"L'erotismo è una delle basi di conoscenza di sé." (Anaïs Nin)
Questo testo nasce come un esercizio di attraversamento: non un trattato esaustivo sull’Eros, ma un cammino fatto di lampi, deviazioni e ritorni. L’intento è quello di osservare l’Eros così come vive oggi nell’Occidente contemporaneo, tra sfinimenti morali, metamorfosi identitarie e nuove forme di intimità. Le sezioni che seguono non procedono in linea retta: sono frammenti che si addensano e si disperdono, quasi stazioni di un itinerario psichico e culturale da percorrere senza fretta. Vanno lette come superfici di riflessione, come gesti di diffrazione, come tentativi di dilatare i confini del tema. La loro prospettiva è plurale: attinge alla psicologia junghiana, alla filosofia, alla critica sociale, all’antropologia del corpo e alle risonanze spirituali che l’Eros porta con sé anche quando cerchiamo di ignorarle. Ogni passaggio è un invito a sostare, a osservare, a lasciarsi provocare. In questo mosaico discontinuo, il lettore potrà trovare non una dottrina, ma un campo aperto in cui pensiero ed esperienza si incontrano e si trasformano.
di Mario Magini
Brevissima storiografia dell’Erotica Occidentale: apparato di controllo
Per secoli intere civiltà – spesso più raffinate o coraggiose della nostra – hanno saputo accogliere il desiderio come parte legittima dell’ordine simbolico, religioso e sociale. Alcune arrivavano persino a trasmettere tecniche, rituali e conoscenze dell’amare, come si tramanda un rito sacro, come si tramanda un gesto di passaggio, come si insegna un’evocazione sciamanica, come si dona un’arte. Nel XIX secolo, epoca della formazione dello stato borghese, il panorama letterario è attraversato da un’ondata di testi che uniscono erotismo e confessione, ma soprattutto nasce una vera ossessione per il perturbante e per il terrifico: figure meccaniche, resti anatomici dotati di autonomia, apparati senz'anima che però sembrano pensare. Da Mary Shelley a Poe fino a Hoffmann, il brivido non nasce tanto dal sangue, quanto dal fatto che qualcosa che avrebbe dovuto essere privo di coscienza si muove, ci guarda, desidera. L’impulso sessuale, l’impuro sessuale, emerge dai gorghi della carne e dallo spirito caldo dell’essere vivi, pulsanti. In quell’epoca, tale “creatura” - sovente desiderosa o di uccidere o di stuprare (come gli schiavi al servizio delle case nobiliari olandesi, francesi e delle americhe) - è associata alle educande che, tessendo e filando accanto la zia zitella e devota la Fede, stringolo le cosce ritmicamente pensando al figlio del fattore o a “sposare” un ricco commerciante di spezie o cotone; è in relazione ai bambini, in età pre adolescenziale, che vengono fatti dormire fasciati con le mani lungo i fianchi, così che non commettano atti indecenti nella notte e non macchino il lenzuolo; è grandemente richiamata alla connivenza di donne di malaffare, quasi sempre coi capelli rossi e un trucco mascherante, che di notte vendono il loro corpo, spargendo scolo, sifilide, gonorrea (metafore della punizione divina) e che vengono poi o uccise in modo truculento o muoiono pazze, gonfie di pus, in sanatori dove criminali, figli illegittimi ed eccentrici stanno tutti in un unico stanzone. La Potenza e Libertà di Eros terrifica l’Occidente, lo ha sempre fatto, sempre lo farà, mettiamoci l’anima in pace almeno noi. Come un demone evocato da un monaco pervertito in qualche surrogato di racconto gotico, ambientato magari in Italia, tra la Toscana e la Puglia, esso prende vita e “viene a cercare” come la creatura mostruosa di Frankenstein. Viene a chiedere conto. Una simile fascinazione, figliastra degenerata del barocco e del grottesco settecentesco, non avrebbe probabilmente turbato un uomo dell’antichità classica. Perché? È evidente che tra quei due mondi è avvenuta una metamorfosi radicale. Se accettiamo quanto riportano Aristotele e Artemidoro sulla condizione degli uomini liberi e degli schiavi, dobbiamo dedurne che i greci non si pensavano affatto come entità centrali, intese nel senso moderno di identità autocosciente, come noi usiamo dire “io”. Per toccare con mano quanto siamo, oggi, noi europei, lontani da quella consapevolezza collettiva, basterebbe immaginare questo: l’effetto comico, scandalizzato o grottesco di un uditorio istituzionale ad un ministro che presentasse – in parlamento – una relazione ufficiale sui benefici emotivi dell’autoerotismo o sulla necessità di finanziare percorsi scolastici dedicati alla relazione analitico-esistenziale tra ansia e piacere orgasmico. Il nostro tempo, addomesticato dalla pratica delle percentuali, dei rapporti ufficiali, delle presentazioni in PowerPoint, preferisce un set di istruzioni dal taglio clinico: si insegna come applicare un profilattico, si elencano tecniche per evitare contagio e gravidanze indesiderate, si sensibilizza al consenso, ai legami emotivi e ai percorsi di transizione medico-farmacologica. Intorno si muovono, in una sarabanda di claudicante ecumenismo laico, politici, sacerdoti, giornalisti, opinionisti professionisti della sessualità, riletture psicoterapeutiche, farmaci dell’eccitazione, app per accoppiamenti rapidi e un intero mercato di dispositivi che promettono – a colpo sicuro – il tanto agognato trittico della noia erotica borghese contemporanea: incontro/prestazione/gratificazione. Eppure, sullo sfondo, non si dissolve la questione identificata da Sigmund Freud, prima, e Michael Foucault, dopo, ovvero: una morbosa attrazione della nostra epoca non tanto nella carne, nel godimento di essa, quanto nel fantasma di una rivelazione assoluta a tutto vantaggio del nostro Ego e Autostima, che crediamo celata nell’argomento “sesso”, ma non nell’atto volitivo ed edonistico del fare sesso, della copula in sé. Questa peculiarità moderna voglio definirla Voluptas Conversa (letteralmente: piacere retrovertito, movimento che manca l’oggetto e torna a chi lo ha principiato). Con questo termine non solo voglio definire un erotismo che nega l’incontro libero, consapevole, giocoso, edonista, fecondo con l’altro, ma anche uno svilimento e addomesticamento totale dell’Erotismo come forza primigenia e atto di insurrezione esistenziale. Non politica, ma esistenziale, come azione individuale di affermazione assoluta verso la Vita, con la Vita, per la Vita, in Eros.
Questo svilimento ed addomesticamento totale dell’Eros ha avuto il suo più laido e pervertito compimento nella trasformazione in un set di azioni, in una pretesa conoscitiva nata dal connubio ambiguo tra disciplina scientifica ottocentesca (il corpo macchina) ed eredità etico-religiosa europea (il corpo come bestia peccaminosa da contenere). La società occidentale europea, e poi quella degli yankee, ossessionata dal dover controllare il corpo erotico, si è messa, di buona lena, ad estrarre dal corpo emotivo, relazionale e genitale una sorta di verità ultima, sanitaria, psichica, biologica e identitaria, valida per definire tanto il singolo quanto l’intera specie. Imbrigliando il Corpo, ed Eros, in un nuovo puritanesimo repressivo, castigante, sorvegliante, pregno di senile invidia e di ipocrita ostinazione. Sul versante istituzionale, questa modalità destrutturante-analitica ha trasformato eros e il desiderio di eros in un terreno di veridizione, sempre più oggettivato e fondato sulla prova. Nella pratica della vita quotidiana, invece, ha spinto l’esperienza erotica a ripiegarsi in una sfera privata, introflessa e autoreferenziale, destino simile a quello toccato al lutto (la Morte, Thanatos) e alle socialità collettive (l’incontrarsi, il festeggiare, il celebrare, il conoscersi dal vero), entrambi un tempo pubblici, ora relegati alla dimensione domestica, solipsista, cibernetica, e psicologizzata allo stremo (spesso con l’uso, improprio, di termini tecnici dell’ambito analitico quali: depressione, manipolatore, ADHD, abuso, violenza, trauma). Sembra la barzelletta del contrabbandiere che passa tutti i giorni la dogana spingendo una carriola, mentre i doganieri, convinti che il contenuto sia il segreto, non si accorgono che il vero oggetto trafugato è la carriola stessa: ci viene detto che la libertà sessuale è questione di scelte individuali, mentre l’individuo come forma culturale è ormai un prodotto seriale, standardizzato, che consuma e si offre al consumo e rigidamente normato da questa nuova evangelizzazione ossessiva di percentuali, testimonianze, interviste, confessioni, coming out, denunce, reportages, ecc. In tale scenario non sorprende che, nella società che si proclama emancipata e plurale, massificazione e alienazione sopravvivano come ultime esperienze collettive condivise, quasi fossero i soli spazi di appartenenza rimasti a difesa dell’isolamento soggettivo. In tutto questo l’Eros non è mai nominato, non è mai nemmeno accennato, non è mai cercato, figurarsi se sperimentato.
Brevissima storiografia dell’Erotica Occidentale II: Eros anestetizzato e al guinzaglio
Laddove Eros dovrebbe irrompere come una corrente che scardina ciò che credevamo di sapere su noi stessi, oggi incontriamo invece un apparato di vigilanza interiore fatto di metriche, reputazione, protezioni e narcisismo igienico. La cultura del risultato ha preso possesso perfino della sfera del desiderio: il godimento è valutato attraverso un output anziché attraverso una trasformazione. Questo scambio silenzioso ha creato un ecosistema di sostituti funzionali, una specie di sesso ortopedico della psiche. La prestazione è il primo surrogato: il corpo diventa un attrezzo da palestra psicologica, monitorato come un dispositivo da ottimizzare. Il piacere smette di essere esperienza e si converte in compito: occorre «fare bene», «fare abbastanza», «fare meglio di prima», «fare almeno come gli altri». Perché anche nel letto, oggi, esiste una forma di mercato. La prestazione trasforma il desiderio da terremoto in esame, da combustione in curriculum. Il paradosso è evidente: ciò che ha bisogno di abbandono si ritrova trattato come una gara di apnea. Un secondo surrogato è la resilienza, parola oggi usata come una specie di vitamina per l’anima. Resilienza significa capacità di resistere e riorganizzarsi dopo il trauma; ma cosa succede quando viene invocata prima dell’esperienza, come vaccino erotico contro la vulnerabilità? Eros non cerca i resistenti: cerca i penetrabili, gli attraversabili, gli incrinabili. La resilienza come dogma impedisce alla frattura di diventare apertura. È come fare l’amore con un vestito antiurto: non ti spezzi, ma non tocchi davvero. Poi arrivano le conferme: desiderare diventa una richiesta continua di feedback. “Dimmi che sono amabile, dimmi che sono sufficiente, dimmi che sono migliore di quel che temo.” La relazione si riempie di micro-domande identitarie e ogni atto erotico diventa una prova di esistenza personale. Il desiderio si contrae e si riduce a specchio: non si desidera più l’altro, ma il riflesso che l’altro restituisce. Non si sfiora la pelle, si sfiora la reputazione emotiva. In parallelo agisce la validazione, un anestetico collettivo. Non basta più sentire: occorre che ciò che si sente sia approvato, riconosciuto, catalogato come sano. Ma la vitalità di Eros è sempre stata eccedenza, deriva, sbavatura dell’anima. Se il piacere deve passare per il tribunale del consenso sociale e psicologico, si trasforma in LinkedIn sentimentale: una carriera di felicità protocollare. Infine, il più subdolo dei surrogati: il bias cognitivo confuso per verità spirituale. Il cervello, spaventato dall’imprevedibilità erotica, reinventerà qualsiasi interpretazione pur di tenerci al sicuro dal reale. Raccontiamo storie per non sentire: “se godo troppo rischio di dipendere”, “se mi espongo verrò ferito”, “se mi perdo non mi ritroverò”, “se mi spoglio della mia immagine non sarò più nessuno”. Sono paure legittime, ma diventano tiranni quando si mascherano da ragione. Questi surrogati non cancellano Eros, lo addomesticano. Lo legano con corde di senso e gli chiedono di comportarsi con dignità istituzionale. Quando il desiderio viene filtrato, sterilizzato, medicalizzato, la carne diventa un avatar e il contatto un dispositivo di protezione. Tutto profuma di igiene: la pelle, invece, chiede febbre. La conseguenza è un erotismo che non accade più, ma viene messo in scena. È uno spettacolo ben illuminato, corretto, inclusivo delle linee guida psicologiche, ma privato della follia sacra dell’incontro. Ciò che dovrebbe rendere vulnerabili viene trasformato in comfort zone certificata. Eppure, il corpo non mente: conserva nei suoi silenzi una nostalgia antica. Una nostalgia di essere più che un profilo, più che un curriculum emotivo, più che un nome salvato in rubrica accanto a un cuore e a un’emoji. Nostalgia di tornare scoperti, non semplicemente nudi. Nudi si è senza vestiti, scoperti si è senza difese. Eros, ogni volta che prova a rientrare, non chiede spettacolo, chiede detonazione. Il suo vero campo non è la conferma identitaria ma l’imprevisto della trasformazione. Non vuole che tu sia pronto: vuole che tu sia vero. Proseguire su questa linea significherebbe progettare una sorta di nuova alfabetizzazione erotica: non un ritorno alla bestialità, ma un ritorno al mistero. Una rieducazione alla disponibilità corporea senza possesso, all’esperienza senza voto, al contatto come grammatica del pensare. È lì che la domanda cambia registro: non “chi gode?” né “chi merita?”, ma “chi diventiamo quando tocchiamo e siamo toccati?”. L’Eros contemporaneo sembra diventato un surrogato decaduto (in senso chimico) di se stesso, un integratore emotivo da assumere quando il vuoto pretende una rapida anestesia. È trattato come un servizio al dettaglio, addomesticato in protocolli di sicurezza, performance e autovalutazione narcisistica. Si preferiscono app e filtri alla vertigine dell’incontro, come se la pelle avesse bisogno di password e non di febbre, di calore. Nella cultura della vetrina, il corpo è marchio, non mistero; esposizione, non epifania. Eros invece nasce come irruzione, scompiglio, disobbedienza dei confini psichici e carnali, ma oggi gli viene chiesto di comportarsi da bravo impiegato emozionale. Non nominarlo significa sterilizzarlo, trasformarlo in un lato B dell’intrattenimento. Così il desiderio, invece di scuotere, produce copie e protocolli, fino a consumare corpi scollegati dalla propria anima, come protesi in affitto. Eros resta lì, clandestino, pronto a incendiarsi appena qualcuno diserta lo spettacolo e torna a sentire. Da questo punto potrebbe aprirsi l’altra parte del discorso: il recupero del corpo come sistema di conoscenza e non come vetrina di prestazione.
Cosa è Erotico?
Erotico è l’atto di scoperta individuale, personale, intimo e relazionale di ciò che conferisce piacere e in qualche modo trasgredisce – trae oltre e traduce, dall’etimo – alla norma interiore o sociale. Piacere al corpo, certamente, alle zone erogene, nemmeno a dirlo, ai genitali, ovvio ma anche alla mente, al pensiero, alle sensazioni, alle emozioni, al “passaggio all’atto” in una sequenza di scelte che schiudono l’alveo caldo e vellutato della piacevolezza. Da soli o con un’altra persona. Ho tratteggiato tutti questi livelli, assieme al corpo, perché l’Erotismo senza un processo di mentalizzazione, di consapevolezza scevra dall’inibizione, è solamente un atto livido e tenue di onanismo esistenziale o una condizione di ricerca di conforto nel corpo dell’altro senza gioia, senza quella esuberanza sfrenata che troviamo nell’urlo eccitato delle Baccanti di Euripide. Cosa é Erotico? Erotico è tutto ciò che di bello accade nella testa di due persone. Prima che davvero succeda qualcosa. Ed è già tantissimo. Chi vuole essere nell’Erotico lo sappia bene, senza troppi giri di parole. Nell’Eros prima bisogna essere Eretici, poi Eroici e poi infine, come gran succoso e potente premio al proprio gagliardo slancio, si giunge all’Erotico. Erotismo è il processo che conduce alla scoperta del piacere ed a sperimentare pienamente, liberamente, consapevolmente, sanamente il piacere. In ogni sua possibile forma e condizione. Da soli, o osservando, o essendo osservati; o alludendo, oppure cogliendo un lembo di disponibilità o richiamo altrui; anche il sapere che ci si può dare, o che l’altra persona già vorrebbe, è erotico perché è il gesto anticipatorio al godimento, al permesso esplicitato del “sì, con te io voglio, dobbiamo solo trovare il momento…!”; o assieme, in due, in tre, in quanti s'è capito si vuole. Per un istante, per un momento, per un abbastanza – come fosse un bicchiere di buon vino bevuto per la prima volta – o, anche e perché no, allo sfinimento con il fiato spezzato che, grato ed avvinto, chiede dolcissima pietà e un momento per riaversi. Erotico è il gesto del piacere consapevole, che perfettamente ci nutre, oltre un limite precedentemente stabilito. Se l’Erotismo avesse un suo motto, io stabilisco ora che sarebbe questo: Supra et Ultra. “In Avanti e Salendo”.
1 marzo 2026
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