Un cortocircuito filosofico che alimenta la guerra

 

Sono di questi giorni le novità sul “caso Orsini”, che ha lasciato il «Messaggero», e da cui la sua università aveva preso le distanze, per aver esplicitato le responsabilità occidentali nel conflitto in corso.

Non era andata meglio all'inizio del conflitto al giornalista Marc Innaro a «Rai2», accusato di «accreditare la propaganda russa» per aver mostrato la cartina dell’Est Europa prima e dopo l’allargamento Nato e aver riportato la replica del governo russo al presidente ucraino Zelensky sull'assalto alla centrale nucleare.

Nel mezzo il fragore di battibecchi reiterati, ove echeggia, sordo, il silenzio della democrazia e l'ignoranza di categorie filosofiche fondamentali. 

 

Foto Afp
Foto Afp

 

Ci sono delle categorie, delle questioni fondamentali che stanno alla base di ogni discorso, l'ignoranza delle quali porta a degli errori che non sono legati alla situazione empirica particolare, ma a qualsiasi situazione – all'analisi stessa delle situazioni possibili.

 

Uno di questi errori è reiterato quotidianamente, impiegato come termine ultimo che ha la pretesa di giustificare una presa di posizione nel conflitto in corso.

 

Prendiamo in analisi un caso esemplare, diviso in due puntate alla trasmissione “Piazzapulita”.

 

Mario Calabresi (giornalista) non riusciva a capacitarsene, ma neanche Guido Crosetto (politico) una settimana prima, entrambi vistosamente sconcertati. Non capivano, assieme ad altri giornalisti, ad altri politici e a un nome illustre: l'intellettuale e giornalista Paolo Mieli.

 

Non capivano la tesi della filosofa Donatella Di Cesare. (Difficile valutare se abbia creduto che non ci fosse il tempo per spiegarla adeguatamente o se non fosse stato opportuno in quel contesto, nel quale si è peraltro trovata, appunto, per due volte. Magari lo farà altrove, con altri mezzi. Ce lo auguriamo).

 

Nella puntata di “Piazzapulita” del 3 marzo, Di Cesare sostiene:

 

« La pace vuol dire interrogarsi sulle ragioni dell'altro... la demonizzazione di Putin non serve a nessuno. »

 

Al che, Nunzia De Girolamo (conduttrice televisiva ed ex politica) commenta in sottofondo in un crescendo:

 

« Scusi professoressa, però io non ce la faccio... no, non ce la faccio. […] Sì, ho capito, professoressa, ma la sua famiglia [di una modella ucraina presente in studio] è in Ucraina a morire. »

 

E in collegamento Crosetto sbotta:

 

« Io sono senza parole... il discernimento mi fa capire che tutti i ragionamenti sulla neutralità, sì o no, il Donbass, sì o no, sono caduti con le ragioni nel momento che il primo carro armato, il primo soldato ha superato il confine. »

 

Di Cesare ribadisce:

 

« Restano le ragioni. »

 

E Crosetto va in escandescenza:

 

« Ma cosa faccio, ci ragiono??? Ma come fa a ragionare così? Cioè Lei pretende che stiano zitti mentre i soldati gli sparano addosso? »

 

Antonino Monteleone (giornalista) va di analogia:

 

« ma se un prepotente energumeno si mette a picchiare un ragazzino, lei che cosa fa? »

 

Nella puntata del 10 marzo di “Piazzapulita”, Di Cesare ribadisce la sua posizione:

 

« Possiamo accettare noi questa immediatezza? No. […]

Se noi accettiamo semplicemente che c'è quello che ha invaso, il colpevole, Putin, che è un pazzo, Hitler, quindi tutto dipende dal suo cervello: ci sono quelli che hanno fatto le diagnosi a distanza, eccetera. Ed è il male di tutto. E poi ci sono, appunto, gli effetti devastanti che vediamo: […] questa è una versione a senso unico. […] è una semplificazione. »

 

A posizionarsi contro questa volta è Calabresi:

 

« Io sono affascinato dalle idee di comprendere perché i fenomeni accadano e i fenomeni accadono; quindi possiamo dire: possiamo dire l'esercitazione della Nato, l'allargamento, la promessa che la Nato, il non rispetto di una serie di cose. Tutto questo è affascinante, ed è interessante da capire e da studiare e su questo secondo me è lecito e doveroso che ci sia dibattito. Però non è che ci può essere dibattito... non è che c'è una versione unica perché invece ci può essere un'altra versione che dice: “no, non è vero che Putin ha invaso un altro Paese. Putin ha invaso un Paese democratico”. »

 

Di nuovo, Di Cesare replica con la sua posizione:

 

« Ma ci possono essere delle motivazioni dall'altra parte... »

 

E quindi il momento analogia, ad opera di Calabresi:

 

« Ho capito, ma se io entro nel tuo Paese, ma se io entro a casa tua e ti spacco la testa con la mazza da baseball, avrò fatto casino nel condominio per mesi, ma non è giustificato. »

 

Di Cesare allora passa all'accusa:

 

« Questa è propaganda. »

 

Ora è Calabresi ad andare in escandescenza:

 

« Ma non è propaganda. Ma mi scusi, Lei come fa a dire che è propaganda? Ma vede che cosa succede? Ma propaganda che cosa? Dire che Putin ha invaso un altro Paese? »

 

La litania di Di Cesare prosegue:

 

« È importante interrogarsi... la gente deve capire che cosa... […] Io non posso fermarmi a quello, ma devo interrogarmi sulle cause. […] quali sono le condizioni che la Russia chiede? […] è una grande semplificazione dare tutta la responsabilità da una parte… »

 

Ed ecco che arriviamo al punto di Crosetto, ma con una migliore formalizzazione della questione.

 

« Come possiamo immaginare che le cause delle cose cambino i fatti? Possiamo dire che il fatto che ci fossero milizie di estrema destra o che ci fosse lo scontro costante nel Donbass giustifica... – è giustificata l'invasione? »

 

La replica di Di Cesare si limita a questo:

 

« Ma scherza? Ma chi l'ha mai detto? Capire le cause significa avare una prospettiva diversa e soprattutto aprire alternative. »

 

Continuiamola dunque noi.

 

Manifestazione del Liceo Tito Lucrezio Caro di Cittadella. Il video del flash mob contro le guerre su Facebook e Instagram

 

Capire le cause dei fatti cambia i fatti?

Sì. Rispondiamo, muovendoci sul filo del paradosso.

Perché che cosa sia qualcosa – un fatto, appunto – lo si capisce dagli effetti che produce, cioè: da come si comporta, da come interagisce, ecc. Se quel fatto si comporta diversamente da come previsto significa che non è quel fatto: davamo come oggettivo, come ovvio, come dato, qualcosa che non lo era.

Allo stesso modo, quel fatto è quel che è sulla base di ciò che l'ha determinato. Se per sapere che cosa sia, devo capire che cosa vi si leghi nel futuro; nondimeno per capire che cosa sia, devo capire come si leghi al passato. Quindi, per prevedere e indirizzare il futuro, devo comprendere il passato.

 

Messa così è una banalità, o almeno, possiamo dire, ci suona familiare. Ma l'invito a studiare il passato per comprendere il presente, implica proprio che ciascun fatto dipenda dalle cause che lo hanno generato (ovverosia dagli altri fatti che lo hanno generato). Un fatto è ciò che lo lega agli altri fatti, passati e futuri: ogni fatto, ogni cosa è le sue relazioni.

 

Torniamo alla domanda: capire le cause dei fatti cambia i fatti?

Capito il ragionamento precedente – per uscire dall'impressione di paradosso –, come facciamo comunque a dire che quel che è, un fatto, cambia con la comprensione delle cause? Rilevando che è un implicito nella formulazione della domanda a generare l'equivoco: che ci siano dei fatti al di fuori della comprensione che ne abbiamo. Come a dire: prima ci sono i fatti e poi la loro comprensione; oppure, come si sente dire spesso: prima i fatti, i dati oggettivi e poi, su quella base ci possono essere le interpretazioni. Chi aveva scorto questo aspetto – e l'aveva approfondito – era stato Nietzsche, che aveva detto: «proprio i fatti non ci sono, bensì solo interpretazioni» (Frammenti postumi 85-87).

 

Questa prospettiva è sbagliata, quando implichi che non ci possa essere una verità, ovvero che non si possa convenire sui fatti – come egli giungeva a sostenere. Perché, dicevamo, la comprensione, l'interpretazione di un fatto consiste dalla previsione dei fatti con i quali si legherà (e con i quali si è legato): quindi, la comprensione di un fatto consiste in altri fatti.

 

Torniamo alla domanda: capire le cause dei fatti cambia i fatti?

Che ora diventa: ciò che ha determinato un fatto determina ciò che quel fatto produrrà? Certamente. E, appunto: quel fatto è tale solo in quanto ha avuto quel passato e avrà quel futuro. La domanda posta correttamente allora è: capire le cause dei fatti cambia la comprensione dei fatti? Di nuovo: certamente.

 

Allora, tornando al conflitto, tra le ipotesi sul tavolo possiamo certo mettere quella secondo cui Putin potrebbe essere impazzito, o secondo cui potrebbe essere malato. Ma questo dovrebbe portare a una strategia specifica, non a ripetere che è ingiustificabile.

 

Allora, omettere le ragioni, cioè i fatti, che hanno prodotto quel gesto, equivale a non sapere che cosa significa quel gesto (sia esso il rompere la testa o l'invadere, ecc.), cioè quali fatti comporti: significa non sapere di che fatto si tratta; significa che il presunto fatto non risulta più essere un fatto.

Quel gesto lo farà con ogni vicino? Sempre e comunque? Come posso fermare casi analoghi? Appunto: quali sono dei casi analoghi?

 

(Sia detto di passaggio: le analogie non funzionano, dai pestaggi, alle mazze da baseball, agli stupratori – questi proposti per esempio da Gramellini e Bonino; più verosimile sarebbe se il criminale si fosse chiuso in casa con le sue vittime. E, si badi bene: nel caso di un criminale comune, magari, si saprebbe bene cosa fare e lo si sarebbe già fatto; il criminale invece qui non è comune perché dispone di una potenza critica).

 

 

Non tenere conto di quale caso si tratti significa – per l'appunto – fare propaganda: dire la parzialità di una complessità, che porterà a volere certe azioni piuttosto che altre, ma senza che si abbia consapevolezza delle scelte – delle conseguenze delle scelte.

 

Se si dice che scendere a patti possa favorire ulteriori invasioni future, se si dice che, nel futuro, un eventuale altro invasore possa attendersi una resa, un negoziato favorevole, ecc. – proprio per questo bisogna specificare di che fatto, di che caso si tratti ora. Che cosa lo differenzi da casi passati, che cosa dovrà distinguerlo da casi futuri. Insomma: approfondire il confronto, intensificare le trattative, capire le pretese in prospettiva. Progettare un futuro che, al momento, sembra lasciato a se stesso, ovvero: alle guerre, alle pandemie, al cambiamento climatico, alle disuguaglianze.

 

Potremmo essere d'accordo che reagire militarmente a un problema (per esempio della possibile entrata nella Nato da parte dell'Ucraina) sia un errore; e per questo diremmo che la scelta di Putin è ingiustificabile. Ingiustificabile significa: il suo modo di risolvere il problema non è il migliore individuabile, quello che noi avremmo scelto e, se si vuole, non è quello che egli avrebbe dovuto scegliere se dotato di maggiore assennatezza, conoscenza, ecc.

Dovremmo però aggiungere, chiedendo: tranne nel caso fosse una risposta a un problema militare, visto che molti invocano la guerra e non la resa dell'Ucraina? Ma – si potrebbe replicare – anche quella della Russia è stata la risposta militare a una guerra che perdura dal 2014 nel Donbass. Forse sì, forse no: stanno così le cose? Dipenderebbe allora dal numero di vittime? O dipende da altro? Da cosa, appunto?

 

Insomma, ci vorrebbe un diverso livello di comprensione, che è quello invocato da Di Cesare, o da Orsini, o da Cardini, Canfora, Rovelli, Cacciari, Barbero, ecc. Al contrario, invece, il tentavo di innalzare il livello di comprensione viene tacciato di giustificazionismo con un argomento risolutivo che non è un argomento, ma un errore: la tesi secondo cui la comprensione di un fatto non cambi il fatto. Così, il tentativo di comprendere – comprendere quale sia il fatto specifico e cosa lo distingua da altri fatti che possano sembrare simili, anche rispetto a scenari futuri – nemmeno lontanamente viene cercato nel dibattito pubblico ordinario.

 

Nemmeno nel Ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, in cui la consapevolezza dovrebbe essere massima, si scorge traccia di un diverso approccio al conflitto. Martedì 1° marzo ha fatto tre dichiarazioni cruciali e giovedì 3 marzo – due giorni dopo – se ne è uscito con tre dichiarazioni contrarie.

 

Intervistato a il 1° marzo a “di Martedì”:

 

1) L'Italia rischia di entrare in guerra?

«Guardi, noi dobbiamo fermare la guerra che c'è in Ucraina in questo momento e per farlo dobbiamo fermare Putin. Qualcuno si illude che Putin venga al tavolo dei negoziati con gentilezza […].»

2) Ministro, mi dispiace, ma non posso che notare che non ha risposto “no, l'Italia non rischia di entrare in guerra”.

«No, io credo che se noi, in questo momento, interveniamo in maniera compatta come Unione Europea e facciamo quello che ci è richiesto di fare, cioè: l'Unione Europea compatta, che è la più grande potenza mondiale di pace, l'Italia non sarà in guerra.»

3) Cosa le fa pensare che ora [Putin] mollerà? E, anzi, c'è un proverbio popolare in Italia: quando picchi il cane lasciati la porta della stalla aperta dietro, perché devi dargli l'occasione di scappare. Qual è l'occasione che viene data a Putin?

«Guardi, io sono animalista e penso che tra Putin e qualsiasi animale ci sia un abisso e sicuramente quello atroce è lui […].»

 

Intervistato il 3 marzo a “Piazzapulita”:

 

1) Che cosa siamo disposti a fare per evitare che Kiev e l'Ucraina non si trasformino in Aleppo e in una nuova Siria?

«Beh, quello che possiamo fare però nell'ambito di un approccio pacifico. […] Stiamo lavorando, sempre nell'ambito dell'Unione Europea e dei nostri alleati Nato, per raggiungere l'obiettivo di portare Putin, seriamente, al tavolo.»

2) Al di là delle frasi convenzionali, Lei si sentirebbe di dire che l'Unione Europa e l'Italia che ne fa parte sono in guerra contro Putin.

«No, questo non possiamo assolutamente dirlo, noi non siamo in guerra. […] Qui dobbiamo essere molto chiari.»

3) Ridefinirebbe Putin peggio di un animale, più feroce di un animale?

«Guardi, sono il primo a dirlo: toni troppo alti... e un rappresentante delle istituzioni non si dovrebbe mai rivolgere in questo modo a un altro rappresentante delle istituzioni.»

 

 

E così, invece di approfondire l'analisi, si equipara l'analisi alla giustificazione, quindi la si liquida e si sostiene che il dibatto non può esserci. Davanti alla guerra – al fatto della guerra, al fatto dell'invasione – non può esserci dibattito.

 

Ecco Gramellini sul «Corriere della Sera»:

 

« Di che cosa dovremmo dibattere, di grazia, se un fatto oggettivo – A ha invaso B – viene rovesciato come nella favola del lupo e dell’agnello, e chi si permette di farlo notare è accusato di essere imperialista o ingenuo perché «la verità non è mai quella che appare»? »

 

E ancora:

 

 

A proposito di propaganda, vi vedano le parole di Polito, sempre sul «Corriere della Sera»:

 

« Nostalgici dell’Urss e partito della «resa umanitaria»: in Italia la nuova alleanza dei putiniani »

 

« Sta emergendo un movimento a favore del tiranno. L’obiettivo è portare l’Italia nel campo di Mosca, sostenendo che "arrendersi è un dovere morale" »

 

Ecco il filosofo Floridi su Facebook:

 

« Devo a Canfora e Di Cesare l’avermi permesso di individuare una serie di persone con le quali preferisco non interloquire. Sono quelle che: ciascuno ha diritto alla sua opinione; se critichi una posizione allora fai censura; se critichi una persona per quello che dice allora è un argomento ad hominem; l’ucraina un po’ se l’è cercata; e allora la NATO?; la resistenza è una cosa diversa; etc. Grazie. Faccio un po’ di pulizia su FB appena posso. »

 

L'elenco è lungo, ma finiamo questa serie con chi è stato tra i primi, Riotta su «la Repubblica», che in un articolo intitolato Guerra in Ucraina. Destra, sinistra e no Green pass: identikit dei putiniani d’Italia scrive per esempio:

 

« in Italia, basta accendere la televisione, sfogliare un quotidiano, leggere un blog o studiare gli atti di un think tank, per imbattersi in colti, forbiti, suadenti Putinversteher nostrani, capaci di capire Putin e diffonderne le ragioni. Caratteristica peculiare del Putinversteher è, naturalmente, reagire con offesa veemenza se gli date del "putinista", spiegando piccato che si tratta di non prender partito, di Realpolitik, interessi nazionali, mettendo invece sullo stesso piano aggressori e vittime, regimi e democrazia, falso e vero.

[…] Anche il filosofo Massimo Cacciari, di recente guru no greenpass, in un'intervista al Piccolo del 2014, si disse certo che sull'annessione della Crimea l'UE fosse incauta, perché Il Cremlino si fermerà. »

 

Anche personaggi popolari su Facebook, come Lorenzo Tosa e Andrea Scanzi, ci ricordano che dinamiche analoghe avevano caratterizzato il dibattito sul Green pass, e non mancano di esultare per la censura a Francesca Donato:

 

« Volete una bella notizia in mezzo a tanto buio?
All'ennesimo post delirante sull’Ucraina (e non solo), l’europarlamentare ex Lega Francesca Donato è stata cancellata finalmente – e speriamo definitivamente – da Facebook.
Oscurata non perché avesse una posizione controcorrente, come qualcuno vorrebbe far credere, ma perché diffondeva bufale reiterate e fake news filo-Putin.
Non è “censura”, è fare pulizia in rete, è rendere i social un posto più civile e dignitoso.
È tutto bellissimo. Ed è anche tardi, ma meglio tardi che mai. »

 

Si era comunque già riusciti a fare e a dire pure di peggio, per esempio censurando l'intervento di Paolo Nori su Dostoevskij all'università Bicocca. Si è proseguito poi con altre nefandezze, per esempio quando Meta ha consentito l'incitamento all'odio e all'assassinio degli invasori russi. Forse qualche lettura russa potrebbe aiutare a non commettere simili giganteschi errori. Iniziando magari da qui.

 

« Fintanto che ciascun uomo non sarà diventato veramente fratello del suo prossimo, la fratellanza non avrà inizio. Nessuna scienza e nessun interesse comune potrà indurre gli uomini a dividere equamente proprietà e diritti. Qualunque cosa sarà sempre troppo poco per ognuno e tutti si lamenteranno, si invidieranno e si ammazzeranno l’un l’altro. » (Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov)

 

« Si vorrebbe pretendere che tale causa risieda negli stessi soldati, russi o giapponesi, che hanno fatto tutto il possibile per ammazzare e mutilare il maggior numero di uomini, e che tuttavia non avevano mai avuto ragione di provare rancore reciproco non essendosi mai incontrati. Di fatto, non solo essi non coltivavano alcun odio gli uni nei confronti degli altri, ma addirittura qualche mese addietro i russi non erano a conoscenza dell’esistenza dei giapponesi e viceversa. D’altro canto, quando essi s’incontravano negli intervalli dei combattimenti s’intrattenevano amichevolmente. » (Lev Tolstoj, Guerra e rivoluzione)

 

Benediciamo di vivere nella nostra democrazia, ma perché ci dà la possibilità di migliorare la sua miseria. E prodighiamoci a migliorare la sua miseria, perché è il solo modo per non farla peggiorare, per non lasciarla sprofondare. Comprendendola, perché solo comprendendola potremo spiegarle perché sia ingiustificabile.

 

 18 marzo 2022