IL GENERE BIOGRAFICO NELLA CULTURA FILOSOFICA NAPOLETANA DEL SECONDO SEICENTO (parte 1)

 

Nell’ambito di una indagine critica condotta attorno ad alcuni dei maggiori esponenti della cultura napoletana tra Seicento e Settecento, primo fra tutti G.B. Vico, e ai rapporti tra gli intellettuali napoletani e quelli d’oltralpe, e durante le molte letture di testi di alcuni intellettuali, artefici di un vastissimo movimento culturale che investì la cultura meridionale in quel periodo storico, dalle caratteristiche e dai timbri anche peculiari diversi rispetto a quelli di altre culture regionali, è emersa insistente la figura del filosofo-naturalista napoletano, Leonardo di Capua, il quale certamente è poco noto, ma che va considerato uno dei nuovi promotori del rinnovamento napoletano seicentesco. Di qui è scaturito l’interesse per il filosofo e per le sue opere, in particolar modo per l’ultima, in ordine cronologico, che fu pubblicata a Napoli nel 1693, nella stamperia di Giacomo Raillard, ovvero La Vita Di Andrea Cantelmo. Quest’opera, infatti, è stata ignorata per anni, perché ritenuta minore rispetto alle altre opere dai contenuti prettamente filosofici, come il Parere sull’incertezza dei medicamenti e Le lezioni sulla natura delle mofete, alle quali è stato conferito maggiore rilievo. Pertanto, nella quasi totale indifferenza nei confronti di tale opera biografica e nella sostanziale differenza di contenuti e di problematiche di significati “ideologici” tra quest’ultima e le opere precedenti del Di Capua, non ultimo il mio personale interesse verso il genere biografico, va rintracciata la motivazione della scelta di questo studio. Inoltre, va precisato che l’opera, pur ritenuta minore, tuttavia offre diversi ambiti problematici ed interpretativi interessanti. Il lavoro interpretativo, dunque, si è mosso lungo tre importanti ambiti tematici rispetto ai quali sono individuabili almeno tre nodi problematici. La prima sezione di questo contributo individua i modelli biografici ai quali l’autore poté attingere per la stesura della sua biografia. Lo studio si concentra poi sul tema della ''virtus'', strettamente collegato al primo, ed è volto a definire la concezione che l’autore ha dell’individuo rispetto al divenire storico in relazione al problema del rapporto tra virtù e fortuna, dove questi elementi appaiono inconfondibilmente di matrice machiavelliana. E infine nell’ultima parte si propone una riflessione epistemica rispetto alla storia, non cartesianamente intesa, ma una storia ciceronianamente intesa come ''magistra vitae'', come colma di gesta esemplari e di insegnamenti morali eternamente validi.

 

di Francesca Gallo

 

 

STRUTTURA DELL’OPERA

 

La biografia pubblicata nel 1693 è divisa in otto capitoli ed è preceduta da una dedica, scritta da Cesare di Capua, molto probabilmente figlio dello stesso Leonardo, e rivolta all’Arcivescovo Giacomo Cantelmo Stuart, committente dell’opera, accanto al quale compare anche il nome dell’Arcivescovo Ascanio Filomarino e di Giuseppe Cantelmo, Duca di Popoli, fratello di Giacomo e zio di Don Andrea Cantelmo, protagonista della biografia.

 

Nella dedica retoricamente chi scrive elogia i sensibili committenti e si associa all’alta considerazione che questi ultimi nutrivano nei confronti del loro defunto congiunto, dal passato glorioso e degno di lode e di onori, nonché di una biografia. Subito dopo troviamo una sorta di introduzione, dedicata a chi legge, scritta dall’editore francese Giacomo Raillard. In essa il tipografo presenta l’opera e l’autore, lodando di quest’ultimo gli studi e i precedenti lavori; si cimenta, inoltre, anche in considerazioni di carattere storico-filosofico, come ad esempio la validità della storia, fatta di esempi antichi e moderni, per «…disporsi a magnanimamente operare». Il nucleo centrale dell’opera è costituito dagli otto capitoli, interamente dedicati alla vita del “Gran Capitano” D. Andrea del quale si susseguono i fatti dalla nascita alla morte.

 

Fu educato nel Collegio Romano dei Gesuiti, mostrando ben presto le sue naturali attitudini all’arte della guerra e il suo interesse verso la stessa, non disdegnando, però, di studiare anche altre discipline, fondamentali per la formazione, secondo la pedagogia umanistica, competa dell’uomo, come la storia, la filosofia, la matematica ecc. Ma il giovane, appartenendo ad una famiglia che contava nelle generazioni passate gloriosi generali e uomini d’armi, non poteva ignorare le sue origini. Difatti il Di Capua scrive:

 

« Da sì incliti, e gloriosi Avoli quasi ramo di pellegrina pianta, che in fertil terreno traslato seco ne porti la costruttura delle sue parti simili a quelle del tronco, onde egli divelto venne, trasse D. Andrea la naturale disposizione, e attitudine al mestier dell’armi, che affinata, ed accresciuta poi da gli studi il resero tanto in quello ragguardevole”; e così non potè sottrarsi al suo destino già segnato di Capitano. In realtà divenne, a detta del Di Capua, uno dei Capitani più stimati, valorosi e degni di lode, godendo di una veloce e luminosa carriera, sempre costellata di successi. Infatti, si distinse partecipando a numerose campagne militari, divenendo un fedele e fidato suddito del Re di Spagna, Ferdinando il Cattolico. Combattè in Spagna, in Olanda, nei Paesi Bassi, entrando in competizione con un compagno d’armi: il Melo. L’ottavo libro si chiude con la morte del Cantelmo e l’elenco di tutte le sue virtù, morali e militari. Gli otto capitoli sono, poi, seguiti da alcuni Pareri, scritti dallo stesso Cantelmo in diverse lingue, dallo spagnolo al latino, all’italiano, nei quali espone il suo punto di vista »

 

BIOGRAFIA E AUTOBIOGRAFIA: PROBLEMI STORIOGRAFICI E TEORICI

 

Nell’accingersi a trattare un quadro il più possibile completo di quelli che sono i caratteri, i contenuti e i significati dell’opera di Leonardo di Capua, sembra opportuno avanzare almeno qualche considerazione generica sul genere letterario a cui il testo appartiene, di modo che il riferimento ai moduli antichi o moderni ai quali è stato comparato possa procedere ad un approfondimento analitico dell’intera opera. Prima di tutto va ricordato naturalmente che essa si inserisce nel genere letterario della biografia, ossia del racconto di una vita dalla nascita alla morte. A questo proposito può essere opportuno richiamare delle considerazioni preliminari sulle problematiche sorte intorno alla stessa nascita del genere biografico.

 

La storia della biografia greco-latina è estremamente intricata. I problemi più gravi riguardano non tanto o non soltanto la nascita del genere, quanto piuttosto le linee del suo sviluppo. Uno sviluppo millenario, uno svolgimento che ci pone dinanzi ad esiti non facilmente prevedibili. Il disorientamento nasce, in primo luogo, dalla sostanziale ignoranza circa intere fasi della storia di tale genere letterario, soprattutto per la scarsissima documentazione della produzione biografica arcaica.

 

Infatti, l’impressione è che il percorso della biografia si lasci rappresentare bene con l’immagine di un ''fiume carsico''. Lo studioso tedesco Leo riteneva che il genere letterario della biografia fosse nato all’interno della scuola peripatetica e che la biografia letteraria si sarebbe sviluppata dalla saldatura di una ricerca etica e di una indagine erudita. Questa forma di biografia descriveva la vita di grandi poeti e filosofi, mettendone in luce la personalità fino a coglierne l’ethos.

 

Come nella biografia letteraria, dunque, la rassegna delle attività e delle produzioni di poeti o di filosofi valeva a illuminare efficacemente la fisionomia intellettuale, così nella biografia politica le praxeis dei politici esprimevano l’ethos che li permeava. Biografia letteraria e biografia politica coesistevano dunque fianco a fianco in seno al Peripato. Il Dihle aveva ipotizzato, invece, che fosse stata determinante l’influenza della figura di Socrate dell’Apologia platonica; mentre ancora con un’altra tesi il Brums rintracciava le origini nello studio di individui conseguente all’apparizione di forti personalità in determinati periodi storici. Diversa ancora è l’ipotesi di Gallo, il quale ritiene che il genere letterario si è andato sviluppando progressivamente, forse negli ultimi decenni del VI sec. a. C., in varie forme ed aspetti, influenzato da particolari situazioni sia storiche sia culturali, senza però favorirne una caratterizzazione omogenea ed univoca.

 

Molto probabilmente, se si considera che le prime tracce di forme biografiche e autobiografiche risalenti al V sec. sono quasi completamente andate perdute, si può giungere all’ipotesi che, a parte le Vite Parallele di Plutarco, il genere della biografia non ha mai raggiunto il livello alto delle antiche forme letterarie greche, come ad esempio la storiografia. Difficile risulta, dunque, delineata una rigida storia della biografia, per la manifesta discontinuità presente nella documentazione. Lo studioso tedesco Friederich Leo operò una distinzione netta tra due tipi di biografia greco-romana: quella peripatetica, o plutarchea, e quella alessandrina o grammaticale o svetoniana. Molte sono state le critiche rivolte al Leo, ma nonostante ciò, ancora si continua a considerare nettamente distinte le due forme di biografie, fino a Svetonio, il quale per primo avrebbe unito insieme le due forme: peripatetica e grammaticale. Infatti, egli concepì l’idea di integrare la storiografia annalistica contemporanea, descrivendo la vita pubblica e privata degli imperatori, senza utilizzare la biografia politica, bensì quella grammaticale, che aveva già utilizzato e che era più adeguata alle sue finalità. Indispensabile è sottolineare, a sostegno della suddetta discontinuità nella storia della biografia propriamente intesa, ovvero come genere letterario, i rapporti e gli intrecci, nonché le contaminazioni della biografia con gli altri generi letterari che si svilupparono quasi contemporaneamente nella cultura greca, primo e più importante di tutti la storiografia, ma anche l’encomio, la novellistica, il romanzo pedagogico etc. Si tratta di ampie problematiche sulle quali hanno discusso autorevoli studiosi come il Gentili, il Cerri e soprattutto il Mazzarino. Essi sono concordi nel sostenere che biografia e storia, su di un piano strettamente teorico, non si mescolano mai, ma nella pratica la distinzione appare più di una volta labile e l’intreccio innegabile, come dimostrano innanzitutto diversi papiri rinvenuti negli anni Settanta del secolo scorso. Infatti, sin dalle prime trattazioni biografiche la linea di demarcazione tra biografia e storiografia appariva pressoché impercettibile.

 

Va ricordato, però, che solo Plutarco stabilì una netta distinzione tra genere biografico e genere storiografico. Infatti, nel Proemio della Vita di Alessandro scriveva:

 

« Non scrivo un’opera storica, ma una vita, e non sempre solo negli avvenimenti storici più celebri si manifestano i vizi o le virtù. Spesso anzi un fatto insignificante, una parola, uno scherzo, manifestano l’indole di un uomo più delle battaglie sanguinose o dei grandi schieramenti di eserciti o di assedi delle città. Come i pittori si limitano a cogliere i tratti del volto e l’espressione dello sguardo, da cui traspare il carattere, e tralasciano il resto del corpo, così pure a me si deve concedere di addentrarmi nelle manifestazioni dell’animo dei miei eroi e costruire su queste la vita di ognuno, lasciando agli storici la descrizione delle loro grandi imprese. »

 

E’ chiaro che sul terreno pratico non era facile a mantenere tale distinzione, perché la biografia non poteva non poggiare sul sostegno della storia e non poteva non essere anche una indagine storica al tempo stesso. Difatti anche se Plutarco aveva dichiarato teoricamente di voler narrare solo la vita dei grandi personaggi, con un predominante interesse etico, mettendone principalmente in evidenza l’indole ed il carattere, per pervenire all’ethos del personaggio e per trarre di qui ammaestramenti utili alla condotta dei posteri, praticamente, però, non riuscì a staccarsi completamente dagli avvenimenti e dagli schemi storici, entro cui inserì e fece agire i suoi eroi.)

 

Il biografo, che poteva essere allo stesso tempo storico, filosofo, retore, erudito, nel caratterizzare sistematicamente il personaggio, sceglieva le vicende da includere nella narrazione, celebrando l’intreccio di erga, praxeis, e aretaì fino a cogliere e a mettere a fuoco l’ethos del personaggio. Le praxeis dovevano avere spazio in un bios, perché attraverso di esse si poteva e si doveva giungere alla caratterizzazione dell’ethos. Le praxeis si rivelavano indispensabili per il biografo in quanto esprimevano l’ethos del personaggio. Il biografo doveva essere pronto a mettere in risalto le praxeis, le res gestae, da cui emergevano gli exempla virtutes, dei suoi personaggi attraverso le quali fornire grandi paradigmi di virtù  basti pensare a Plutarco, Polibio e Svetonio. Infatti, fu conferita particolare importanza da Plutarco, e non meno da Svetonio, ai “vitia” e “vrtutes”, facendo quasi sempre un bilancio tra le due categorie. Svetonio derivò lo schema delle sue vite dai moduli della biografia classica: peripatetico alessandrina. Dapprima forniva notizie sulla nascita e sulla famiglia, poi l’educazione e la giovinezza, l’ingresso nella vita politica, i principali atti di governo; dopo ancora un ritratto fisico e morale, con un catalogo delle virtù e dei vizi, infine la narrazione della morte. Come in Plutarco, anche in Svetonio, forse in misura minore, era dichiarato l’intento pedagogico-educativo delle “Vite”. Gli “exempla virtutes”, le praxeis avrebbero dovuto fornire ai posteri gli insegnamenti utili moralmente ed eticamente giusti.

 

Le stesse biografie svetoniane si basavano sul comune canone classico dei bioi, che integravano biografia e storiografia, vita privata ma soprattutto vita pubblica degli eroi, sottolineandone vitia e virtutes, elevandoli a figure esemplari e maestri di vita morale. Seguendo lo sviluppo del genere letterario emerge chiaramente, nel II e III secolo d. C. una significativa inversione di tendenza delle caratteristiche delle biografie e autobiografie.

 

Con la nascita e la diffusione del cristianesimo, infatti, ai modelli biografici e autobiografici classici, che ponevano in primo piano le gesta degli eroi, si andarono sostituendo le “storie di anime”: nient’altro che la rappresentazione dell’interiorità. Da questo punto di vista l’opera del biografo e dell’autobiografo appariva destinata ad elaborare un itinerario spirituale e a dare forma ad una complessa e sofferta meditazione interiore. Ebbene dopo la lezione di Plutarco e quella derivata di Svetonio, che ci offrivano in successione cronologica fatti, aneddoti, incidenti, abitudini e curiosità, un nuovo modulo narrativo, destinato a dominare per secoli, prendeva forma: ed era quello delle Confessiones e dei Soliloquia di Agostino, modelli assoluti di esame interiore, che ripresi nell’Umanesimo, si manifestarono pienamente e splendidamente in Petrarca. Agostino rese protagonista delle sue opere sé stesso, cioè esclusivamente il riconoscimento e l’esame della propria vita interiore. Così nelle Confessiones inaugurò un atteggiamento completamente nuovo nel descrivere a sé e agli altri le vicende della propria vita interna ed esterna, portando alla chiarezza tutti i problemi che costituivano il nucleo della propria personalità. La ricerca agostiniana consisteva nell’introspezione, nel guardarsi dentro, nel cercare e conoscere l’anima, l’interiorità dell’anima stessa per comprendere e spiegare le inquietudini e le problematiche che caratterizzavano l’uomo, ma quello interiore, l’io nella semplicità e verità della sua natura.

 

Il ritorno a sé stesso, l’atteggiamento dell’introspezione erano i fondamenti, dunque, della sua incessante ricerca e conoscenza di sé. Di qui derivava la suggestione che la personalità di Agostino esercitò non solo sul pensiero cristiano e medioevale, ma anche sul pensiero moderno e contemporaneo. Infatti, ad accoglierlo come maestro esemplare ed insostituibile fu Petrarca. Questi apertamente dichiarò il proposito di imitare Agostino e soprattutto le Confessiones. Proseguendo sulla strada dell’introspezione, di stampo agostiniano, Petrarca pervenne ad una applicazione sempre più articolata e profonda del principio contemplativo del “nosce te ipsum”, “gnose se auton”. Conoscere sè stessi nella misura prospettata e favorita da Agostino, condusse Petrarca a prendere maggiormente coscienza dell’impossibilità di porre fine alla consueta lotta interiore che si combatteva dentro di lui per opposte volontà. E attraverso lo scrutinio impietoso di sé, l’esplorazione dei conflitti più sconcertanti della sua coscienza, i conflitti tra le passioni e la ragione, tra la carne e l’anima, fissò i percorsi travagliati del modello autobiografico. Modello destinato ad avere fortuna, a segnare l’intero sviluppo della biografia come storia dell’anima e a rendere addirittura popolare la prassi introspettiva, tanto che, dalla seconda metà del Seicento, sono molti gli intellettuali, da Hobbes a Leclerc, da Pufendorf a Huet a Boyle, che accompagnano alle loro opere una autobiografia culturale, sulla base di un modello pedagogico assai diffuso.

 

L’ipotesi più probabile, peraltro, è che le classi colte, nel giro di poche generazioni, si sono abituate a riflettere e scrivere su sé stessi, soprattutto per l’educazione ricevuta dai Gesuiti. Difatti mentre nei paesi protestanti è il “diario intimo” a sostituire il sacramento, nei paesi cattolici gli esercizi spirituali e l’archetipo della Vita Ignatii, furono abbondantemente imitati. Mentre Agostino nelle Confessiones operava una netta dicotomia tra un’esistenza mondana e un’esistenza spirituale, Ignazio conferiva una originalità alla sua opera, una vitalità tutta moderna, che si traduceva in “exempla” da imitare. Pertanto, affermava che il ripiegamento interiore non era una prerogativa solo dell’eroe umanistico, ma di ogni uomo, in quanto essere singolare.

 

Concludendo per quanto riguarda l’interiorità, si può individuare da una parte l’esperienza esterna di Agostino, il quale interiorizzò la retorica, dall’altra Ignazio, che al contrario teorizzo l’interiorità. La fortuna dell’esperienza dei Gesuiti aprì la strada ad ulteriori moduli narrativi, sicuramente modernizzati, raccolti dagli intellettuali del Settecento e che produssero una ripresa del genere letterario della biografia e dell’autobiografia. Ne offrono un esempio Bacone, Gassendi, Hobbes e Locke, ma soprattutto Cartesio fu, come è noto, colui che incise in modo decisivo sull’elaborazione del modello dell’autobiografia e biografia intellettuale. Volendo ora cominciare a portare l’attenzione su Napoli, laddove operò il nostro Leonardo di Capua, uno solo fra tutti i filosofi finì per oscurare la fama degli altri e ad inaugurare una sorta di egemonia culturale: appunto Cartesio. Come è noto, il filosofo d’oltralpe ebbe nel pensiero meridionale una particolare fortuna e le sue teorie, in particolar modo per i risvolti metafisici dedotti da un esame interno dell’io, furono accolte con il più largo interesse. Basti pensare all’Accademia degli Investiganti, che sorta a Napoli investigava soprattutto i problemi gnoseologici e fisici, propri della speculazione cartesiana. Ora, tra i letterati, dalle figure più eminenti, come quella di Tommaso Cornelio, o del Vescovo Giovanni Caramuel, si distingueva anche quella di Leonardo di Capua, l’autore della biografia oggetto del nostro studio.

 

5 dicembre 2025