L'inconsistenza del mondo. In viaggio attraverso l'illusione, il nulla, la meraviglia

 

Giacomo Leopardi e Friedrich Nietzsche nel farci vibrare l'animo e tremare i polsi hanno raggiunto una delle vette di quel percorso radicale della filosofia moderna in cui ancora ci troviamo, sospesi nel multiverso della nostra coscienza, la quale da spazi nichilistici annuncia: “aspettatevi di tutto”.

 

 

Le esperienze degli altri – che ci giungono da tempi e luoghi spirituali lontani, che diventano nostre – ci conducono oltre noi stessi, oltre quel che ci credevamo, oltre quel pertugio al quale la familiarità della routine ci aveva costretti: talvolta un abisso si apre, nel quale ci specchiamo. Si svelano possibilità che non avremmo mai immaginato; tutto appare incredibilmente diverso, inimmaginato; oltre si annuncia un Tutto inimmaginabile: ci meravigliamo.

La sapienza filosofica fin dagli albori ammonisce con Eraclito:

 

« I confini dell’anima non li potrai mai raggiungere, per quanto tu proceda fino in fondo nel percorrere le sue strade: così profonda è la sua ragione (λόγος). » (Eraclito, fr. 45)

 

Il mondo si scopre terribilmente diverso con gli occhi degli altri e da esperienze diverse, le nostre, che ci rendono irriconoscibili a noi stessi. Negli anni, nei secoli ci siamo appellati alla normalità, alla naturalità; spaesati, per rimanere lì dove eravamo di casa, abbiamo scacciato la follia e il diverso, abbiamo ricondotto l'incomprensibile ad un errore: ciò che non si capiva diventava ciò che non doveva essere così.

 

Per lo più abbiamo creduto che il mondo, le cose e gli enti tutti, stessero lì fuori indipendentemente da chi vi si imbatteva, conoscendoli e approfondendone la conoscenza.

Abbiamo creduto che tutte le proprietà che riscontravamo di un oggetto, fossero di quell'oggetto. Ma man mano che le esperienze, la conoscenza e la riflessione si allargavano, ci è sembrato che alcune soltanto gli appartenessero, mentre che le altre fossero nel soggetto soltanto. Come nel caso di Galileo Galilei:

 

« ben sento tirarmi dalla necessità, subito che concepisco una materia o sostanza corporea, a concepire insieme ch’ella è terminata e figurata di questa o di quella figura, ch’ella in relazione ad altre è grande o piccola, ch’ella è in questo o quel luogo, in questo o quel tempo, ch'ella si muove o sta ferma, ch’ella tocca o non tocca un altro corpo, ch’ella è una, poche o molte, né per veruna imaginazione posso separarla da queste condizioni; ma ch’ella debba essere bianca o rossa, amara o dolce, sonora o muta, di grato o ingrato odore, non sento farmi forza alla mente di doverla apprendere da cotali condizioni necessariamente accompagnata: anzi, se i sensi non ci fussero scorta, forse il discorso o l’immaginazione per se stessa non v’arriverebbe già mai. Per lo che vo io pensando che questi sapori, odori, colori, etc., per la parte del suggetto nel quale ci par che riseggano, non sieno altro che puri nomi, ma tengano solamente lor residenza nel corpo sensitivo, sì che rimosso l’animale, sieno levate ed annichilate tutte queste qualità […]. » (G. Galilei, Il saggiatore, 1623)

 

In sintesi, tali proprietà «non ànno veramente altra essistenza che in noi» (ivi).

 

Con Cartesio, negli stessi anni, matura al contempo la consapevolezza che non abbiamo altro accesso al mondo che la nostra soggettività, il nostro pensiero. Ecco il dubbio atroce: se tutto ciò che la nostra coscienza si rappresenta non rivelasse la vera natura degli oggetti, ma ci ingannassimo come ci siamo ingannati con i colori, i sapori, il calore, eccetera?

 

 

Quelli dei cosiddetti empiristi e razionalisti – abbiamo indicato l'inappropriatezza di tali denominazioni qui – saranno tentativi di tematizzare tale questione: dal sistema granitico di Spinoza, la cui posizione è riassunta nel Deus sive Natura, a Hume, che riduce scetticamente la nostra conoscenza su ciò che c'è a un fascio di percezioni, fino a Kant, che asserisce che la cosa in sé (cioè l'oggetto come è al di là del soggetto conoscente) ci è preclusa. La storia della gnoseologia conduce a naufragio.

 

L'ontologia nondimeno conduce verso la medesima disfatta: tolto Dio come garanzia (Cartesio, Berkeley, Kant – con cui infine è ridotto a postulato), la realtà della vita si riduce a illusione, ad una transitorietà che ha l'inconsistenza e l'insignificanza di tutte le cose e le loro proprietà.

 

La tesi non è nuova e ad essa si associano nomi illustri, come Protagora e Democrito. È però nell'età moderna si ripresenta con forza, assumendo sempre maggiore radicalità e diffusione, segnatamente in quel processo del rapporto tra fede e ragione (cfr. La cometa della superstizione), dove la ragione, da strumento della fede si trasforma in elemento letale, che, da ultimo, si rivolge contro se stesso.

 

Il culmine di questo processo è rappresentato da due figure su tutte: Leopardi e Nietzsche. Ci sono tanti mondi tanti quante sono le percezioni; non solo: tanti più mondi di quanti non ne possiamo immaginare.

 

« l'insetto o l'uccello percepiscono un mondo del tutto diverso rispetto a quello dell'uomo, […] chiedersi quale sia la più giusta delle due percezioni è assolutamente privo di senso, poiché qui si dovrebbe misurare in base al paradigma della giusta percezione e cioè in base a un paradigma che non esiste. » (F. Nietzsche, Su verità e menzogna in senso extramorale)

 

« Venuti meno i pianeti, la terra, il sole e le stelle, ma non la materia loro, si formeranno di questa nuove creature, distinte in nuovi generi e nuove specie, e nasceranno per le forze eterne della materia nuovi ordini delle cose ed un nuovo mondo. Ma le qualità di questo e di quelli, siccome eziandio degl’innumerevoli che già furono e degli altri infiniti che poi saranno, non possiamo noi né pur solamente congetturare. » (G. Leopardi, Frammento apocrifo di Stratone da Lampsaco, in Operette morali)

 

 

Certo è che Leopardi e Nietzsche (per gran parte della sua speculazione almeno), seguendo la logica della modernità, certificano l'illusorietà del mondo. Infatti la tradizione filosofica aveva ritenuto che la verità consistesse nella corrispondenza tra la realtà ed il pensiero. Per poi dapprima comprendere che alcune proprietà, chiamate secondarie o soggettive, non erano nell'oggetto, ma variavano da soggetto a soggetto; e per comprendere infine che anche tutte le proprietà, anche quelle chiamate primarie od oggettive, non sono in sé nell'oggetto, ma dipendono da soggetto che le percepisce, da una relazione che è pur sempre particolare: occhi diversi vedono cose e forme diverse, così come strumenti diversi – dai microscopi ai rilevatori di particelle – percepiscono cose e forme diverse, occhi meccanici tra occhi biologici.

 

Ecco che allora tutto diviene illusione.

Difatti tutte le proprietà, e anche le proprietà secondarie, erano originariamente ritenute proprie dell'oggetto; successivamente il rendersi conto che esse variavano da soggetto a soggetto ha fatto sì che si ritenessero un'illusione: è illusione credere che esistano nella realtà, poiché esse esistono solo per noi. Il caldo e il freddo, la durezza e la morbidezza, il dolce e l'amaro dipendono, esistono solo per noi e, peraltro, dipendono dallo stato in cui ci troviamo: non esistono di per sé.

Quando si comprende che anche le proprietà primarie variano a seconda dell'osservatore – si direbbe oggi –, ovvero dal soggetto percepente, si estende il discorso sull'illusorietà delle proprietà secondarie e soggettive a quelle che erano ritenute oggettive: la realtà tutta si deve considerare un'illusione, non solo alcune sue proprietà.

 

Dunque, «le verità sono illusioni» (F. Nietzsche, Su verità e menzogna in senso extramorale).

 

 

Il tema circolava ben prima di fare questo percorso teoretico e di sfociare nell'esito nichilistico per cui il mondo, l'universo è nulla; anche prima di attecchire come cifra della cultura occidentale: due anni prima della pubblicazione del Discorso sul metodo esce l'opera teatrale di Calderón de La Barca (1600-1681), La vita è sogno (1635). Nella quale il protagonista, Sigismondo, afferma:

 

« Più non credo alle finzioni,

e ormai del tutto provato

ben so che la vita è sogno. »

 

Qui il rilievo è sulla fugacità e vacuità della vita. Che era stato già affidato agli atti di un tragedia celeberrima, scritta all'inizio del secolo da Shakespeare, Amleto.

 

« Essere o non essere, questo è il problema.

È forse più nobile soffrire, nell’intimo del proprio spirito, le pietre e i dardi scagliati dall’oltraggiosa fortuna, o imbracciar l’armi, invece, contro il mare delle afflizioni, e combattendo contro di esse metter loro una fine?

Morire per dormire. Nient’altro.

E con quel sonno poter calmare i dolorosi battiti del cuore, e le mille offese naturali di cui è erede la carne! Quest’è una conclusione da desiderarsi devotamente.

Morire per dormire. Dormire, forse sognare.

È proprio qui l’ostacolo; perché in quel sonno di morte, tutti i sogni che possano sopraggiungere quando noi ci siamo liberati dal tumulto, dal viluppo di questa vita mortale, dovranno indurci a riflettere.

È proprio questo scrupolo a dare alla sventura una vita così lunga!

Perché, chi sarebbe capace di sopportare le frustate e le irrisioni del secolo, i torti dell’oppressore, gli oltraggi dei superbi, le sofferenze dell’amore non corrisposto, gli indugi della legge, l’insolenza dei potenti e lo scherno che il merito paziente riceve dagli indegni, se potesse egli stesso dare a se stesso la propria quietanza con un nudo pugnale?

Chi s’adatterebbe a portar cariche, a gemere e sudare sotto il peso d’una vita grama, se non fosse che la paura di qualcosa dopo la morte – quel territorio inesplorato dal cui confine non torna indietro nessun viaggiatore – confonde e rende perplessa la volontà, e ci persuade a sopportare i malanni che già soffriamo piuttosto che accorrere verso altri dei quali ancor non sappiamo nulla.

A questo modo, tutti ci rende vili la coscienza, e l’incarnato naturale della risoluzione è reso malsano dalla pallida tinta del pensiero, e imprese di gran momento e conseguenza, devìano per questo scrupolo le loro correnti, e perdono il nome d’azione. »

 

Per Leopardi il dilemma di Amleto e Shakespeare è oramai risolto.

 

« Tempo verrà, che esso universo, e la natura medesima, sarà spenta. E nel modo che di grandissimi regni ed imperi umani, e loro maravigliosi moti, che furono famosissimi in altre età, non resta oggi segno né fama alcuna; parimente del mondo intero, e delle infinite vicende e calamità delle cose create, non rimarrà pure un vestigio; ma un silenzio nudo, e una quiete altissima, empieranno lo spazio immenso. Così questo arcano mirabile e spaventoso dell’esistenza universale, innanzi di essere dichiarato né inteso, si dileguerà e perderassi. » (G. Leopardi, Cantico del gallo silvestre, in Operette morali)

 

L'ontologia sentenzia: tutto è nulla. La gnoseologia proclama: tutto è illusione.

E potrebbe essere peggio di come ora crediate, aggiunge una nota distopica.

 

 

Del genio cartesiano, maligno e ingannatore, c'è una versione aggiornata che declina l'ipotesi in chiave neuroscientifica, proposta da Hilary Putnam nel 1981, il quale, riprendendo un racconto di Daniel Dennett, immagina uno scenario fantascientifico in cui un cervello viene estratto dal corpo di una persona, immerso in una vasca di liquido nutritivo e connesso con dei cavi a un computer, che gli invia gli impulsi elettrici che riceverebbe dalla realtà. Tale cervello vivrebbe le medesime esperienze coscienti che viveva in precedenza, ma senza alcun legame con la “realtà”. In questa situazione è impossibile scoprire di essere cervelli in una vasca.

 

Scenario che sarà rappresentato, divenendo popolare, nel 1999 in quel capolavoro cinematografico che è Matrix. Una brillante variazione sul tema sarà poi data da Inception di Christopher Nolan. Che ha successivamente proseguito l'esplorazione di queste tematiche con Interstellar e Tenet.

 

Sentiamo le parole di Putnam:

 

« Sembra che ci siano persone, oggetti, il cielo ecc., ma in realtà l’esperienza della persona (la vostra esperienza) è in tutto e per tutto il risultato degli impulsi elettronici che viaggiano dal computer alle terminazioni nervose. Il computer è così abile che se la persona cerca di alzare il braccio la risposta del computer farà sì che "veda" e "senta" il braccio che si alza. Inoltre, variando il programma lo scienziato malvagio può far sì che la vittima "esperisca" (ovvero allucini) qualsiasi situazione o ambiente lo scienziato voglia. Può anche offuscare il ricordo dell’operazione al cervello, in modo che la vittima abbia l’impressione di essere sempre stata in quell’ambiente. [...] magari l’universo [...] consiste solo di macchinari automatici che badano a una tinozza piena di cervelli. Supponiamo che il macchinario automatico sia programmato per dare a tutti noi un’allucinazione collettiva [...] Quando sembra a me di star parlando a voi, sembra a voi di star ascoltando le mie parole. Naturalmente le mie parole non giungono per davvero alle vostre orecchie, dato che non avete (vere) orecchie, né io ho una vera bocca e una vera lingua. Invece, quando produco le mie parole quel che succede è che gli impulsi efferenti viaggiano dal mio cervello al computer, che fa sì che io "senta" la mia stessa voce che dice quelle parole e "senta" la lingua muoversi, ecc., e anche che voi "udiate" le mie parole, mi "vediate" parlare, ecc. In questo caso, in un certo senso io e voi siamo davvero in comunicazione. Io non mi inganno sulla vostra esistenza reale, ma solo sull’esistenza del vostro corpo e del mondo esterno, cervelli esclusi. »

 

Eppure questa possibilità, che appare assurda, non è più assurda del mondo circostante, così sfacciatamente ricco e traboccante di complessità, dalle innumerabili varietà, senza fondo, sfuggevole, indeterminabile dopo ogni tentativo di determinazione, ancora inesplicabile dopo una esplicazione raggiunta. Tuttavia così banale, conosciuto, determinato, ovvio – per chi rimanga confinato nel perimetro della abitudinaria ignoranza.

 

Si dice che la filosofia nasca con la meraviglia – e lo dice per prima Platone proprio nel Teeteto, prima di Aristotele nella Metafisica –; assieme, crescono: poiché l'aumento del sapere accresce la consapevolezza di quanto rimane ignoto. Quanto più si viene a sapere, tanto più si viene a sapere di quanto non si sa. La meraviglia non svanisce nella ricerca, ma fiorisce. Così, l'aumento del sapere svela duplicemente l'ignoto: rileva ciò che non era noto; ma, assieme, che l'ignoto era più di quanto si ritenesse. Con un gioco di parole: svelare l'ignoto – capire quel che prima non si capiva – è svelare l'ignoto – capire che v'è (molto di) più da capire di quanto si credeva. La consapevolezza della propria ignoranza si accresce proporzionalmente al rimediarvi.

 

Ma la domanda filosofica prima fonte di vertigine e meraviglia – perfino più della variopinta inesauribilità di ciò che indaghiamo – è quella che chiede con Leibniz e Heidegger: perché l'essere piuttosto che il nulla?

 

R. Magritte, "La voce del sangue", 1959
R. Magritte, "La voce del sangue", 1959

 

Questo stupore primigenio è messo in versi dall'incantevole Wisława Szymborska in La fiera dei miracoli (Gente sul ponte, 1986), che chiude con un cortocircuito elegante, degno della sua intelligenza filosofica. Un cortocircuito che spalanca proprio quell'abisso che già ritroviamo nei versi di Eraclito.

 

« Un miracolo comune:

l'accadere di molti miracoli comuni.

 

Un miracolo normale:

l'abbaiare di cani invisibili

nel silenzio della notte.

 

Un miracolo fra tanti:

una piccola nuvola svolazzante,

che riesce a nascondere una grande pesante luna.

 

Più miracoli in uno:

un ontàno riflesso sull'acqua

e che sia girato da destra a sinistra,

e che cresca con la chioma in giù,

e non raggiunga affatto il fondo

benché l'acqua sia poco profonda.

 

Un miracolo all'ordine del giorno:

venti abbastanza deboli e moderati,

impetuosi durante le tempeste.

 

Un miracolo alla buona:

le mucche sono mucche.

 

Un altro non peggiore:

proprio questo frutteto

proprio da questo nocciolo.

 

Un miracolo senza frac nero e cilindro:

bianchi colombi che si alzano in volo.

 

Un miracolo – e come chiamarlo altrimenti:

oggi il sole è sorto alle 3.14

e tramonterà alle 20.01.

 

Un miracolo che non stupisce quanto dovrebbe:

la mano ha in verità meno di sei dita,

però più di quattro.

 

Un miracolo, basta guardarsi intorno:

il mondo onnipresente.

 

Un miracolo supplementare, come ogni cosa:

l'inimmaginabile

è immaginabile. »

 

Poche righe della prosa poetica di Borges racchiudono il percorso fin qui tratteggiato.

 

« Noi (l'insidiosa divinità che opera in noi) abbiamo sognato il mondo. L'abbiamo sognato resistente, misterioso, visibile, onnipresente nello spazio fisso e nel tempo; ma abbiamo consentito nella sua architettura tenui ed eterni interstizi di assurdo per sapere che è falso. » (J.L. Borges, Altre inquisizioni, 1960)

 

Esso non è falso: solo, non è tutto qui, come lo avevamo immaginato. Ma di questo parleremo un'altra volta.

 

 6 ottobre 2021