Aristofane fa della commedia un’arma politica: Le Nuvole e Le Ecclesiazuse non divertono soltanto, ma plasmano la percezione collettiva, colpendo Socrate e deformando l’utopia platonica. Il riso si fa propaganda ante litteram, penetrando nell’inconscio della polis e orientando la doxa più del ragionamento. Così Atene diventa una teatrocrazia, governata non dal logos, ma dal potere persuasivo della scena comica.
di Vincenzo Fiore
Primavera del 423 a. C. – sul podio del concorso teatrale, bandito nell’ambito delle Grandi Dionisie di Atene, le più importanti festività cittadine dedicate al dio dell’ebbrezza, del vino e teatro, due delle tre opere premiate hanno come bersaglio Socrate. Al teatro Dioniso, situato alle pendici meridionali dell’Acropoli, al secondo posto, infatti, arriva il drammaturgo Amipsia con Conno (anche Frinico, figlio di Eunomide, aveva composto un’opera intitolata Conno. Non sappiamo se ci sia stata una collaborazione effettiva fra Frinico e Amipsia). L’opera prende il nome dall’omonimo musico che insegnò l’arte di suonare la cetra a Socrate. Citato da Platone nell’Eutidemo (272c) e nel Menesseno (235e), delle poche notizie a noi pervenute, sappiamo che Conno era figlio di Metrobio e che fosse deriso per essere maestro di un vecchio come Socrate, che si sedeva a imparare tra i fanciulli. Nella commedia Socrate compariva vestito come un mendicante, proprio come il protagonista, immagine questa, probabilmente, metafora del fallimento sociale dei vecchi maestri. All’apparire in scena di uno dei più grandi filosofi della storia del pensiero, il coro – composto da pensatori – lo salutava con poche parole, strategia per screditare il valore dell’inventore del metodo maieutico.
Nello stesso anno, sempre sul podio, si classificò al terzo posto una delle commedie più famose della storia: Le nuvole di Aristofane. L’opera mette in scena con ironia corrosiva e tono parodico le inquietudini di un’Atene attraversata dalla crisi politica e culturale, segnata dall’ascesa della sofistica e dalle nuove forme di sapere che minavano i valori tradizionali della polis.
Il protagonista è Strepsiade, un vecchio contadino oberato dai debiti contratti per mantenere i vizi del figlio, Fidippide, appassionato di cavalli e di vita dissoluta. Nel tentativo disperato di liberarsi dai creditori, Strepsiade si reca presso il “Pensatoio”, scuola fondata da Socrate, dove – secondo una vox populi – si insegnano le tecniche sofistiche per prevalere in ogni disputa, ovvero di rendere migliore il discorso peggiore.
Qui Aristofane introduce una delle caricature più celebri della letteratura antica: Socrate sospeso in una cesta, assorto nelle sue elucubrazioni cosmologiche, intento a studiare i fenomeni atmosferici. È questo il primo, memorabile gesto di scherno: il filosofo è rappresentato come un ridicolo ciarlatano che si stacca dalla realtà concreta per inseguire astrazioni vane, riferimento questo alla prima formazione naturalista di Socrate, studioso di Anassagora (Fedone, 96a-99d) e discepolo di Archelao, secondo la testimonianza a noi tramandata da Diogene Laerzio. Sebbene osteggiata indistintamente da diverse posizioni, la sofistica aveva spostato, già prima e successivamente insieme a Socrate, l’interesse della ricerca dalla physis al nomos, ovvero dalla natura, intesa qui nel senso più ampio possibile, alla legge, al costume, a ciò che concerne genericamente le attività umane. Pertanto, nonostante l’oggetto dell’attacco satirico fosse diretto alla sofistica stessa e a Socrate, inteso nell’interpretazione aristofanea come il più grande manipolatore, risultava comunque anacronistico agli occhi dell’ateniese del tempo l’interesse esclusivo verso i fenomeni naturali.
A questo punto, entrano in scena, infatti, le Nuvole, divinità allegoriche che Aristofane utilizza come coro: esse rappresentano la forza dell’arte sofistica, entità mutevoli e ingannevoli, capaci di assumere forme sempre nuove e di alimentare la persuasione retorica. Il filosofo è dipinto come sacerdote di queste potenze evanescenti, padrone di un culto che sgretola le certezze religiose e morali della tradizione. C’è da chiedersi in che misura abbia influenzato tale parodia nell’accusa di empietà e di aver introdotto nuovi dèi nella città, accusa che porterà Socrate a bere la cicuta nel 399 a. C. Lo stesso Platone, ripercorrendo le tappe dei calunniatori del maestro nell’Apologia, nella sua drammatizzazione scrive: «Voi stessi avete visto […] la commedia di Aristofane: un certo Socrate che andava su e giù per la scena dicendo di camminare per aria e spacciando altre simili stupidaggini, a proposito delle quali io non ho proprio nulla da spartire, né poco né tanto» (Apologia di Socrate, 19c).
La commedia prosegue con Strepsiade che, incapace di apprendere i sofismi, induce il figlio Fidippide a frequentare la scuola. È qui che Aristofane porta all’estremo la sua critica: Fidippide, educato dal “Discorso peggiore” (personificazione delle nuove correnti filosofiche in opposizione al “Discorso migliore”, espressione dei valori tradizionali), impara a sovvertire ogni norma etica e, infatti, riesce nel suo intento di liberarsi dei suoi creditori. Tuttavia, Fidippide perde il controllo delle sue abilità oratorie e sfocia nella peggiore eristica, arrivando persino a giustificare la violenza contro il padre. La scena in cui il giovane percuote Strepsiade e rivendica la legittimità del gesto (Le nuvole, vv. 1408-1412.), rovesciando la legge naturale del rispetto filiale, è un’altra feroce parodia delle conseguenze distruttive del pensiero sofistico e, indirettamente, dell’insegnamento socratico.
Nella scena finale, deluso e sconvolto, Strepsiade incendia il Pensatoio, decretando la rovina della scuola e dei suoi maestri. Aristofane non offre una catarsi gioiosa, ma quella che dal suo punto di vista è un’amara denuncia: la nuova cultura, fondata su retorica e relativismo, minaccia di corrodere i fondamenti morali e civili della città. Così, sotto la veste comica, Le nuvole rivelano la profondità filosofica della satira aristofanea: Socrate diviene il simbolo di un’Atene intellettuale che sta smarrendo il proprio ethos, fra le risate del pubblico e le urla dei socratici dinanzi alla ragione che brucia.
La commedia aristofanea non può essere considerata un semplice gioco teatrale, ma rappresentò un fenomeno culturale che seppe incidere profondamente sull’immaginario collettivo ateniese. La caricatura di Socrate come sofista e fisico sconclusionato, intento a corrompere i giovani contribuì a radicare uno stereotipo che, come riconosce lo stesso Socrate nell’Apologia (18b–d), costituì il pregiudizio più difficile da confutare in fase processuale. L’impatto della commedia si spiega anche con la portata sociale del teatro: alle Dionisie si radunavano fino a 20.000 spettatori, donne comprese, mentre all’assemblea politica partecipavano circa 5.000 cittadini. Il vero luogo di formazione dell’opinione pubblica era dunque il teatro, in cui il riso diveniva strumento di educazione e di condizionamento politico. Non sorprende, allora, che il vecchio Platone, ormai disilluso dai tentativi falliti di instaurare una kallípolis, nelle Leggi (III, 701a) parli di Atene come di una «teatrocrazia», una società governata non dalla ragione ma dalla potenza seduttiva della scena. In questo senso Aristofane contribuì a scavare nell’inconscio della polis, predisponendo il terreno culturale che portò alla cicuta. È chiaro che non si possa parlare di Psicologia delle folle, richiamando Gustave Le Bon, tuttavia, la società ateniese è un contesto, seppur delimitato e poco esteso, dove la partecipazione e il prestigio sociale giocano un ruolo fondamentale. Il pubblico del teatro di Dioniso è una moltitudine eccitata dal vino, che non si limita a essere spettatrice, ma che interviene con fischi e boati, condizionando fortemente la giuria per l’esito del concorso. Anche solo per disposizione architettonica, il pubblico sovrasta la scena e incombe quasi minacciosamente sugli attori e sui giudici. Riuscire a manipolare e controllare il pubblico, attraverso le abilità teatrali, vuol dire orientare la doxa comune, in quanto esso, e qui possiamo parafrasare Le Bon con un salto storico, non pensa, ma reagisce; non valuta, ma assorbe; non discute, ma crede. In altre parole, la commedia poteva avere la forza persuasiva della moderna propaganda.
Nel proseguire questa trattazione, non si può non mettere a confronto l’Ecclesiazuse, meglio conosciuta come Le donne al Parlamento, con La Repubblica, in particolare con il V libro. Se lo studioso moderno non avesse a disposizione dati temporali, non avrebbe alcuna difficoltà a immaginare il primo testo come la parodia del secondo. La questione della cronologia è però cruciale: le Ecclesiazuse furono rappresentate ad Atene nel 392/391 a.C., mentre il testo platonico, nella sua redazione definitiva, è generalmente collocato tra il 380 e il 370 a.C. Ne consegue che il commediografo non poteva aver parodiato un testo ancora da scrivere. Come chiarisce Canfora - in La crisi dell’utopia - però, le Ecclesiazuse non vanno intese come una parodia diretta della Repubblica definitiva, bensì come rifacimento libraio rivolto a un prototipo, una sorta di Ur-Politeia, un abbozzo preliminare delle idee politiche platoniche già circolanti nel contesto accademico e ateniese dell’epoca. In questa prospettiva, Aristofane non risponde a un’opera conclusa, ma interviene ironicamente nel dibattito filosofico in corso, reagendo a un pensiero ancora in formazione. Questo spiega come la commedia riesca ad anticipare e deformare motivi che diventeranno centrali nella costruzione platonica successiva. Mettendo a confronto i due testi l’uno vicino all’altro, infatti, sembrano procedere con gli stessi punti programmatici, persino nei temi minori, il che risulta davvero complesso asserire che Aristofane non avesse ben chiaro lo schema della formazione della kallípolis. Ulteriore elemento da tenere in considerazione è che Platone fa dire a Socrate, prima di procedere nell’esposizione delle ondate, di essere in procinto di presentare idee mai udite fino ad allora. Come osserva ancora Canfora, riprendendo diversi studi filologici, sarebbe assurdo pensare che il filosofo dell’Accademia potesse asserire ciò, se già avesse ascoltato determinate teorie altrove. E se ciò non bastasse, possiamo attingere addirittura da Aristotele, che nella Politica (1262a) riporta che il suo maestro è stato l’unico ad aver parlato di comunanza di donne e di figli.
Nelle scene di apertura dell’Ecclesiazuse, dopo essersi travestite con mantelli, barbe e sandali, le donne, capeggiate dalla carismatica Prassagora, riescono a infiltrarsi e a impadronirsi del potere nell’assemblea. Aristofane non sta facendo altro che descrivere e rovesciare in chiave ironica la prima ondata platonica, cioè l’uguaglianza dei sessi rispetto al governo, ovvero la possibilità che le donne possano avere accesso alla stessa formazione degli uomini e che ottengano, di conseguenza, l’opportunità di governare. Proprio come Socrate – inteso qui come personaggio platonico – con Glaucone e Adimanto (La Repubblica, 451c-457d), anche Prassagora ha timore per le novità sconvolgenti che sta per proferire e comincia a esporre gradualmente il suo programma rivoluzionario. Al di là delle strategie sceniche aristofanee, atte a ricalcare il grottesco di queste posizioni, lo stesso Platone è consapevole che le concezioni da lui espresse sono contrarie alla morale e ai costumi popolari. Il filosofo ateniese è pienamente consapevole che i discorsi che sta per far pronunciare al suo maestro possano suscitare l’ilarità generale e la satira dei commediografi, ma non esclude, e qui si fa visionario, che prima o poi potrebbero essere accolti: «Risulterebbe ridicolo, almeno per l’uso attuale […] dal momento che ci siamo decisi a parlare, non si devono temere i lazzi degli uomini di spirito» (Ivi, 452b).
Arrivando alla seconda ondata, si passa al cuore di quello che spesso è stato definito il protocomunismo platonico, ovvero: l’abolizione della proprietà privata materiale e affettiva per i custodi, ossia per coloro che governeranno e difenderanno la città con rettitudine e sapienza filosofica (Ivi, 464c–466d). Per i phylakes – il filosofo ateniese esclude il terzo ceto dei produttori – ci sarà una vera e propria trasformazione dell’orizzonte antropologico, per cui neanche si utilizzeranno più i concetti di «mio» e «altrui» (Ivi, 462e). L’obiettivo finale era la creazione di una classe dirigente impossibilitata ad anteporre i propri interessi personali, dinanzi alla vera finalità della kallípolis: il bene comune. Nessun possesso individuale né vincolo familiare, ma comunanza di beni, donne e figli. La società teorizzata da Platone eliminava qualunque tipo di disuguaglianze, favoritismi e nepotismi, rendendo viva e attuale, quella che è la vera protagonista nascosta del grande dialogo: l’idea di Giustizia. Allo stesso modo, ritornando alla commedia, Prassagora annuncia la seconda ondata in maniera chiara e decisa: «Tutto in comune, questa la mia idea: ogni cosa dev’essere di tutti» (Ecclesiazuse, vv. 590-592). Aristofane capovolge l’impostazione platonica in chiave comica, anche nel linguaggio, mettendo in comune gli uomini. Elemento questo, che già di per sé nella società maschilista dell’Atene a cavallo fra il V e il IV sec. a. C. risultava facilmente comico. Con linguaggio triviale e scurrile, il commediografo inscena conversazioni paradossali, dove spiega attraverso i suoi personaggi che chi vorrà avere rapporti con una bella donna, dovrà prima necessariamente soddisfare il bisogno di una donna brutta. Prima della scena finale del banchetto festoso, l’Ecclesiazuse si avvia alla conclusione con un episodio che vede un giovane che prova a opporre resistenza a tre vecchie megere, che possono appellarsi al diritto di ottenere favori sessuali per imposizione di legge: «siamo o no in democrazia?» (Ivi, vv. 944-945).
Infine, per quanto concerne la terza e più celebre ondata di Platone, ovvero quella della riunificazione del potere con il sapere filosofo, che tradotta in prassi politica significa che non ci sarà mai un governo retto e giusto finché a governare non ci saranno o direttamente i filosofi o i sovrani convertiti alla filosofia (La Repubblica, 473d-473e), l’ironia aristofanea assume contorni più sfumati e concettuali. La comandante filosofa, Prassagora, non è nient’altro che una controfigura capovolta del filosofo-reggitore, che ha assunto il potere grazie a un’élite, a una piccola minoranza rivoluzionaria che ha deciso per le sorti di tutta la città, prima ancora di entrare, camuffandosi, in assemblea. Il coro chiaramente la esorta a esprimere il proprio «pensiero filosofico» (Ecclesiazuse, vv. 571-573), ulteriore conferma del bersaglio preciso del commediografo. Dopo le vicende dei Trenta tiranni, dopo i fallimenti di Siracusa, il filosofo ateniese è molto cauto dall’affermare in che modo si sarebbe attuato il colpo di Stato. Lacuna questa, che sembra essere paradossalmente colmata nella parodia dell’utopia. E se Socrate e filosofi nelle Nuvole erano troppo indaffarati a pensare le cose del cielo, dimenticandosi proprio come nell’aneddoto di Talete di ciò che c’è sotto i piedi, nell’Ecclesiazuse le seguaci di Prassagora sono sì sempre perse con la testa in futilità, ma che questa volta assumono il volto di frivolezze fin troppo banali e quotidiane. Durante la preparazione della seduta c’è chi si lamenta della barba posticcia o del modo di camminare, c’è chi si porta addirittura il cestino della lana da filare, altre che interrompono Prassagora con vacuità mentre espone il proprio programma. Dopo la presa del potere, invece di occuparsi della città, le donne si concentrano su banchetti e vino. Così la scena pubblica viene ridotta a un’estensione del focolare domestico. Aristofane mette così in ridicolo il disegno della città perfetta, «paradigma del cielo», trasformandolo in commedia di costume. È come se egli sottintendesse: peggio di un governo dei filosofi, ci sarebbe soltanto un governo di filosofe.
A scagliarsi contro Socrate, Platone e i loro seguaci non fu soltanto Aristofane, come abbiamo già visto in precedenza, oltre ai vari commediografi come Alessi e Anfide, vale la pena citare Teopompo con le sue Soldatesse. Bersaglio di quest’opera era in particolare la prima ondata, nell’accezione della formazione prevista per le donne. Le donne vengono descritte come incapaci di sopportare l’addestramento, inidonee ad accedere alla classe dei guerrieri, esse si lamentano infatti per problemi insignificanti come bere da recipienti poco igienici.
In conclusione, la commedia antica è stata capace di incidere nell’immaginario collettivo con la forza corrosiva del ridicolo. Il riso, lungi dall’essere innocuo, divenne strumento di consenso o di delegittimazione, veicolo di giudizi che, sedimentandosi nella memoria comune, orientavano la percezione degli eventi e degli uomini pubblici. In tal senso, la scena comica esercitò una funzione politica parallela e non meno incisiva di quella dell’assemblea o del tribunale, mostrando come l’opinione possa essere forgiata più dall’ironia condivisa che dal discorso razionale. In un certo senso, la commedia fu un’arma politica psicologica. Platone ne era consapevole e forse si sentiva disarmato dinanzi a coloro che non sapevano nulla di ciò che deridevano e né il motivo per cui lo facevano; e, citando Pindaro, arrivò a definire i commediografi come coloro che «colgono il frutto della sapienza quando è ancora acerbo» (La Repubblica, 457b).
Alla fine di questa trattazione che ha indagato il ruolo politico della commedia nella società ateniese (per un approfondimento rinvio alla lettura del mio saggio Platone totalitario), va specificato che questo testo non vuole essere un cieco attacco contro Aristofane. Le sue opere, in particolare le undici a noi pervenute complete delle oltre cinquanta scritte, hanno saputo tematizzare e problematizzare con acume i temi caldi del tempo: dalla critica all’imperialismo di Atene nei Babilonesi, passando per il boicottaggio alla guerra e la necessità della pace in Gli acarnesi e in Lisistrata, fino al problema della distribuzione della ricchezza nel Pluto. Attraverso una feroce satira, Aristofane è stato uno dei più lucidi e allo stesso tempo velenosi osservatori del suo tempo, divenendo, per citare Nietzsche, «il portavoce del partito oligarchico». Per terminare con una citazione di Aristofane stesso, che lo avrebbe messo d’accordo persino con Platone, «ognuno dovrebbe fare il mestiere che conosce!» (Vespe, v. 1431) ed egli nel suo fu probabilmente impareggiabile.
30 dicembre 2025
