Una democrazia falsa o nessuna democrazia?

 

Di fronte alla guerra russo-ucraina, molte voci si sono sollevate critiche nei confronti delle istituzioni occidentali, a loro dire ipocrite e in parte causa dell'attuale situazione. Questa possibilità di criticare le proprie istituzioni non è però un fattore irrilevante per valutare l'attuale situazione, nonché riflettere sul senso dell'identità europea.

 

 

È abbastanza evidente, dalla retorica dei media e dai vari appelli sociali che vengono lanciati quotidianamente, che la guerra russo-ucraina di questi tempi abbia fatto ripiombare il mondo, e soprattutto l’Occidente, in una situazione che appariva come passata o oramai impossibile. Non è un caso che Macron e Scholz abbiano parlato di “cambio d’epoca”: noi europei siamo stati richiamati a ripensare il nostro stare nella Storia, la nostra civiltà e le sue istituzioni. In questo contesto, l’opinione pubblica si è presto spaccata fra chi si oppone con forza a Putin e chi, con varie gradazioni, “flirta” col leader russo cercando di prendere in considerazione vari elementi che dovrebbero, in qualche misura, giustificare l’intervento militare in Ucraina da parte russa.

 

Sono stati in tanti a investirsi del titolo di “voci fuori dal coro” e “pensatori critici” che si sono lanciati in ambiziose crociate (spesso sui social) per dimostrare la grande incoerenza e ipocrisia delle istituzioni occidentali. Nominiamo solo qualche esempio, nostrano e straniero, per mostrare questa tendenza generale: Diego Fusaro, che ha puntato il dito contro la NATO, oppure un organo di stampa, Red Fish Stream, che ha pubblicato questa foto per denunciare una sorta di “ipocrisia” occidentale:

 

 

Lungi da me discutere queste critiche al dettaglio, cosa che è già stata fatta abbondantemente, credo che sia invece opportuno interrogarci su quell’illustre concetto di critica che, al minimo dal XVIII secolo, anima la nostra filosofia e, progressivamente, è precipitato nella nostra cultura fino a diventare un vero e proprio mantra, al punto che quasi ogni persona afferma, senza alcun dubbio, il valore del pensiero critico e autonomo. 

 

Nel suo meraviglioso romanzo d’esordio I turbamenti del giovane Törless, quell’immenso genio letterario che fu Robert Musil scrive: 

 

« le sue parole sarebbero andate bene in un cadente tempio indiano, tra idoli paurosi e serpenti sacri rintanati in crepe profonde; che senso avevano alla luce del giorno, in quel collegio, nell’Europa moderna? Ciò nonostante, dopo aver percorso una distanza infinita, una strada con mille spirali, senza principio né fine, sembravano arrivare veramente a destinazione. »

 

In questa descrizione inquietante del romanziere viennese riecheggiano gli insegnamenti che, qualche decennio dopo, offrirà Jacques Derrida in un suo preziosissimo scritto sull’Europa (L’Europa in capo al mondo). Nel testo, il filosofo si vuole iscrivere in quella lista lunghissima di coloro che hanno pensato l’identità europea e la sua missione storica. I nomi a cui Derrida si richiama esplicitamente sono quattro: Hegel, Husserl, Heidegger e Valery. Ma nelle pagine di Derrida noi riconosciamo in filigrana e con varie sfumature pensatori diversissimi, da Kant a Weber passando per Marx. 

 

Ma cosa afferma concretamente Derrida? Perché ci interessa? Fra le densissime riflessioni che il filosofo franco-algerino fa sull’Europa (non prima di aver notato, con sagace ironia, che lui non è europeo in toto), ne emerge una con forza: l’Europa è, per definizione, ciò che non è mai esaurito e che è sempre aperto all’alterità, nel senso che vi è sempre un “qualcos’altro” che getta un’ombra, tanto inquietante quanto attraente, sulla civiltà europea. L’Europa insegue sempre quest’alterità, non è mai contenta di se stessa, cerca sempre una direzione, naviga, non è mai sazia. Ma cosa rende possibile questa apertura dello spirito (ecco la parola cruciale che si stava cercando di non utilizzare)? Derrida risponde richiamando uno dei più alti valori che noi possiamo teorizzare: la critica. La critica nel senso kantiano, la critica contro tutto e tutti, anche contro se stessi

 

Pertanto, alla luce di quanti detto da Derrida e dalla immensa tradizione che porta sulle spalle, si può ben accettare la presenza e anche il contributo costruttivo di queste critiche all’ipocrisia morale occidentale che vogliono puntare il dito contro questo o quel leader (dall’UE alla NATO). Certamente, è benvenuto chi si vanta di essere “realista” e di vedere le concrete cause del conflitto al di là delle mistificazioni ideologiche dei media e della isteria banalizzante delle masse: sono analisi geopolitiche interessantissime e fondamentali specialmente per chi deve prendere le decisioni sul da farsi. Fra questi spicca il professor Mearsheimer, illustre politologo americano che addossa al proprio paese la gran parte delle colpe dello scoppio della guerra e un cui intervento all’università di Chicago nel 2014, dal titolo Why is Ukraine the West's Fault?, è divenuto popolare in tempi recenti come profezia inascoltata. 

 

Ma per quanto realisti si possa (ripeto: giustamente) essere bisogna domandarsi: come mai riesco a dire questo? Che cosa permette a me, un occidentale che vive in una società democratica, di criticare le mie istituzioni? La risposta non si trova né negli eserciti, né nei gasdotti, né nel diritto alla libertà di stampa; essa si trova nella cultura, nello spirito. Tu puoi muovere quella critica ed essere compreso perché l’Europa vive di critiche. 

 

L’Europa, lo stesso concetto di cui ora sentiamo con vigore il richiamo. Ricominciamo a dire “Noi”, a cercare di capire chi sono gli amici e i nemici: sono segni confortanti, qualcosa ha mosso degli ingranaggi che apparivano immobili. Non a caso il «Times» ha titolato un suo recentissimo numero The Return of History. Ma questo richiamo dell’Europa deve portare con sé non solo la necessità di una nuova riflessione critica sulla nostra condizione, ma anche il riconoscimento del senso profondo dell’identità europea. Pertanto, per quanto si possa puntare il dito contro noi stessi, non si può non riconoscere la pericolosissima minaccia che Putin e l’inquietante retorica che anima le sue conferenze stampa pone alla nostra civiltà e ciò che, al fondo di ciò, permette la possibilità stessa del discorso critico.

 

Insomma, la scelta è fra una democrazia falsa, zeppa di ipocrisie e di contraddizioni, e nessuna democrazia. Io sono fortemente persuaso che questa scelta non sia una reale scelta: credo che nessuno, per quanto critico di NATO e soci, senta di poter riconoscere nella Russia putiniana qualcosa in cui si debba riporre una speranza o, perfino, un destino augurabile alla nostra civiltà – ciò di cui mai, e poi mai, dovremmo desiderare la morte.

 

 18 marzo 2022