Pasolini squartato e altri macelli

 

Dopo il tentativo più o meno fruttuoso di capitalizzare l’eredità gramsciana componendo un sillabario per spingere il fronte conservatore nella direzione dell’egemonia culturale, dapprima nei pensatoi della destra radicale francese con il G.R.E.C.E. debenoistiano per poi sbarcare nel Belpaese con Giuli, Giubilei, Sangiuliano, assistiamo recentemente alla riscoperta da destra del “corsaro” Pasolini.

 

di Lorenzo Cerani

 

 

Già in passato era invalsa la strumentalizzazione di singoli passaggi del grande intellettuale friulano allo scopo di delegittimare manifestazioni e proteste e per fare un’anticaglia dello stesso antifascismo, oppure in maniera più argomentata e sottile si era mostrata la cifra spirituale e tradizionale della sua poetica in opere come ''Gli imperdonabili. Cento ritratti di maestri sconvenienti'' di M. Veneziani.

 

Se è positivo, d’altra parte, promuovere occasioni di dibattito vero rompendo gli schemi preconcetti e gli steccati rigidi delle varie parrocchie politico-culturali, il simposio, che vedrà la partecipazione dello stesso presidente del Senato La Russa, corre il rischio di intorbidire le acque più che rendere veramente universale il lascito culturale di quella ''forza del passato'' che era PPP. Si dirà che così si rischia di irrigidire la cultura scavando un fossato attorno a certi autori impedendone sane contaminazioni, ma si può rilevare che una rilettura ermeneutica (che è sempre un tradimento, una rimodifica che adatta all’interprete una riflessione) esige contezza degli argomenti di cui si tratta, pena scadere in ircocervi malriusciti.

 

In tempi lontani si fece del pur reazionario Nietzsche (come documentarono con acribia filologica prima G. Lukacs e poi D. Losurdo e M. Ferraris) un ribelle antisistema ad opera di Deleuze e Guattari scorgendo nel suo vitalismo lo spettro del comunismo riletto in salsa anarcoide, un profeta della decostruzione à la Derrida utile a fare una parodia della pretesa di verità dei discorsi, un genealogista in anticipo sull’archeologia del sapere foucaultiana. Un Nietzsche per tutte le stagioni, pop, magnete di studenti sessantottini alla facoltà di Vincennes e più di mezzo secolo prima ispiratore di Mussolini che ne scrisse entusiasta su Il Pensiero Romagnolo decantandone la “filosofia della forza”. Sulla scia delle confusioni interpretative che agitarono la ricezione del pensatore col martello, la prosa criptica e auratica di Heidegger si prestò ad essere letta in chiave anarchica da R. Schürmann, in senso antimetafisico e democratico dai debolisti P. A. Rovatti e G. Vattimo, che ne privilegiarono una lettura da sinistra, mentre all’opposto E. Severino propose un’esegesi fondazionalista del pensatore della foresta nera ed E. Farias si scagliava contro il sostrato nazista della sua riflessione già denunciato da T. Adorno.

 

In entrambi i casi due grandi personalità della cultura tedesca si prestavano al saccheggio indiscriminato ad opera di generazioni di interpreti che ne giocarono spesso una lato contro l’altro, spesso omettendo (in buona fede perché troppo accecati dal valore dei loro contributi filosofici) le contraddizioni e i non detti dei due, i retroscena aristocratici e violentemente gerarchici del primo e gli altarini criptonazisti del secondo (anche giornalisticamente pompati ai tempi della pubblicazione dei “Quaderni neri”). Se tutto questo era possibile data la materia cifrata ed enigmatica di riflessioni troppo avanzate per i tempi che correvano, che spalancarono le porte a diverse mode culturali influenzando torme di intellettuali successivi ed epigoni, il risultato fu di trattare come sostenne Losurdo musicalmente le affermazioni teoriche, innocentizzandole ed edulcorandole. 

 

 

Nel caso pasoliniano, per quanto complesso e sfaccettato sia il pensiero dell’intellettuale friulano, per quanto inclassificabile e metapolitica fosse sotto certi aspetti la sua riflessione civile (la critica del divorzio e dell’aborto come volani al farsi consumistico del sociale) e il proprio travaglio esistenziale, l’introduzione nel pantheon conservatore stride con una serie di fattori.

 

In primis: sostenere come si fa ad oggi che Pasolini riabilitasse la tradizione in opposizione al materialismo storico imperante della cultura progressista di quegli anni scorda tutta la critica di sinistra del progresso e delle sue mitologie da W. Benjamin fino ai francofortesi (C. Lasch retrodaterà il mito del paradiso in terra dalle ideologie novecentesche al moralismo liberal settecentesco britannico), dimentica che sullo scorcio dei Sixties la controcultura (vedesi il retaggio per certi aspetti antimoderno di I. Illich) si era già appropriata nel generale fermento culturale di quegli anni di forme di vita più immediate e rurali in contrasto con la civilizzazione suicidaria del capitalismo avanzato. In Pasolini non esiste una Sehnsucht di piccoli mondi antichi, il rimpianto per la povertà dignitosa distinta dalla miseria non vuole proporre primitivismi fini a se stessi ma sollecitare una coscientizzazione del disastro metropolitano e degli ecocidi appena suggeriti poi dalla “primavera ecologica” del 1972, tant’è che in una recente monografia per Carocci lo si avvicina alla decrescita.

 

La riscoperta del sacro di cui traluce la stessa natura come viene affermato da un personaggio secondario nel lungometraggio ''Medea'' rappresenta un antidoto alla ''ragione calcolante'' e alla ''razionalità strumentale'' interessata unicamente al rapporto mezzi-fini, il mito non evoca qui solo la religione della morte fascista decodificata da F. Jesi ma una modalità di risignificazione collettiva passabile anche di usi progressivi, per un reincanto del mondo come scrive S. Latouche. Il suo cristianesimo è una religione letta attraverso il prisma della difesa delle vittime, che gli fa stringere in un unico nodo sensibilità cristiana e socialismo, per lui Cristo assume la valenza di demistificatore dell’ordine sociale violento come poi sarà nell’affresco antropologico-filosofico di R. Girard nel 1978. Il volto di Cristo gli ispira, al di là delle spettacolarizzazioni cui eravamo/siamo abituati, il senso di una rivoluzione antropologica foriera come lo Engels di ''Un contributo alla storia del cristianesimo primitivo'' del trionfo del socialismo millenni dopo: il cristianesimo pasoliniano è tutto terreno e girardianamente anti-vittimario.

 

Il populismo di cui è tacciato da Asor Rosa nell’antologia ''Scrittori e popolo'' per lui altro non significava che ricercare (in parallelo a H. Marcuse) altre traiettorie per la lotta di classe che aveva appreso dalla sua personalissima (ri)lettura del verbo marxista, aderendo con la sua stessa carne in una via crucis al contrario ai vissuti dei negletti della società, baciando le piaghe degli afflitti in una imitatio Christi fatale.

 

Pasolini vedeva nell’Italia più agraria e provinciale una resistenza positiva e benefica alla catastrofe della modernizzazione nei suoi lati più oscuri, non perché volesse un ritorno all’indietro impossibile, una rivolta contro il mondo moderno evoliana, quanto per rimodulare la crescita e i suoi ritmi, bloccando il treno della storia con una leva d’emergenza, alla Benjamin. Non importava al Nostro il ritorno anacronistico a paradisi perduti, per quanto il tema dell’innocenza faccia capolino nella sua produzione ma in senso assiologico, come contrapposizione al mondo iniquo borghese sul piano dei valori. Non già il rimpianto moralistico per un passato che non passa, una vox clamantis in deserto che fa geremiadi in nome delle buone maniere, ma un’accorata denuncia dello strangolamento di forme di vita semplici in armonia con la natura, emblematizzate da ''Dersu Uzala'' (1975) di A. Kurosawa. R. Calasso in un saggio fiume del 1983 si spinge fino a far abbracciare lo sviluppo capitalistico con il pensiero comunista, entrambe diramazioni della modernità, descrivendo come Marx fosse rimasto attratto dalla potenza demonica della macchina sociale del Capitale accettandone le premesse ma non le conseguenze, finendo a braccetto con i capitalisti suoi avversari: contro tutto questo urla il pensiero pasoliniano attaccando la mutazione antropologica e il consumo forsennato.

 

Si potrebbe avvicinare questa riflessione con le speculazioni di Bellamy Foster e Saito in tema di marxismo ecologico come utili sproni per l’ideazione di alternative allo sviluppismo. In secundis, cercare un ponte di collegamento tra arie vitalistiche e irrazionalistiche di origine decadente presenti nel suo appassionato lirismo per strapparlo alla sua cordata politica corre il rischio di mettere fra parentesi il fondale di critica sociale marxista che, ruminato e rielaborato, trapela anche in opere controverse e meno amate dalla critica embedded dell’epoca. Non esiste poi un PPP dimidiatus, come risulterebbe impensabile costruire doppioni artificiali del poeta di lingua friulana per portare acqua al mulino di un posizionamento politico o di un’ideologia prêt-à-porter, la stessa ubicazione dello scrittore nella categoria degli intellettuali di sinistra risulta discutibile, analogamente a Nietzsche che non può diventare araldo del nazismo per il suo rifiuto individualistico delle masse come sottolineato da C. Gentili.

 

Il Pasolini degli ''Scritti corsari'' non si può recidere dal Pasolini che abita il campo socialcomunista e auspica un rovesciamento dell’ordine borghese come il Pasolini dall’afflato spirituale che lo condannò a molte incomprensioni non va isolato dai lungometraggi che fanno strame delle contraddizioni sociali di quel giro di anni, scoperchiandole davanti agli spettatori attoniti. In altre parole, Pasolini vive nel mosaico di ambivalenze di cui aveva costellato la sua esistenza, senza con questo abbandonare la stella polare del cambiamento trasformativo della società e la fede nel bisogno di emancipazione per la nuda vita strangolata dal sistema alienante che abitava. Cercarne una chiave di volta interpretativa assicurandolo ad una chiesa politica (come è molto probabile succeda in questi convegni con la benedizione del politico di turno) rischia di ucciderne la carica eversiva, prosciugarne il valore energizzante per la cultura. Intitolare una scuola politica a Pasolini come tentò di fare il PD o decretarne la sua salita all’olimpo conservatore impedisce di rendere autenticamente vitale la sua eredità, seppellendola sotto una coltre di bugie posticce utili a santificarlo ad usum delphini

 

8 marzo 2026

 




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