Dalla crisi sanitaria alla crisi esistenziale

 

La società globale è andata incontro a un’emergenza pandemica di tal portata che, proprio per la sua estensione, non può essere analizzata esclusivamente in ambito sanitario. Le ripercussioni sulla vita delle persone sono andate ben oltre il solo rischio di ritrovarsi in un letto d’ospedale.

 

Lionello Balestrieri, "beethoven" (1900)
Lionello Balestrieri, "beethoven" (1900)

 

A più di un anno di distanza dallo scoppio dell’emergenza pandemica in Italia, tante sono le riflessioni che son state fatte sul significato di questo evento imprevisto che ha sconvolto il procedere dell’ordine tanto nazionale quanto globale. Riflessioni che non si sono mai fermate al semplice dato sanitario – il numero di morti, la percentuale di contagiati, gli effetti del virus, ecc. –, ma hanno spesso evidenziato il modo in cui il Covid ha impattato sulla nostra società e – siccome sarebbe erroneo leggere il rapporto in modo unidirezionale – come la società ha affrontato l’emergenza sanitaria.

 

Una delle prime cose saltate all’occhio è come la crisi pandemica non abbia riguardato solo gli ospedali. A partire dai famosi proclami di dubbio gusto di fine febbraio, quali “Bergamo non si ferma”, per poi passare ai ripetuti richiami sull’azienda/il lavoratore autonomo/i dipendenti che avrebbero perso il loro lavoro, si è potuto percepire l’enorme precarietà dell’economia italiana e internazionale. Il Covid è stato subito visto come una trave che, infilatasi di traverso fra gli ingranaggi, ha bloccato un meccanismo globale che non deve mai fermarsi, pena il crollo del PIL, il fallimento delle aziende, l’aumento della disoccupazione, ecc. Come se lo Stato si fosse ritrovato del tutto impreparato a questo imprevisto: non nel senso che avrebbe potuto prevedere lo scoppio proprio nel 2020 di una pandemia, ma nel senso per cui sembra che esso non abbia mai progettato un piano emergenziale in caso di una crisi che limitasse il normale procedere economico e sociale. 

 

Il risultato è stato l’esplodere dell’attenzione mediatica, fin dai primi mesi della crisi, non solo sulle misure di prevenzione sanitaria, ma anche sulle manovre economiche di governo per risanare l’economia italiana e arginare la prevista crisi economica. Attenzione che è andata nel tempo man mano aumentando, nella consapevolezza che, più si va verso la probabile fine della crisi prettamente pandemica, prima bisognerà fare i conti con una situazione finanziaria amara per buona parte della popolazione. 

 

Bisogna, tuttavia, stare attenti a tracciare una ingenua linea di ragionamento, per cui vi era una determinata normalità (la società pre-Covid) che è stata posta in crisi dalla pandemia, a cui segue un periodo di recessione a cui seguirà poi la nuova normalità, una società post-Covid che ristabilirà quanto in precedenza perso. Quella “normalità” a cui vari media si richiamano è infatti una società che, ben prima del Covid, non era esente da forti problematiche al suo interno, di stampo sociale, politico, economico, ecc. Una “normalità” contraddittoria per molti, le cui contraddizioni si sono acuite di fronte al Covid. Per capire si pensi, con qualche esempio, a come la società, in campo economico e sanitario, ha effettivamente reagito al Covid.

 

Edvard Munch, "Davanti alla foresta" (1897)
Edvard Munch, "Davanti alla foresta" (1897)

 

Fin dall’inizio della crisi, lo Stato ha mostrato subito grande supporto alle aziende, grazie a moratorie sui prestiti o garanzie statali ai finanziamenti aziendali. Una disponibilità tale, per alcuni, da arrivare allo scandalo, quando una realtà come la FCA, che negli ultimi anni ha avuto ingenti profitti, ha ottenuto un prestito, pari al 25% del fatturato dell’anno precedente, da una banca con garante, fino al 70% del prestito totale, lo stato italiano. Prestito poi ottenuto – ben 6,3 miliardi – con non il 70%, ma bensì l’80% di garanzia da parte dello Stato, data la strategicità dell’azienda. Denaro che sarà usato anche per coprire i cospicui dividendi di 5,5 miliardi, previsti per il 2021, fra i propri azionisti. Detto in breve: i soldi pubblici saranno utili alla FCA per pagare i profitti dei propri azionisti.

 

Questo è solo un esempio della generosità statale verso il mondo aziendale: si potrebbe pensare anche alla misura della cassa integrazione Covid: a luglio era emerso che un quarto delle ore di cassa integrazione pagate dallo Stato era stato elargito ad aziende senza nessun calo di fatturato – il che ha creato il sospetto che i lavoratori in cig abbiano persino continuato a lavorare, ma con lo stipendio “pagato” dallo Stato stesso, seppur con una riduzione del 27%, mentre il padrone aziendale incassava tutti i profitti. Uno scandalo che ha spinto lo Stato a rendere le misure cig Covid più restrittive, senza tuttavia andare a punire i “furbetti”. 

 

Di fronte a questo, molta gente ha percepito la reazione economica dello Stato come una reazione di parte, tesa a sostenere chi già aveva le forze per aiutarsi da solo – ma aveva pur la forza per imporre allo Stato aiuti per sé –, mentre le fasce più deboli venivano appoggiate con misure assai limitate, sia nell’efficacia che nel tempo, come il blocco dei licenziamenti.

 

Una reazione di parte percepita pure sul lato della prevenzione, con la maggior parte delle persone che è stata costretta, specie durante il lockdown duro di marzo-aprile, a rimanere chiusa in casa e non poter neppure trovare i parenti, mentre al contempo molti erano costretti a lavorare in contesti non controllati a livello sanitario, con alti rischi di contagio. 

 

Ovviamente questi sono solo accenni di un’analisi su come effettivamente sia stata gestita la crisi a livello sanitario, nonché economico. Senza tuttavia andare oltre nell’approfondimento, quello che si vuole sottolineare è quanto ciò abbia avuto un peso sulla percezione, con lo scorrere dei mesi, dell’emergenza sanitaria. Da crisi per la propria salute, si è man mano passati a una crisi per la propria coscienza. Non nel senso per cui l’emergenza pandemica sia finita o per cui le posizioni complottiste abbiano ridotto la sensazione di rischio del virus, bensì nell’ottica per cui, dalla iniziale percezione di rischio per la propria vita fisica, la maggior parte della gente – soprattutto quella che già viveva in difficoltà prima di febbraio 2020 – sente ora di vivere in una società che non le offre nessun appiglio. Ciò che si prospetta per molti, una volta finita la crisi pandemica, è una crisi esistenziale, cioè la sensazione deprimente di trovarsi fuori luogo, di vivere in un contesto politico e socioeconomico che non è “per tutti”, dove non si riesce a trovare il proprio posto, dove alcuni hanno la precedenza e altri è già tanto se riescono a sopravvivere. Una sensazione psicologicamente pesante, spesso acuita dal contesto di isolamento in cui molti si sono ritrovati e si ritrovano a vivere, mancante di valvole di sfogo utili per alleviare la tensione.

 

In tal senso, si può ben affermare che per molti non si tratta più solo di una crisi sanitaria, ma si ha davanti una crisi esistenziale, nel senso che in discussione è messa la propria esistenza nella sua globalità, nel suo senso all’interno della società. Una messa in discussione che può direzionarsi nell’ottica di ritenersi inappropriati, di dover cambiare per adattarsi o annichilirsi, oppure può incanalarsi verso una messa in discussione della società stessa, dei suoi meccanismi di funzionamento, le cui pecche sono state evidenziate dalla crisi pandemica. Una messa in discussione che può salvare la propria esistenza nel momento in cui pone non il sé, ma il sistema di vita collettivo come malato, dunque doveroso di una cura forse ancora più difficile del semplice superamento dell'attuale pandemia.  

 

10 settembre 2021