Una mente persa nel tempo

 

Possiamo dire che passato e futuro esistano? Se sì, in che modo esistono nella nostra mente? Che ne è del presente? Si vogliono sviluppare qui alcune considerazioni morali sull’utilizzo del tempo, ovvero in che modo gli individui dimorano nel passato e nel futuro rifuggendo l’unico tempo in cui possono operare, quello presente.

 

S. Dalì, "Orologio molle al momento della prima esplosione" (1954)
S. Dalì, "Orologio molle al momento della prima esplosione" (1954)

 

Credo che tutti gli uomini abbiano il vizio di trascinarsi dietro il proprio passato, il quale, però, è ontologicamente morto, altrimenti non lo chiameremmo passato, ma presente, poiché ogni cosa che vive deve vivere necessariamente nel tempo presente. Così come vi è quella costante tendenza della mente a proiettarsi nel futuro, creandosi immagini di esso. Spinoza, nella quarta parte dell’Etica, descrive l’immaginazione come «un'idea mediante la quale la Mente considera una cosa come presente». Ciò sta a significare che quando ci rivogliamo ai tempi passati e futuri noi stiamo mettendo in scena un’opera prettamente immaginativa.

 

Ma l’atto stesso di vivere è connaturato al tempo presente: non chiameremmo infatti vita qualcosa che è esistita in un tempo passato, chiamiamo vita qualcosa di cui possiamo fare esperienza ora. Il passato, dunque, non esiste, non può partecipare più al fenomeno dell’esistenza, eppure esso sopravvive in qualche modo sotto forma di memoria, con la differenza che esso non vive più come un tempo presente (che era una volta), ma vive dipendendo da un altro, da un organismo, cioè il soggetto dotato di memoria.

 

Il passato non vive come realtà sostanziale, ma solo come rappresentazione. Già Schopenhauer nei frammenti giovanili ci avverte di questa incoerenza temporale alla quale siamo soggetti, affermando che «Per noi non c’è niente altro che un indivisibile momento (il presente), e davanti e dietro di esso il puro nulla. E questo nostro stato si chiama vivere». Noi siamo la capsula di ibernazione di tempi morti, che nutriamo costantemente affinché non si perdano nell’oblio.

 

Ora, è chiaro come questa funzione fondamentale, ossia la memoria, sia connaturata agli organismi, non solo umani, per assicurar loro una coerenza nelle strutture psichiche, dare ordine e senso alle esperienze. Se non fossimo provvisti di memoria non potremmo organizzare la realtà che percepiamo come una totalità coerente e sensata nella quale vivere. Ma il pensiero che qui si vuole presentare vuol collocarsi in un contesto prettamente morale, piuttosto che essere un’indagine sulle funzioni cognitive in sé.

 

La questione è: che uso facciamo del tempo? Infatti, dato che la stessa argomentazione usata per il passato possiamo tranquillamente trascriverla nella descrizione del tempo futuro, ci accorgeremo di come noi esseri umani siamo perennemente impegnati in due dimensioni temporali che non esistono, rifuggendo per la maggior parte del tempo l’unica realmente esistente, ossia il presente. L’implicazione di questa costatazione è quantomeno radicale, come si intende: per la maggior parte del tempo l’uomo non vive, ma sogna, immagina, è alienato dal tempo, dunque, dando ragione a Heidegger, alienato dal suo essere, dalla vita stessa. 

 

Giorgio de Chirico, "Enigma dell’ora" (1911)
Giorgio de Chirico, "Enigma dell’ora" (1911)

 

Ma se abbiamo appurato che queste due dimensioni non esistono sul piano ontologico, ma solo su quello della “rappresentazione emotiva”, per così dire, perché sono quelle a cui dedichiamo più energie e, si perdoni il gioco di parole, tempo?

 

Si contesterà, giustamente, il fatto che ciò che noi chiamiamo presente è soprattutto frutto del passato (dando ragione alla psicoanalisi e a Freud in particolare, il quale sostiene che i complessi della vita adulta originano da problematiche irrisolte durante gli stati di sviluppo infantili, cioè passati) e che non possa esistere neanche il presente in sé e per sé, senza passato. Ma in questo modo si intende il presente come individuo e non come tempo nel quale l’individuo vive, cioè agisce; pertanto, la constatazione si colloca in una prospettiva psicoanalitica più che morale; dunque, non è la direzione che viene trattata in questa sede.

 

Qui si cerca di capire in che modo l’individuo utilizza il tempo che gli appartiene, ossia quello in cui può esercitare la sua volontà sul piano pratico.

 

« Puoi indicarmi qualcuno che dia un giusto valore al suo tempo e alla sua giornata, e che si renda conto com’egli muoia giorno per giorno? In questo ci inganniamo, nel vedere la morte avanti a noi, come un avvenimento futuro, mentre gran parte di essa è già alle nostre spalle. Ogni ora del nostro passato appartiene al dominio della morte. Dunque, caro Lucilio, fa ciò che mi scrivi; fa tesoro di tutto il tempo che hai. » (Seneca, Lettere a Lucilio)

 

In questa considerazione così cruciale da un punto di vista morale, Seneca ci ricorda come il terreno sul quale seminare le nostre azioni sia il tempo e cioè di come l’uomo, collegandoci ad Heidegger sia essenzialmente un essere temporale, che nella sua temporalità può vivere autenticamente o meno. Dice il filosofo di Meßkirch: «In Essere e tempo, “essere” non è qualcos’altro rispetto a “tempo”, perché il tempo è indicato come il prenome della verità dell’essere (das Wesende des Seins) ed è perciò l’essere stesso. […] L’essere come tale è dunque svelato dal tempo» (Heidegger, Che cos’è metafisica?).

 

Iniziamo dall’analisi più approfondita del passato: esso si ricorda in modo imperfetto e spesso lo usiamo per creare giudizi sulla nostra esperienza o sulla nostra identità, avendo già accennato al fattore biologico di come la memoria serva a dare una coerenza alla percezione che abbiamo del mondo. Crediamo di ricordare in modo vivido il passato, ma in verità il ricordo che abbiamo di esso è tanto suscettibile delle nostre passioni momentanee, al momento del ricordo, che non possiamo considerarlo affatto un ricordo certo. Ricordiamo ciò che il nostro animo in quel momento ci fa ricordare, ricordiamo ciò che le emozioni recuperano dal mare della memoria e ogni volta che dal fondale raccogliamo una conchiglia ne lasciamo sempre altre dieci nella sabbia. Per cui pensare al passato, seppur non possa dirsi totalmente un atto immaginativo, ha una componente di fantasia, influenzata dalle passioni, che rende la sua veridicità fallace il più delle volte, specialmente se i ricordi sono molto indietro nel tempo.

 

Come possiamo invece definire il futuro? Similmente ciò con cui abbiamo a che fare è un’imperfezione che qui tocca un grado ancor maggiore se consideriamo quanto esso sia frutto della presunzione umana di sapere i piani del destino. Il futuro è tutto lavoro di immaginazione che genera, il più delle volte, ansia. Un’ansia motivata dal fatto di porsi davanti scenari inesistenti che proprio perché non possiamo controllare con il nostro corpo, nel momento presente, vengono invasi dal timore, il quale peggiora tali scenari che a loro volta alimentano le ansie in un circolo vizioso senza fine.

 

Ciò che sentiamo quando lanciamo la nostra immaginazione in avanti nel tempo, è un senso di malattia subitanea alla quale l’uomo si arrende inconsciamente, lasciandosi possedere dalla fantasia. Senza però che vi sia un intento narrativo in ciò, come in chi scrive romanzi o vuole semplicemente creare una storia, un progetto, si viene solo a creare un malessere che va ad alienare il soggetto rispetto al presente e mal prepara a quell’eventuale attimo futuro che si sta pensando. Chiaro come, anche qui, la facoltà di poter pensare eventi futuri sia utile in un contesto di progettualità, per fissare obiettivi, per avere percezione della propria estensione temporale, per poter iniziare a costruire praticamente, per quel che si può, quel tempo futuro, che sappiamo già diventerà un tempo presente da vivere.

 

Eppure, bisogna aver chiaro come il fatto di avere ansie per il futuro non abbia senso da un punto di vista logico e pratico, poiché non si ha ancora il potere di intervenire, nella maggior parte dei casi, sulla realtà, se quella ancora non esiste. Ciò non significa, col rischio di creare un’apparente contraddizione, che l’ansietà dettata dal futuro non abbia senso di esistere.

 

La preoccupazione per il tempo futuro esiste e ha la sua funzione, cioè quella di “muovere” il presente, ma come un forte vento spira sopra le acque del nostro mare emotivo, bisogna prestare attenzione a dove arrivi la marea, essere disposti a “smuovere le acque”, ma ricentrandosi sempre nell’unico tempo che ci appartiene veramente, ossia il presente. E allora la lontana marea che imperversa di fronte a noi porterà solo un chiaro interrogativo “Cosa posso fare ora a riguardo?”.

 

A questo punto quindi, avendo ben compreso come la mente si disperda e si alieni in tempi inesistenti, occorre definire il presente. Che cos’è, quindi, il presente? Esso è il contatto fra lo spirito e l’ambiente, la collisione e fusione del corpo con la realtà, il terreno sul quale lavorando si vive, l’amore e il dolore vissuti autenticamente (i quali si ha la certezza di vivere solo se si è consci del tempo, se lo si vive nell’attimo incarnato, ossia nell’attimo fuso con la consapevolezza). Il presente è quel “senso della terra” nominato da Zarathustra che apre la coscienza all’individuazione di Sé, poiché consente l’azione della volontà.

 

Bisogna tornare ad aver cura del nostro tempo e il termine “tornare” suggerisce una condizione attuale di perdizione molto preoccupante. L’individuo moderno si coinvolge in distrazioni continue che lo estraggono ciclicamente da un contatto con il suo tempo e, dunque, dalla sua stessa essenza. Come infatti continua Seneca nella stessa lettera: «Sarai meno schiavo del domani, se ti sarai reso padrone dell’oggi. Mentre rinviamo i nostri impegni, la vita passa. Tutto, o Lucilio, dipende dagli altri; solo il tempo è nostro.»

 

« Possiamo soltanto decidere cosa fare con il tempo che ci viene concesso. » (J.R.R. Tolkien, Il Signore degli anelli)

 

 5 gennaio 2022




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