L'essere umano ha di fronte la possibilità di estendere le proprie potenzialità grazie all'avanzamento tecnologico. Non si porta avanti l’idea di una necessaria evoluzione transumanistica, ma della necessità di un adattamento all’ecosistema digitale attuale.
Oltre la nostalgia digitale
Le letture più critiche nei confronti dell’ecosistema digitale, dalla società dell’angoscia di Han, alla tecno-ansia di Costa, tendono a interpretare la trasformazione in atto attraverso specifiche categorie emotive quali ansia, trasparenza o alienazione dell’Altro. Lo stesso Han, forse l’autore maggiormente sensibile agli effetti sociali del progresso tecnologico, ha criticato la stessa fenomenologia del digitale, che sostituisce la comunità in una pluralità slegata di singolarità nomadi digitali, paventando la costruzione di un colossale sistema di controllo preventivo sulle coscienze, spingendo la biopolitica ad evolversi in direzione di una psicopolitica. Pur cogliendo aspetti rilevanti della condizione contemporanea, esse finiscono spesso per inscrivere tutto quel che inerisce al digitale all’interno di una cornice piuttosto nostalgica, come se la rivoluzione tecnologica fosse un incidente della storia anziché uno dei principali ambienti entro cui la soggettività si costituisce.
L’alternativa non consiste nell’opporre un modello alternativo all’infrastruttura digitale, ma nel comprendere come quest’ultima ridisegni concretamente le possibilità di esperienza e di azione. Parafrasando Floridi (nel suo Pensare l'infosfera), la rivoluzione digitale ci costringe a modificare il design stesso della riflessione filosofica. Di conseguenza, appare anacronistico far finta di nulla oppure opporre una resistenza preconcetta. Bisogna adattarsi al cambiamento, non cercare di resistergli. Sebbene sia indubitabile che un processo di adattamento comporti inevitabilmente la perdita di qualcosa, pare anche evidente come l’evoluzione sulla spinta dell’innovazione tecnologica accompagni da sempre la storia umana. Sotto un certo aspetto si può, infatti, anche asserire che la condizione umana sia da sempre potenziata dalla tecnologica (come proposto da Bertolaso e Marcos in Umanesimo tecnologico), e questo senza che si ponga un serio problema di evoluzione umana in senso postumano. A dispetto di una certa moda culturale coeva in virtù della quale l’uomo sarebbe antiquato ed andrebbe “potenziato” per mezzo di strumenti tecnici, non si sostiene qui una direzione in tal senso: non si porta avanti l’idea di una necessaria evoluzione transumanistica, ma della necessità di un adattamento all’ecosistema digitale attuale. Adattarsi non significa solamente perdere, ma anche guadagnare qualcosa in termini di qualità della vita.
Per comprendere questa dinamica di guadagno, occorre ribaltare la prospettiva comune. Se assumiamo come punto di partenza la conoscenza del funzionamento delle infrastrutture che mediano la nostra presenza nel mondo, il digitale smette di apparire come una minaccia alla soggettività. Esso si rivela, piuttosto, come un dispositivo che consente di estenderne le condizioni di esperienza e di azione.
Il "doppio" come estensione onlife
D’altro canto, se assumiamo come punto di partenza la conoscenza del funzionamento delle infrastrutture che mediano la nostra presenza nel mondo, il digitale non appare come una minaccia alla soggettività, bensì come un dispositivo che consente di estenderne le condizioni di esperienza e di azione nel mondo.
In altri termini, l’ecosistema digitale non dematerializza il soggetto, ma ne amplia il raggio operativo, consentendo di esperire e agire in una dimensione ibrida in cui la continuità tra mondo fisico e mondo algoritmico diviene strutturale. Per Domingos (in L’algoritmo definitivo), ad esempio, la proliferazione e il correlativo trattamento dei dai personali, frutto dell’interazione da parte dei soggetti con l’ecosistema digitale che cabla l’intero globo, mette nelle condizioni di creare delle copie digitali di noi stessi che possono operare in parallelo e in continuità con la nostra dimensione strettamente fisica. In un articolo posteriore, Domingos stesso ribadisce la bontà di questa idea, precisando come il doppio non sia un fantasma digitale dei soggetti in carne ed ossa, ma un’estensione operativa sempre sotto il controllo di questi ultimi. In altri termini, pur non aderendo alla prospettiva tecnottimista di fondo, l’ecosistema digitale estende la soggettività nei termini di una distribuzione estesa operante al confine tra online ed offline. Come sostiene Floridi, oggi agiamo online ma gli effetti sono offline, secondo la fortunata locuzione “onlife”.
In questo senso, allora, il “doppio digitale” non è una copia del soggetto, né tantomeno un suo sostituto, quanto, e piuttosto, la manifestazione di una soggettività distribuita che articola funzioni cognitive e pratiche attraverso processi di delega e coordinamento nello spazio digitale.
Questa è l’idea generale, rimandando ad altre sedi la più puntuale riflessione circa l’effettuazione pratica della stessa. Ma sulla base di ciò, diviene importante riflettere conseguentemente su un’etologia che tenga conto dei tempi. Il problema decisivo, allora, non è stabilire se il digitale ci alieni o ci liberi, ma se saremo in grado di sviluppare forme di consapevolezza adeguate alla nuova infrastruttura dell'esperienza.
Per un'etologia del XXI secolo
La questione del XXI secolo non è stabilire se il digitale ci alieni o ci liberi, ma se saremo in grado di sviluppare forme di consapevolezza adeguate alla nuova infrastruttura dell’esperienza e dell’agentività. La sfida non è tecnica, quanto piuttosto etologica, e segnatamente riguarda la capacità di elaborare pratiche che preservino la continuità esperienziale, l’orientamento attentivo nonché l’autonomia riflessiva all’interno di ambienti cognitivamente saturi. A dispetto di un certo atteggiamento negativo, piuttosto trasversale in ambito filosofico, non si tratta di immaginare scenari apocalittici di sostituzione dell’umano, né di contrapporre l’uomo alle macchine o una fagocitazione da parte di queste ultime secondo immaginazioni transumanistiche, ma di comprendere come il soggetto tecnicamente mediato possa ampliare il proprio repertorio operativo senza rinunciare alla propria iniziativa, ossia al suo ruolo, alla sua responsabilità, al suo giudizio critico e morale. Da un certo punto di vista si tratta di partire da Wiener per superarlo: non è semplicemente l’accettazione di uno stato di cose, ma anche di riprendere il controllo sull’ecosistema digitale e sul fatto che ne subiamo certamente la mediazione ma possiamo ancora esercitare un ruolo umano al suo interno.
In questa prospettiva, l’estensione digitale non rappresenta un inganno né un artificio, ma un passaggio che richiede tanto lo sviluppo quanto l’implementazione di forme nuove di responsabilità e di auto‑comprensione. Il “doppio digitale”, quindi, non è una copia della soggettività, ma la manifestazione di una soggettività distribuita che articola funzioni cognitive e agentive attraverso processi di delega, coordinamento e anticipazione algoritmica. Esso rende visibile la trasformazione in atto: l’emergere di un soggetto onlife, capace di operare simultaneamente nel mondo fisico e in quello digitale. E ciò nonostante che comporti un impegno cognitivo e personale ben diverso da quello privo di un dato contesto tecnico. Ma viviamo immersi all’interno di questa cornice; di conseguenza, proprio per il nostro stesso bene, è quantomai opportuno che si affronti la situazione.
La costruzione di un’etologia dell’umano all’altezza dell’ecosistema digitale è il compito teorico e pratico che ci attende. Solo assumendo la mediazione tecnologica come condizione strutturale dell’esperienza contemporanea sarà possibile elaborare pratiche adeguate alle nuove forme di soggettività distribuita proprie dell’ambiente onlife.
Volendo concludere prendendo in prestito le parole di Floridi, ci attende molto lavoro.
7 luglio 2026
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