Il sole brilla al di là dell'uragano

 

Gli attuali tempi bui non sono facili da affrontare senza cadere nella rassegnazione. Non bisogna tuttavia cedere all'idea che il futuro non esista o, peggio ancora, che il nostro agire non abbia alcun senso.

 

P. Picasso, "Guernica" (1937)
P. Picasso, "Guernica" (1937)

 

Fin dagli inizi della Seconda Repubblica, in Italia molti si sono lamentati dell’instabilità strutturale dei governi presenti, al punto che concludere i 5 anni di legislatura con lo stesso governo non è mai stata la normalità, ma un’utopia. Il governo più longevo, in questo contesto tragicomico, è stato il governo Berlusconi II:  3 anni, 10 mesi e 12 giorni. 1412 giorni, dall’11 giugno 2001 al 23 aprile 2005. A batterlo in longevità, in tutta la storia d’Italia, c’è stato solo, ahimè, Benito Mussolini, col suo governo rimasto in carica dal 31 ottobre 1922 al 25 luglio 1943: 7.572 giorni. Insomma, la progettazione politica di lunga durata non è un carattere tipico del panorama italiano. Non si tratta però solo di una discontinuità nell’azione politica – della incapacità, nell’alternarsi dei governi, di progettare un’azione che si uniformi e progredisca rispetto al passato, senza fare continui avanti e indietro, “fai-cancella-rifai” –, ma anche di una distanza dell’azione politica rispetto al volere dei cittadini che cercano, tramite le elezioni e le altre espressioni democratiche, di esprimere la loro volontà politica.

 

Una distanza che, specie negli ultimi dieci anni, è aumentata sempre più, con governi tecnici e decisioni impopolari necessarie – o così, almeno, sono state fatte passare – per le emergenze che si sono avvicendate una dietro l’altra. Decisioni impopolari non solo perché non volute dalla maggioranza del popolo, ma – e le due cose non sono sconnesse –, perché non raggiunte con un processo democratico: un processo che articoli e incanali le volontà delle persone tramite un percorso di discussione che sviluppi dal basso le decisioni. Anziché questo, si sono visti capi del governo, ministri e commissioni calate dall’alto risolvere, secondo metodi tutt’altro che popolari, le crisi che l’incapacità dei propri politici non permetteva di affrontare.

 

Prima c’era la crisi economica e la necessità di far passare riforme – sulle pensioni, sulla maggiore flessibilità nel lavoro, ecc. – che risolvessero la crisi non tanto per chi veramente la crisi la subiva – i lavoratori dipendenti, che hanno visto diminuire i salari, i diritti e aumentare il costo degli acquisti –, ma per chi non era certo alla canna del gas (specie quelle grandi aziende che, dalle riforme, ottenevano i vantaggi maggiori). Si è iniziato poi a percepire la crisi climatica e sono state messe sul tavolo non soluzioni strutturali e reali, ma proposte che, di nuovo, buttavano il peso dell'azione sugli indifesi singoli, mentre i grandi centri industriali dell’inquinamento rimanevano in buona parte impuniti. È arrivata la crisi pandemica e si è visto un via vai di decisioni, di nuovo, calate dall’alto e giustificate dall’urgenza della situazione. Un’urgenza che si è protratta, ahimè, per ben due anni, attuando scelte tutt’altro che pacifiche o fondate – come l’uso del Green Pass quale misura sanitaria, o la decisione di misure che sospendessero il lavoro a chi non si vaccinava, cioè la principale fonte di sostentamento economico per vivere. Scelte che, anziché essere discusse e affrontate con criterio, venivano poste come dogmi per il benessere dei cittadini, tacciando chiunque le criticasse di essere un no-vax (in modo indistinto, senza valutare chi fosse fuori dal mondo da chi avesse qualche critica assennata sulle misure proposte). E si è così detto che i no-vax (leggasi ogni posizione critica) nei media non dovevano esserci, salvo poi arrivare al Tar del Lazio che evidenzia come togliere lo stipendio a una persona non sia poi così pacifica come scelta.

 

 

E quando finisce un’emergenza, né comincia un’altra: la guerra in Ucraina. Una guerra che ha un retroterra di lunga data, che nasce da conflitti irrisolti e andati avanti per decine di anni. Dalla Nato che ha voluto proseguire l’ampliamento della propria presenza sempre più verso la Russia, nonostante le continue richieste di quest’ultima di non farlo (e le continue rassicurazioni, fin dagli anni ’90, da parte dei presidenti americani che la Nato non si sarebbe espansa a Est). Dal Donbass che dal 2014 vive un periodo critico, dopo che le autoproclamate Repubbliche Popolari di Doneck e di Lugansk si sono opposte al cambio di governo seguito alla rivoluzione ucraina – o colpo di stato a seconda dell’interpretazioni dell’accaduto – che ha portato a capo dello Stato un governo filooccidentale. Otto anni di conflitti e di bombardamenti, che sono sfociati alla fine nell’attuale conflitto di guerra, che non riguarda più solo l’Ucraina, ma coinvolge geopoliticamente più di un continente, se non il mondo intero per le conseguenze che da questo conflitto deriveranno.

 

E ci si trova così di fronte a un nuovo Stato di emergenza, che costringe a muoversi tempestivamente per inviare aiuti e armamenti all’Ucraina, e a una situazione dove pare eretico cercare di ragionare sul perché si sia arrivati a questo conflitto, evidenziando gli errori dell’una e dell’altra parte. Non si può neppure – dopo aver fermamente condannato la Russia per l’invasione – affermare che

 

«  l'Italia rimanga fuori da ogni operazione bellica nel pieno rispetto dell'art. 11 della Costituzione, che l'Unione Europea, la Russia, gli Stati Uniti d'America e la Nato ripensino criticamente ad una politica che negli ultimi 15 anni ha determinato crescenti tensioni e incomprensioni. »

 

Non mancano infatti politici che si muovono per condannare questo “vergognoso attacco” dell’Anpi, come ha fatto Renzi:

 

« Le dichiarazioni dell' #Anpi sul conflitto ucraino sono vergognose.

I partigiani di 70 anni fa avrebbero saputo perfettamente da che parte stare tra l’invasore e gli invasi. Attaccare il filoimperialismo americano significa stare indietro con le lancette della storia. »

 

No: bisogna invece analizzare l’attuale conflitto secondo una visione unilaterale, capace anche di propinare fake-news dai livelli incredibili, come spacciare per video del conflitto spezzoni di un videogioco o spacciare mezzi russi per ucraini o viceversa; capace di bloccare siti russi in Europa, come Sputnik o Russia-Today, siccome bisogna bloccare la macchina mediatica del Cremlino anziché affrontare nella dialettica le posizioni altrui – insomma, sembra di tornare a cento anni fa, con la guerra che si fa pure nei media, raccontando anche frottole se ciò è necessario per il proprio scopo. Una unilateralità che ben si sposa con le decisioni politiche prese da un lato e dall’altro, dove le richieste diplomatiche vengono continuamente disattese e così, anziché buttar acqua sul fuoco di guerra, si lancia benzina – reagendo con un inasprimento della conflittualità su ogni fronte possibile in ambito economico. Arrivando a posizioni che ben poco si sposano col concetto di democrazia, come vietare di dirigere un’opera alla Scala di Milano a Valery Gergiev, in quanto non ha voluto esprimere un messaggio di condanna alle azioni russe. Sta lui coordinando l’invasione dell’Ucraina? O per democrazia si intende che tutti devono dire ciò che è ritenuto buono e giusto secondo la maggioranza? Sembrerebbe la classica definizione occidentale di cosa avviene nelle autocrazie o avveniva nella vecchia URSS, eppure…

 

Insomma, in un mondo dove a una guerra – ingiustificata – si risponde in modo ingiustificato e a sua volta guerrafondaio; dove gli esperti dell’ONU avvisano che abbiamo già impatti irreversibili per il cambiamento climatico e dovremmo intervenire invece di continuare a procrastinare; dove, in tutte le decisioni, il tanto famoso “popolo” voce in capitolo poca ne ha – ecco, in questo mondo facilmente si perde la voglia di andare avanti e progettare un futuro. Quando ci si sente poco protagonisti, quando il proprio agire sembra non influire in un corso storico tutt’altro che florido, viene voglia di rassegnarsi agli eventi.

 

Forse questo articolo rischia di trasmettere una visione fin troppo cupa dell’umanità, nel cui procedere ci sono stati anche progressi e gesti virtuosi. Non è però falso affermare che, per molte persone, l’attuale periodo è percepito come difficile, di recessione su più fronti, minacciato dalla crisi climatica in atto, nel quale molte persone fanno fatica ad arrivare a fine mese – o, in alcuni paesi, fanno letteralmente fatica a trovare pane da mettere sotto ai denti o a evitare che una bomba caschi sopra la propria testa.

 

Di fronte a questo, sembra lecito abbandonarsi alla rassegnazione, all’idea che il mondo è così e, quindi, qualsiasi cosa si faccia non conti niente. Eppure, ognuno di noi deve comunque fare i conti col mondo, in un agire che ha un’influenza sia minima – nel proprio mondo privato e nelle relazioni con chi conosciamo giorno dopo giorno – che massima – nei momenti in cui si riesce a partecipare a un’azione collettiva che abbi ai suoi effetti. E in questo vivere, bisogna decidere se mollare la presa o affermare i propri valori, ciò in cui si crede. Consapevoli che ciò non significa ingenuamente cambiare il mondo, ma anche dare una mano al vicino, rendere sereno il clima in famiglia, aiutare un indigente che si vede per strada, collaborare con chi si lavora, sostenere una causa in cui si può avere un peso anche minimo – in tal senso, dire che il mondo va a rotoli a volte è una buona, e infondata, giustificazione per non provare a fare i conti con la fatica anche dei piccoli gesti, in grazia dei quali scegliere se affermare ciò che riteniamo giusto.

 

P. Picasso, "Guernica", particolare
P. Picasso, "Guernica", particolare

 

Senza dimenticarsi che i momenti più bui non durano sempre. Che, a volte, proprio toccando il baratro si può cominciare la risalita. Che, prima o poi, potrebbero crearsi le condizioni affinché, collettivamente, si riesca a cambiare in meglio il mondo, evitando che il baratro si abbassi ancor più.

 

Ci si potrebbe chiedere, guardando la famosa Guernica di Picasso, se, in un contesto di guerra e di tragedie, si voglia essere fra coloro che partecipano alle violenze, o si voglia essere quel fiore che cresce fra le macerie, simbolo di un’umanità che non rinuncia a far spuntare il meglio di sé. 

 

« S'approssimano tempi tristi. Camminiamo sotto l'uragano, ma al di là sta il sole che brilla eternamente. » (Giuseppe Mazzini, Fede e Avvenire)

 

 1° marzo 2022