Oltre il disordine, Χάος.

 

Per noi, il caos è diventato il semplice dis-ordine: l’ordine nel quale prima riposavamo, venuto meno a causa di un imprevisto o di un fallimento dell’organizzazione, e che, aprendo un buco nella nostra esperienza attuale, soffoca, in misura maggiore o minore, il nostro presente. Pensiamo a quando ri-ordiniamo la nostra camera a soqquadro. Tutto ciò non ha nulla a che fare con il suo senso originario. 

 

di Benedetto Russo

 

 

La ruggine che divora i cardini di un cancello abbandonato, deformando il metallo. Il rumore di una folla in cui non si distingue più una sola voce. Le macerie di un casa che è crollata. Lo smarrimento di fronte a una diagnosi inaspettata. Il vuoto che resta dopo la fine di un amore. Lo sgomento di fronte a un sentiero che svanisce nel buio e la vertigine di un dubbio atroce che, nella notte insonne, ci lascia nudi di fronte all'abisso. Il pensiero odierno, guardando tutto ciò con timore e sdegno, ci ha abituato a chiamare tutto ciò “caos”, rendendoci del tutto incapaci di pensare autenticamente questa parola. Per noi, il caos è diventato il semplice dis-ordine: l’ordine nel quale prima riposavamo, venuto meno a causa di un imprevisto o di un fallimento dell’organizzazione, e che, aprendo un buco nella nostra esperienza attuale, soffoca, in misura maggiore o minore, il nostro presente. Pensiamo a quando ri-ordiniamo la nostra camera a soqquadro. Tutto ciò non ha nulla a che fare con il suo senso originario. Da καινειν ossia “essere aperto, spalancato”, esso non indica una semplice confusione ma quanto più quell’originario spacco che si spalanca, quell'iniziale aprirsi a partire dal quale tutto ciò che è, ossia l’essente, può avvenire come tale. È solo all’interno di questa apertura originaria che tutto ciò che è vita accade. Tutto ciò che è vita nasce dall’Aperto. Il fiore che si apre al sole per assorbine la luce e per permettere agli impollinatori di diffonderne il seme. Non a caso Lutero descrive il peccatore, chi è privo di crescita e realizzazione, come incurvatus in sé e pertanto incapace di orizzonte. È solo alzando il capo, dunque uscendo dal proprio cieco autoriferirsi, che può finalmente levare lo sguardo e avvertire il Cielo, sentendo la luce del Dio terribile.

 

Leggendo Hölderlin, Heidegger notava proprio questo: nel Χάος come tale si annuncia il Sacro e questo è terribile sulla terra. Venendo prima del determinato, ossia del mediato, il Χάος è l’immediato e, come tale, è inavvicinabile da parte del mediato che vi guarda. Il Sacro che quivi è custodito è dunque “salvo”, poiché integro, intoccabile. Ma il Χάος è anche il terribile, il quale avviene sulla terra nella crisi autentica. Essendo l’immediato che precede e racchiude il mediato, è in sé privo del determinato e per questa ragione al mediato, che ha in essi il proprio appiglio, appare come “confuso”. Essendo in-avvicinabile, priva la mediazione del fondamento, de-terrendo in questo modo, cioè togliendoci il terreno da sotto i piedi, il Sacro è dunque il terribile. Tuttavia, esso comprende il mediato non annullando, ma in modo da lasciarlo esistere, lo abbraccia. Dobbiamo pensare a un vecchio contadino che ha passato la vita a edificare muretti a secco per sostenere il proprio pezzetto di vigna. Per lui, quel muro non è un mero elemento materico, ma è il confine tra il suo lavoro e la natura, è l’ordine che permette al terreno di restare fertile, utile, produttivo. È il suo terreno esistenziale. Ma, in una notte di pioggia eccezionale, il muretto cede. Al mattino, l’uomo non ritrova più la sua geometria. Trova fango, pietre rotolate e la montagna che ha ripreso il suo spazio. Questo è il de-terrendo: l’esperienza brutale di sentire il suolo mancare. E questo è terribile. Il vecchio contadino prova la vertigine della crisi autentica, il disorientamento non è per la perdita economica, ma per il crollo del senso. Il suo ri-ordine non può avvenire, è vecchio e stanco, è sconfitto. Eppure, proprio nel fango in cui ora piange, il caos rivela il suo volto mite. Senza più il muro a fare da argine, lo sguardo dell’uomo è costretto, per la prima volta, a vedere la montagna per ciò che è: una potenza sacra, ovvero salva e integra, che non si lascia recintare. Ma se alza il capo ed ascolta sente il vuoto lasciato dalla frana, gli parla, gli insegna che la vita non è il muricciolo di pietra, ma lo sbadiglio della terra che, aprendosi, respira. Quel crollo è l’invito a smettere di chiuderci nel possesso chiuso ed incurvato della zolla particolare di cui ci sentiamo padroni, per aprirci a navigare l’Aperto. Accettando questa mancanza di suolo, che l’uomo cessa di reprimere il caos e inizia ad abitarlo. Il movimento decisivo è dunque passare dal lutto della terra all’avvenire dello spirito.

 

« Io vi dico: bisogna ancora avere un caos dentro di sé per partorire una stella danzante. »

 

Così Nietzsche, attraverso la figura di Zarathustra, riscatta il caos dalla condanna del mondo per consegnarlo alla sua originaria dimensione generativa. Bisogna (müssen), viene qui delineata un’imprescindibile necessità ontologica, la creatività come tale, ossia l’avvenire del nuovo, non è una modalità dell’ordine, dello stabilito, ma è la chiamata davanti al vuoto. Senza il Χάος, la generazione è preclusa. L’avverbio “ancora” (noch) è un monito contro la civilizzazione estrema e il dominio della tecnica, che satura ogni spazio. In questo scenario siamo chiamati a preservare il Sacro, ovvero ciò che, nel suo mistero, è salvo dall’utilità. Se l’uomo si riempie di risposte e istruzioni, non ha più spazio per l’evento aurorale. Qui abita il Χάος. Custodito dentro di sé (in sich haben), non dissimulato o represso con malafede, va autenticamente vissuto nel crollo di noi stessi. All’interno del Χάος generativo si dà il vero sorgere del nuovo: il partorire (gebären). Il parto è un atto viscerale che rompe e lacera, separando. La nascita richiede un’unità che si rompe, e il Χάος é il liquido amniotico di questa rottura. Ciò che nasce è la stella danzante (tazenden Stern). La forma che emerge dall’informe, il possibile che si leva dall’aorgico. Non è un oggetto materico, grave e statico, fra gli altri. È luce: la grande opera nascente. Il nostro sapere critico come avvenire. Questa però, lungi dal terminare in un immobile stare, si rivela motilità, dinamismo, vita. Il muoversi di cui si muove è il danzare. Se l’ordine del contadino era la staticità ordinaria, nella misura in cui credeva che la vita potesse essere recintata dal muricciolo, o l’immobilità tragica della caduta, la danza è la celebrazione della natura fluida e trasformatrice della vita. Nella danza il rapporto con il terreno è completamente diverso, il piede tocca il suolo solo per spingersi verso l’alto. Ha imparato la leggerezza. Il superamento della vertigine è l’abbandono dei valori reificati, per accettare con coraggio la sfida della notte. Smettendo di subire per iniziare a creare, è il giorno dello spirito che accetta lo spalancarsi all’immenso. Urla Calaf nella Turandot: 

 

« Dilegua, o notte! Tramontate, stelle! All’alba vincerò! »

 

Tramontati rifugi che ci rendono sterili, l’uomo va oltre al buio in cui è immerso per affermare il giorno. Vincere all’alba è nascere allo “spacco”: smettere di incurvarci in noi stessi per aprire finalmente il nostro orizzonte. Pensare il caos come inizio, avere il coraggio di guardare l’abisso per scoprire che, proprio nel momento in cui non c’è più nulla a cui aggrapparsi comincia la nostra libertà. 

 

7 marzo 2026