Allo sradicamento operaio si accompagna, secondo la diagnosi di Weil, quella tipologia di sradicamento alla quale sono sottoposti gli sventurati delle colonie.
Qui la sventura, il malheur, parola intraducibile in italiano, dal momento che condensa una costellazione di significati, di diverse figurazioni del male, raggiunge il suo apice, la sua forma compiuta:
« La cultura europea rivestita dei suoi prestigi e di tutto quanto la vittoria comporta, riesce sempre ad attrarre a sé una parte della gioventù nel paese colonizzato. La tecnica, dopo aver sconvolto molte abitudini, stupisce e seduce con la sua potenza. Le popolazioni conquistate non domandano di meglio, una parte almeno, che assimilare la cultura e la tecnica del conquistatore; anche se tale desiderio non si manifesta subito, il tempo lo suscita quasi infallibilmente. »
La tecnica costituisce il cavallo di Troia dell’Occidente, lo strumento attraverso il quale lo spirito di un popolo viene totalmente sradicato. L’obiettivo è quello di piegare l’orizzonte valoriale e spirituale al monismo del tecno-capitalismo, nel cui orizzonte l’unico valore emergente, nell’assoluto deserto dei valori, è quello dell’efficienza e della produttività. L’Occidente, aggiunge Weil, non può che esportare lo sradicamento perché è al suo interno intimamente sradicato. Aboliamo la cultura e i valori degli altri popoli, imponendo con la forza la nostra morale, la nostra economia, la nostra religione, la nostra politica, perché quel deserto che produciamo cresce nel nostro grembo:
« Quanti uomini che abbiamo privato con il nostro comportamento di ogni patria, costringiamo ora a morire per conservare la nostra! […] Abbiamo ucciso la loro cultura; proibiamo loro l’accesso ai manoscritti della loro lingua; abbiamo imposto a un piccolo numero la nostra cultura, che non ha radici presso di loro e che non può far loro nessun bene. La Francia non si è forse impadronita degli Annamiti con la conquista? Non era il loro un paese pacifico, unito, organizzato, ricco di un’antica cultura, impregnato di influenze cinesi, indù, buddiste? Essi designano col nome di kharma una nozione popolare presso di loro, in tutto identica a quella, da noi purtroppo dimenticata, della nemesis greca che funziona come castigo della dismisura. Possiamo forse affermare d’aver portato la cultura agli Arabi, quando sono stati loro che ci hanno conservato le tradizioni greche durante il Medio Evo? »
Lo sradicamento coloniale consiste innanzitutto nell’estirpare radicalmente il legame che unisce gli uomini ai luoghi in cui il proprio Geist, il proprio modo d’essere-pensare, si manifesta nella sua specificità. Prefigurando Marc Augè, Weil mostra la Verdinglichung non solo degli uomini, ma dei luoghi, ridotti ormai al rango di patrie a-spirituali, di non-luoghi nei quali è possibile solo stazionare perché ogni aggancio alla possibilità del dimorare, ogni radice carnale e spirituale è stata espulsa. Questi luoghi, ormai completamente tramutati in territori di transito, in paesaggi fantasmatici e altamente standardizzati (si pensi, a titolo puramente esemplificativo, l’americanizzazione urbana dell’estremo Oriente post-bellico colonizzato) non sono solo luoghi fisici, ma luoghi dell’anima. Essi sono, innanzitutto, la lingua e i prodotti culturali in cui essa si esprime. La demolizione coloniale della terra è coestensiva alla svalorizzazione e sostituzione linguistica (si pensi alla lingua inglese come lingua del mercato unico globalizzato). Il pensiero, infatti, pur non identificandosi completamente con il registro linguistico in cui è espresso, riceve da questo struttura e direzione.
Lo sradicamento, allora, consiste innanzitutto nell’imporre il monopolio della propria grammatica e della propria sintassi. Così facendo, s’impone, conseguentemente, la propria configurazione categoriale e valoriale, il proprio particolare modo di abitare il mondo, la propria impronta assiologica.
Lo sradicamento coloniale, così come tratteggiato da Weil, sembrerebbe prefigurare l’avvento della globalizzazione. Tale fenomeno, infatti, lungi dal presentarsi come l’evento in grado di avvicinare le differenze culturali e di farle dialogare, ne ha prodotto, invece, la reductio ad unum. Lo sradicamento, in questo senso, appare come un violento riduzionismo che semplifica e riduce ad unità ciò che è costitutivamente complesso.
Ammantato dall’illusorio culto del progresso, imbellettato dal pretesto simbolico della diffusione dei diritti umani (si pensi a tal riguardo come Weil connette la nozione di diritto a quella di forza, valorizzando la priorità ontologico-assiologica del dovere), il neocolonialismo imperialistico si insedia dapprima nei meccanismi della lingua e poi nella produzione dell’immaginario. Esso si presenta, nell’orizzonte della secolarizzazione e della fuga degli dèi, come l’ultimo metallico residuo del sacro, come una nuova religione che, segretamente, lega tutti alla sua spietata immanenza. La transvalutazione di tutti i lavori profetata da Nietzsche, pensatore indigesto a Simone, non si è compiuta grazie all’avvento dell’oltre-uomo, ma in virtù del potere omologante e mefistofelico di un’entità extraumana ed extracoscienziale: la mega-macchina tecno-capitalistica e la sua dittatura impersonale dell’algoritmo.
L’analisi del colonialismo permette alla pensatrice di maneggiare un nuovo dispositivo teorico tramite il quale leggere gli eventi storici. Attraverso questo filtro concettuale intravedrà nella Chiesa stessa, nel cattolicesimo, la corresponsabilità dello sradicamento cui sono sottoposti i popoli. Tale invettiva contro il potere ecclesiastico troverà forma compiuta nella Lettera a un religioso. Qui Weil critica aspramente le missioni di evangelizzazione condotte in Africa, Asia, Oceania. Queste missioni, lungi dal disseminare il messaggio liberatore del Cristo, hanno introdotto soltanto il dominio della razza bianca. Ma il cristianesimo non solo ha insozzato il cuore pulsante della sua dottrina asservendosi al dominio della forza, ma, originariamente, lo ha fatto recidendo i fili che lo legano alle radici dell’Antichità, allo spirito greco nel quale è possibile leggere e rinvenire le tracce, i semi nascosti della buona novella di Cristo.
Il cristianesimo, questa la tesi centrale della pensatrice, rischia di morire perché non ha compreso di essere più vicino al platonismo e all’induismo di quanto lo sia all’ebraismo, la cui cifra filosofica è rappresentata dalla radicale e totale separazione dell’uomo da Dio. L’Europa stessa, dunque, è sradicata perché vive nella dimenticanza, nell’oblio della source greque. È estremamente interessante seguire la lettura che Weil dà della religione ebraica e, in generale, dell’idea dell’elezione divina, perché ci aiuta a comprendere lo sfondo religioso-messianico che, oggi, drammaticamente, sorregge il compiersi del genocidio del popolo palestinese. Weil è stata profetica nel porre in rilievo la violenza estrema di alcune pagine bibliche, in generale la concezione del divino dell’Antico Testamento, con il pieno dispiegarsi dell’impero della forza, con il suo concretizzarsi nel male storico dei totalitarismi. Simone, ovviamente, non aveva contezza del progetto coloniale del sionismo, ma indirettamente ne prefigura i drammi, i quali affondano le loro radici nell’idolatria tutta carnale della terra promessa.
Secondo la pensatrice, che in questo sembra posizionarsi nel solco dello gnosticismo di Marcione, il Dio di Mosè e di Giosuè non è il Dio che si è incarnato in Gesù di Nazareth. Nell’Antico Testamento, a parte alcune significative eccezioni, come Isaia, Giobbe, i Salmi, L’Ecclesiaste, Il Cantico dei cantici etc., emerge un concetto nazionalista di Dio, un Dio della forza, del dominio, e non il Dio straniero che soccorre lo straniero, la vedova, gli esiliati, ultimi. Questo Dio promette solo cose puramente temporali, come la terra che Mosè non fa in tempo a vedere. Vi sono, indubbiamente, numerosi passi biblici, specie di Isaia e Giobbe, in cui il Dio del Nuovo Testamento è già presente, come una sorta di latenza divina, ma l’impianto teologico generale della Bibbia appare radicalmente compromesso da un’estirpabile violenza metafisica, da un antropomorfismo inaccettabile.
Le critiche di Weil appaiono ferocissime, soprattutto se contestualizzate storicamente, all’interno del pieno dispiegarsi dell’orrore nazista, benché non potesse in alcun modo sapere delle camere a gas e della reale portata della Shoah. Eppure, alla luce della triste attualità, conservano una grande forza profetica. Come mostrato lucidamente da Ilan Pappé, l’occupazione coloniale della Palestina non comincia nel 1948, all’indomani della fine della Seconda guerra mondiale. Essa risale ai primi insediamenti del 1882, quando la Palestina era abitata da almeno seicentomila arabi, tra i quali settantamila cristiani. Questi abitanti erano i discendenti delle popolazioni giunte nella ragione nel VII secolo, oltre milleduecento anni prima.
Tra gli arabo-palestinesi, inoltre, vi erano i discendenti di popolazioni semitiche insediatesi in Palestina da millenni. I pionieri della colonizzazione sionista, Ben Gurion prima e Begin poi, quali perfetti eredi di un colonialismo europeo imbevuto di fanatismo messianico, ignorarono colpevolmente la complessità della realtà palestinese, il loro sacrosanto diritto all’autonomia e all’autodeterminazione, facendo proprio lo slogano vergognoso «Una terra senza gente per una gente senza terra». Uno slogano carico di violenza metafisica, sorretto dalla volontà di espulsione dell’altro. Questa ideologia, che oggi assume drammatiche fattezze, e trova la sua pericolosa incarnazione nelle figure di Smotrich, Ben Gvir e Netanyahu, affonda le sue radici in un biblicismo pericoloso, il quale non ha fatto veramente i conti con la violenza di alcune pagine del testo sacro che grondano ancora del sangue degli innocenti.
In accordo con le tesi di Mitri Raheb, autore dell’indispensabile Decolonizing Palestine. The Land, The People, The Bible, Simone Weil pone in luce il legame indiscernibile che congiunge il pensiero del divino e l’azione politica. Anche la teologia va decolonizzata, anche il significato che attribuiamo alla parola Dio va ripensato. Il Dio, di cui i sionisti si sentono i discepoli, è un idolo, un Dio-Forza creato ad arte per giustifica il culto esplicito del potere e della terra. Il Dio vero, il Dio che si abbassa, che abdica e rinuncia alla sua onnipotenza per amore dell’uomo, è il Dio sofferente che trova il suo luogo di rivelazione e di incarnazione nei volti, nella carne martoriata dei settantamila palestinesi trucidati da un regime fascistoide mascherato da democrazia.
12 aprile 2026
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