato le basi del suo corso internazionale i cui principi di base rimangono ancora intatti nel collegare il concetto di soft power a una nuova, più ampia, lettura della sicurezza.

 

Putin mentre pronuncia il suo Discorso di Monaco (2007)
Putin mentre pronuncia il suo Discorso di Monaco (2007)

 

Ricordando la specificità del soft power russo rispetto a quello teorizzato da Nye, individuiamo una coerenza nei messaggi adottati in questo mese di crisi per i frequenti riferimenti alle tematiche della sicurezza e dell’hard power: vi è l’esigenza di fornire un’interpretazione di Stato a un fenomeno che ha assunto tratti globali e per il quale sono richieste risoluzioni internazionali, sulle quali si può costruire un’iconicità che aiuta a ricostruire scelte di sicurezza. L’Ucraina è prima di tutto un terreno di confronto simbolico.

 

L’architettura mediatica di Mosca, in lingua madre e in inglese, calibra i contenuti in base a determinati parametri e al target di riferimento per ottenere precisi effetti cognitivi nei destinatari, con ripercussioni nel mondo reale. Sono le percezioni del Cremlino, autorità non contestabile dotata di massima credibilità per via del suo ruolo, a guidare le narrazioni interne e esterne per alterare la percezione della comunità, che filtra la comprensione degli eventi attraverso le teorie diffuse nel cyberspazio.

 

La costante ricalibrazione della narrativa tenta di trasformare in switch cognitivo ogni evento di particolare interesse e potenzialmente sfruttabile per ottenere specifici effetti tangibili.

Alterando il processo intellettuale di comprensione della realtà, si determina, infatti, una predisposizione emotiva e psicologica a un’immagine ricercata da uno specifico frame.

 

La società europea tutta è messa alla prova in questa complessa partita di definizione che si sta giocando al confine con l’Ucraina. L’andamento della crisi sui campi di battaglia è certamente determinato nello scontro di un duro potere militare, ma l'esito della più ampia crisi in tutta Europa e nel resto del mondo sarà determinato dalla più grande competizione dei rispettivi soft powers. Mai prima d’ora questa forma di potere morbido ha rappresentato una forza sociale così determinante a livello di politica globale. 

 

La guerra ha fatto il proprio ingresso sulla scena internazionale come la sfida più esplicita di un autoritarismo montante nei confronti delle democrazie liberali. Se queste si sono mobilitate in reazione a questa sfida, è proprio per la profondità di radicamento dei loro valori sociali: il soft power, infatti, non passa in secondo piano quando sopraggiungono stalli di guerra; anzi, questo diventa la logica stessa alla base del conflitto.

 

 14 aprile 2022