La felicità possibile. Leopardi e i tre ingredienti del «viver felice»

 

Disperare della felicità? Sì, ma solo di quella chimerica.

 

 

Leopardi non era pessimista, almeno non nel modo in cui solitamente viene inteso. Perché ciò sia creduto è senz'altro di notevole interesse e meriterebbe un'analisi accurata, che però non è il nostro intento ora. Qui vogliamo mostrare il Leopardi che spiega come essere felici. Perché la felicità è possibile, una felicità per l'uomo, adeguatamente concepita.

 

Consideriamo che la vita è desiderio, che vivere è desiderare. Desiderare è eleggere qualcosa piuttosto che qualcos'altro; far sì che qualcosa sia, piuttosto che qualcos'altro.

La riuscita di questa attività – cioè la realizzazione della vita – dà piacere, è il piacere della vita – il piacere di vivere.

Nessun conseguimento particolare può dunque esaurire il piacere, perché ogni particolare è un momento dello svolgimento dell'attività propria della vita.

 

Va da sé, allora, che, come asserisce Leopardi, il «desiderio del piacere non ha limiti per durata», poiché esso coincide con la vita e, dunque, «non finisce se non coll'esistenza»; per cui «l'uomo non esiterebbe se non provasse questo desiderio» [165].

 

L'inestinguibilità del desiderio non è un problema, perché il desiderio stesso non lo è. Invece, il «desiderio del piacere diviene una pena» [172] se i fini, i piaceri che ci si pone come obiettivo non sono raggiungibili; o difficilmente raggiungibili, sì che una volta raggiunto uno di essi, l'insoddisfazione prenderà posto della soddisfazione e il desiderio si rivolgerà ancora a ciò che è lontanamente raggiungibile.

Insomma, la «pena» è tale a causa di «desideri maggiori» da quelli raggiungibili, che porta – per l'insoddisfazione che recano con sé – ad «affliggersi della vanità e del vuoto delle cose» [172].

 

Se intendiamo la felicità come «amore perfetto del proprio stato» [4191], tale stato non verrà mai raggiunto in vita, perché ogni stato comporta esso stesso desiderio, desiderio di perfezionamento. Ma ciò non significa che il piacere non sia piacevole e che, quindi, la vita sia infelice. Piuttosto, è impossibile che a rendere felice l'uomo sia un bene particolare, un «sommo bene», «un piacere che lo contenti del tutto» [4228], perché un tale piacere dovrebbe estendersi per tutta l'esistenza: ma non sarebbe più particolare.

 

Una tale felicità è una chimera, perché «il sommo bene, che ci possa o debba dare il piacer perfetto che cerchiamo, non si trova, è un'immaginazione» [4228]. Ma non la felicità, che consiste nel prendere consapevolezza dei due elementi finora emersi: nessun bene particolare rende felici; il desiderio diventa una pena in rapporto alla sua irraggiungibilità.

 

Così, la felicità, che è possibile, è data dall'insieme di questi due elementi.

 

« Utilità somma del sapersi proporre, di giorno in giorno, un futuro facile, o anche certo, ad ottenere; dei beni che avvengono d’ora in ora; godimenti giornalieri, di cui non v’ha condizione che non sia fornita o capace: il tutto sta sapersene pascere, e formarne la propria espettativa, prospettiva e speranza, ora per ora: questo è ufficio di filosofo, ed è pratica incomparabilmente utile al viver felice. [4250] »

 

 

La soddisfazione totale è irrealizzabile proprio per la parzialità della vita, il cui anelito è inesauribile, poiché è lo sforzo stesso di trascendere la propria parzialità.

 

« La natura non ci ha solamente dato il desiderio della felicità, ma il bisogno […] senza la possibilità di soddisfarlo. [4517]»

 

Tanto che l'incompiutezza costitutiva della vita aveva portato un giovanissimo Leopardi ad asserire:

 

« Tutto è o può esser contento di se stesso, eccetto l’uomo, il che mostra che la sua esistenza non si limita a questo mondo, come quella dell’altre cose. [29] »

 

Ma, di nuovo, benché quella tale felicità non sia neppure concepibile per l'essenza stessa della vita, ciononostante è appropriato anche per l'uomo il «vivere felice». Come si fa? Ecco un terzo elemento fondamentale che Leopardi indica: godendo dei piaceri raggiungibili di tutti i giorni, non solo per se stessi, ma anche come mezzi per il raggiungimento di un fine più grande. Qualcosa che si accresca con la transitorietà delle conquiste quotidiane.

 

Leopardi è esplicito.

 

« Bisogna proporre un fine alla propria vita per vivere felice. »

 

E, tra lo sbigottito e l'esterrefatto, quasi sprezzante, si muove a critica verso coloro che dissipano la propria vita.

 

« Io non ho potuto mai concepire che cosa possano godere, come possano viver quegli scioperati e spensierati che (anche maturi o vecchi) passano di godimento in godimento, di trastullo in trastullo, senza aversi mai posto uno scopo a cui mirare abitualmente, senza aver mai detto, fissato, tra se medesimi: a che mi servirà la mia vita? [4519] »

 

Il cosiddetto pessimismo leopardiano non è dettato dalle vicissitudini circoscritte della sua biografia: semmai dalle lucide considerazioni di un filosofo che pose a tema elementi fondamentali dell'esistenza come il dolore e la noia, non perché vittima, ma perché acutissimo e brillantissimo indagatore – di essi come del loro contrario.

 

8 febbraio 2020