Il dio dei liberali. Genesi e problemi della filosofia del mercato

 

Quali sono i pensieri che hanno dato origine al neoliberalismo e quali le conseguenze? Hanno davvero tutti i torti? Si tratta di accogliere la loro riflessione oppure di cominciare a lavorare su un piano differente? Avanziamo qualche riflessione su un problema lungi dall'essere risolto.

 

 

Ispirato per certi aspetti dal filosofo Immanuel Kant (1724-1804), il futuro pensiero neoliberale – i cui primi esponenti si riunivano negli anni ’20 lungo la poderosa Ringstraße di Vienna – vedeva nel commercio la possibilità di riscatto di una umanità in subbuglio: l’equilibrio nazionale e internazionale, la qualità della vita, la tranquillità dei popoli, dipendevano  dalla pacifica e libera interazione economica, senza la quale, appunto, la nuova società di massa sarebbe stata condotta al disastro. Anzi, fu proprio questa, dopo la tragedia della Guerra Mondiale, la diagnosi della malattia degli stati moderni avanzata dai neoliberali: la causa andava ricercata nel governo politico dipendente dalla volontà delle masse. A loro dire, la democrazia (intesa come sovranità nazionale), spinta oltre un certo limite, era quanto di più deprecabile per la buona riuscita della società stessa.

 

Kant, nel suo libello intitolato Per la pace perpetua, spiegava come fosse «lo spirito del commercio [a non poter] convivere con la guerra [...]. Infatti, dato che di tutte le forze (i mezzi) subordinate al potere dello Stato la potenza del denaro potrebbe essere quella più sicura, allora gli Stati (certo niente affatto spinti dalla moralità) si vedono costretti a lavorare in favore della nobile pace, e in qualsiasi luogo la guerra minacci di scoppiare nel mondo, a impedirla tramite mediazioni, proprio come se si trovassero in un’eterna alleanza per questo». In altre parole, se mediante il commercio si mantiene un certo tenore di vita e un certo equilibrio di scambio, giacché le risorse sono allocate su tutto il pianeta e nessuno, perciò, si rivela pienamente autosufficiente, allora ne deriva un diretto corollario: più economia significa più benessere e più consapevolezza delle risultanti nefaste di eventuali azioni belliche reciproche, e, pertanto, da ultimo, anche meno guerra. Non per moralità, ma per convenienza commerciale (per sicurezza generale) gli stati sarebbero mossi da intenzioni più pacifiche.

 

Questo ideale, raccolto dai liberali, trovava materiale di sviluppo nella disastrata Europa postbellica. Con la fine della Prima guerra mondiale e i totalitarismi che seguirono, i liberali cominciavano a interrogarsi sulla natura della società e dell'economia, sino a formulare le prime critiche agli Stati nazionali, considerati i  primi responsabili del male sociale. La politica – interna ed estera –, o la democrazia, intesa nel senso della piena capacità di autodeterminazione popolare, era nemica dell’azione economica come tale. I sindacati, nella politica interna, andavano ad incidere sulla produzione, ponevano argini abnormi al capitale che prima muoveva liberamente, e i partiti di massa che organizzavano le folle contro i privati creavano squilibri capaci di danneggiare l’economia tutta, e, in conseguenza, anche le vite dei cittadini. Non è un fatto segreto che Ludwig Von Mises (1881-1973) si pronunciasse sollevato, all’indomani della rivolta di Vienna del 1927, in favore dei soldati che erano rimasti fedeli al governo contro gli scioperanti che domandavano welfare. D’altronde, a suo avviso, un aumento del tenore di vita della classe operaia era stato assai nocivo per l’economia, che, vincolata a sussidi, incentivi, aumenti di salario, veniva ostacolata nei suoi continui e salutari movimenti di assestamento per diventare una entità lenta, mastodontica e inefficace. La ricollocazione di risorse, il continuo andirivieni dei settori economici, era vista dai liberali come l’essenza “snella” e sana di ogni attività economica, che, indirettamente, avrebbe portato benessere a chiunque. Al contrario, un suo soffocamento in vista di miglioramenti immediati comporterebbe “intasamento”, alterazione dei prezzi, e, infine, malessere per lo Stato intero. Insomma, il Novecento, con le sue guerre e i suoi totalitarismi, avevano dimostrato la giustizia del teorema liberale, per cui la democrazia, o sovranità, quando ha troppo potere, finisce per svilire il potere (buono) del mercato. In guerra gli Stati avevano temporaneamente preso il controllo sulle economie, cooptando e infierendo ampiamente sull’attività dei privati, nonché introducendo pianificazioni e fissando i prezzi. Questa tendenza a "soggiogare" l'economia, era proseguita incurante dopo la Prima guerra mondiale, sotto regimi d'ogni colore, a "intensità" variabile (dal comunismo, con la pianificazione totale, al fascismo, con nazionalizzazione parziale, sino alle grandi aziende di stato delle democrazie occidentali). Si pensi che sino alla fine del secolo scorso la teoria keynesiana o, più generalmente, socialdemocratica ancora spopolava in Occidente. Ma qual è la ragione dell'astio nei confronti del controllo economico?

 

La sovranità economica è un errore imperdonabile, perché, agli occhi dei liberali, così facendo, un dio viene ferito, e si vendica presto dei soprusi. La scoperta del neoliberalismo è che il mercato è la nuova divinità, la nuova entità onnipotente: a esso soggiace il mondo intero, senza scampo e senza possibilità di controllo. La potenza suprema appartiene a quell’entità incontrollata e inconoscibile, che però ci governa e determina le conseguenze delle nostre azioni. Il mercato è l’ineffabile, e con la crisi degli anni ’30 ciò era sotto gli occhi di tutti. Non si può prevedere perché non si può conoscere – ecco la nota “massima” di Von Hayek (1899-1992), già preconizzata da Lippmann a metà degli anni ’30.

 

« Il pensatore, quando siede nel suo studio redigendo i suoi piani per la direzione della società, non penserà in alcun modo al fatto se la sua colazione è stata prodotta da lui o da un processo sociale i cui dettagli vanno al di là della sua comprensione. Egli sa che la sua colazione dipende da lavoratori nelle piantagioni di caffè in Brasile, negli agrumeti in Florida, nei campi di zucchero a Cuba, dai coltivatori di grano degli stati del Dakota, dagli allevatori di New York; che il tutto è stato assemblato grazie a navi, ferrovie e camion, è stato cotto col carbone della Pennsylvania in utensili fatti di alluminio, ceramica, acciaio e vetro. Ma l’intreccio di una colazione, nel caso in cui ogni processo che l’ha portata sul tavolo dovesse essere pianificato consapevolmente, andrebbe al di là della comprensione di qualsiasi mente. » (W. Lippmann, La giusta società)

 

Il mercato non è prevedibile, né riducibile ai termini matematici come voleva il liberalismo classico. Esso coinvolge motivi extra-economici e muove secondo la conoscenza imperfetta degli attori stessi che partecipano al suo gioco. Nessuno sovrasta il mercato, lo domina conoscendolo, e perciò ogni movimento compiuto al suo interno deriva da una visione parziale, a cui sfuggono indefiniti dati – a cui neppure l’analista ha accesso. Così, questo movimento economico ineffabile che tutti sovrasta deve essere solo giuridicamente e legalmente “accompagnato”, contro i tentativi dannosi di direzione e gestione, siano essi capitalisti o socialisteggianti. Insomma, questo nuovo dio si può soltanto pregare e assecondare, affinché non ci ammali tutti.

 

« Se l’economia era al di là di ogni possibile rappresentazione, allora il compito non poteva che consistere nel trovare una cornice che la tenesse al riparo. » (Q. Slobodian, Globalists. La fine dell’impero e la nascita del neoliberalismo)

 

Prima ancora che la parola “globalismo” trovasse spazio presso i contemporanei, i neoliberali avevano scoperto che il mercato era già globale. Globale perché fortemente e, ormai, irrimediabilmente interconnesso, per produzione e infrastrutture, e, soprattutto, sovranazionale. Le sovranità nazionali sono, in tal senso, obsolete e pertanto incubatrici di progetti sociali, pianificazioni di ogni sorta in favore delle singole comunità, che però non hanno in vista l’intero – intero, che, come detto poc’anzi, non si può gestire, ma solo “proteggere” dalle miopi volontà pianificatrici. Si trattava allora soltanto di “liberare” la potenza massima del mercato dalle piccole potenze nazionali che ne intralciavano il cammino col loro arbitrio e la loro visione meschina.

 

La pace, diceva Hayek nel 1979, non è affatto garantita dall’autodeterminazione, cioè dalla sovranità nazionale, e il Novecento tutto ne era la prova schiacciante; invece di dar vita a tanti poteri nazionali totalmente incontrollabili, capaci di distruggere se stessi e gli altri, ci voleva un’alternativa: un diritto internazionale che appunto impedisse ai governi nazionali di danneggiare il mondo. Ciò si sarebbe verificato non con meno Stato, come vorrebbe la vulgata; bensì con uno Stato dai compiti diversi, che si sarebbe dovuto federare e accostare ad altri Stati, secondo le norme prodotte da un diritto, vigente su scala internazionale, capace di difendere il mercato dalle ingerenze politiche. La politica di massa, per la sua arbitrarietà e irruenza, poteva creare danni inimmaginabili; sicché degli organi di diritto capaci di difendere la struttura economica e la libertà degli individui dovevano essere la soluzione ai problemi dell’Occidente, nonché a quelli dei popoli non occidentali, che, col tempo, sarebbero stati fagocitati nel sistema capitalista vigente presso i Paesi ricchi. Per il bene di tutti, bisognava allora separare, per quanto possibile, il potere democratico dalla gestione economica.

 

Secondo la prospettiva neoliberale appena delineata risulta evidente come «“le miniere ai minatori” e “la Papuasia ai papuasi” [siano] in sostanza due parole d’ordine identiche» (Lionel Robbins, 1937). Il fatto che la pianificazione derivasse da un governo nazista oppure socialista non faceva differenza rispetto all’esito identico che traeva con sé: si trattava, in ogni caso, di una prospettiva angusta volta alla protezione di una comunità locale, in aperta ribellione al mercato globale e alla pace dei popoli.

 

« Per i neoliberali il nazionalismo economico non era altro che una rivolta contro l’interdipendenza, e non poteva che condurre all’impoverimento o alle guerre di espansione. [...] Non si trattava di una visione minimalista, ma di un approccio attivo di costruzione istituzionale, mobilitato per respingere il problema incipiente delle masse democraticamente legittimate nonché degli interessi particolari, come i cartelli e i sindacati, che tentavano di ostruire il libero movimento della concorrenza e della divisione internazionale del lavoro. » (Q. Slobodian, ivi)

 

Di fatto una riduzione dello Stato presso i neoliberali esiste: purché per tale riduzione si intenda il potere della gestione economica di un territorio. Si impone una limitazione del potere politico rispetto alla gestione “nazionalista”. Ora non sono più gli Stati a decidere determinate cose per sé, ma lo fanno degli organi internazionali, delle leggi, anche contro il volere dei singoli popoli. In questo senso, si mira a rendere «i confini politici semplici linee sulla mappa» (ivi). Si tratta di levare dalla volontà popolare e dai suoi rappresentanti politici le redini della gestione politica quando essa riguarda l’economia – con un riverbero non indifferente, considerato che a determinare le possibilità di un’agenda politica, sotto moltissimi rispetti, è proprio la situazione finanziaria. Secondo una formula efficace, per il neoliberale bisogna «tenersi la nazione privandola degli artigli» (ivi).

 

Il problema di siffatta visione, cui oggi andiamo incontro almeno in alcuni punti fondamentali, è che non tiene conto di un fatto che da un lato presuppone e dall’altro dimentica: che il mercato non è mero scambio economico, ma un rapporto fra persone. I neoliberali attivi negli anni ’30 hanno visto bene che nel mercato subentrano ragioni extra-economiche. Alcuni di loro si preoccuparono anche di contemplare un welfare, dei sussidi, o comunque tennero ben in conto che l’uomo vive radicato in un milieu culturale, sentimentale, simbolico. L’uomo eccede di gran lunga lo scambio di beni e servizi, e, a sua volta, è un essere complesso mai interamente “pianificabile”. Com’è possibile che proprio coloro che scorsero nel controllo economico un problema – dacché nessuno può essere tanto lungimirante da far accadere ciò che vorrebbe (neppure in economia socialista) – non si avvidero della pianificazione terribile che stavano programmando per l’essere umano?

 

« La vita sotto “la legge della concorrenza” lasciava evidentemente “poco spazio di manovra individuale”. Riguardo all'imprenditore, [Mises] scriveva che “il mercato lo controlla molto più rigidamente e severamente di quanto potrebbe fare qualsiasi governo o altro organo della società”. Per i lavoratori la situazione non era sostanzialmente diversa: “Come produttore [...] un individuo è semplicemente il mandatario della comunità, e come tale deve obbedire”. L’unico spazio per l’azione discrezionale era quello concesso dal ruolo di consumatore. » (ivi)

 

L’uomo “libero” è, in conseguenza, l’uomo totalmente prigioniero, soggiogato alle direzioni incontrollate del mercato. Il mercato va protetto come tale perché, contro il volere popolare, esso, sulla carta, garantisce il benessere globale. Ma che accade nel momento in cui il mercato muove contro la democrazia, i diritti, i valori umani che anche i neoliberali sembrerebbero disposti a salvaguardare? Se gli attori sul mercato fossero mossi da idee meschine perché richiesto dal mercato medesimo? Se invece lo fossero da buone intenzioni ma il mercato non consentisse loro la realizzazione dei propri scopi pacifici?

 

« Sul fronte ambientale, gli americani cercarono di limitare le importazioni di tonno dal Messico, perché le reti da pesca usate nel paese uccidevano i delfini, che vi finivano intrappolati. Dato che ai produttori di tonno non era consentito l'uso di tali reti, Washington vietò la vendita del tonno messicano, con grande soddisfazione degli ambientalisti. Il Messico protestò e alla fine il WTO si pronunciò in suo favore, argomentando che le regole commerciali si applicavano al prodotto e non ai metodi di produzione. » (T.W. Zeiler, Porte aperte. L'economia mondiale dal 1945 a oggi)

 

Ecco un caso esemplare, accompagnato da molti altri anche più recenti, quando, per esempio, a metà degli anni 20o0 gli Stati ricchi e quelli più poveri fecero arenare le trattative circa il problema dell'agricoltura: infatti, i Paesi in via di sviluppo non sono disposti a tollerare il protezionismo europeo e americano sui propri contadini, giacché ne varrebbe delle loro esportazioni. D'altra parte, neppure i Paesi ricchi sono disposti a concedere la morte delle proprie eccellenze locali o del proprio mondo agricolo, e perciò vorrebbero tutelarsi. Come uscire dall'impasse?

 

Se la lettura da fare sul nazionalismo economico fosse un poco diversa, e se proprio contro l’arbitrio del mercato si fosse levato lo scudo nazionalista (socialista, fascista, nazista, socialdemocratico)? Se il dramma dei conflitti mondiali dipendesse esattamente dal senso di impotenza che le persone hanno provato dinanzi al potere infinito del mercato e della tecnica, e se la politica di massa fosse stata nient’altro che il tentativo istintuale e disperato di folle impaurite? In questo senso, tutto da approfondire, potremmo dire che il liberalismo confonde la causa con l'effetto: il mercato non è la soluzione ma una radice del problema moderno. La Tecnica è grande, e il neoliberalismo è il suo profeta.

 

 28 marzo 2022