L’assurdo come devianza: una lettura sociologica di Camus

 

La storia di un uomo condannato a morte non tanto per un crimine, quanto per la sua radicale incapacità di dare un senso alle regole del mondo.

 

di Gabriele Ristallo

 

 

L’agire e il suo senso

 

Meursault è il protagonista de Lo straniero di Albert Camus che rappresenta un caso esemplare per una lettura sociologica dell'assurdo. Meursault sopravvive all’interno della società ma non vive, sente ma non ascolta, guarda ma non osserva. Lo stesso protagonista non cerca qualcosa nel suo ciclo vitale ma agisce per inerzia e perché percepito nello spazio e nel tempo.

 

Ma se, come afferma Max Weber, per agire «sociale» si deve intendere un agire che sia riferito – secondo il suo senso, intenzionato dall'agente o dagli agenti – all'atteggiamento di altri individui, e orientato nel suo corso, in base a questo, allora, ogni azione di Meursault non può essere considerata priva di significato ma, al contrario, essa si inserisce pienamente nel campo del sociale, pur presentando una particolarità decisiva: il senso che la attraversa non coincide con quello atteso, cioè con un'aspettativa riflessiva.

 

Meursault lavora, intrattiene relazioni e risponde alle situazioni quotidiane senza opporre resistenza, come forma attiva dell'agire stesso dove sono gli altri ad agire contro di lui, mentre egli non agisce contro gli altri. Tale conformità resta superficiale giacché non implica una reale adesione al senso attraverso cui gli individui attribuiscono significato alle proprie azioni e regolano il riconoscimento reciproco. È proprio qui che si apre una spaccatura.

 

Per descriverla è utile rifarsi al concetto di anomia ma non nell'accezione strettamente durkheimiana – intesa come assenza di norme – ma nella riformulazione fatta dal sociologo Robert King Merton dove l'anomia emerge quando tra le aspettative culturali che una società impone ai propri membri e i valori che il soggetto effettivamente interiorizza, si apre uno scarto strutturale, ovvero una risposta alle incongruenze della struttura sociale. Meursault non respinge le norme né le trasgredisce apertamente ma non le assume come criteri di orientamento. Il risultato è una forma estrema di conformismo privo di partecipazione che rende le sue azioni difficilmente interpretabili all'interno dell'ordine condiviso. Ciò che emerge è un disallineamento tra il senso soggettivo dell'azione e il sistema di significati socialmente riconosciuti.

 

 

Il funerale e la sua devianza

 

Tale frattura si manifesta per la prima volta nel funerale della madre. L'apertura stessa del romanzo – «Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so» – inserisce immediatamente una distanza rispetto alle aspettative sociali legate al lutto. Meursault non è estraneo ma straniero e partecipa al rito funebre nella sua completezza: si reca all'ospizio, veglia il corpo della madre e segue il corteo funebre.

 

Da un punto di vista formale il suo comportamento è conforme a quella che Weber definirebbe un'azione tradizionale orientata alla consuetudine, ma ciò che manca è la compartecipazione ai sentimenti che danno senso a quelle pratiche. Il funerale è uno spazio sacro in cui la collettività si riafferma di fronte al concetto di morte; la condotta di Meursault lo attraversa come un profano inconsapevole. Non si tratta di un'infrazione esplicita quanto piuttosto, come già detto, di una mancata corrispondenza tra comportamento e aspettativa. Meursault compie i gesti richiesti senza abitarli di significato e se ne estranea rimanendo indifferente a qualsiasi cosa gli capiti.

 

Ma è qui che lo sguardo sociale non si limita a registrare l’azione ma ne valuta la coerenza rispetto al sistema di significati condivisi. Meursault diventa incomprensibile perché non offre agli altri i segni necessari per essere riconosciuto come soggetto adeguato e questa incomprensibilità produce già, in forma allusiva, una prima sanzione collettiva che man mano nel processo – visto che il protagonista si macchierà di omicidio – verrà resa esplicita e formalizzata.

 

Il processo come produzione di colpa

 

Nel processo, infatti, ciò che nel funerale appariva come scarto implicito diventa oggetto esplicito di giudizio a partire dall’udienza preliminare con il giudice istruttore fino ad arrivare al vero e proprio procedimento giuridico. La Corte non sembra giudicare tanto l’atto omicida in sé quanto costruire e valutare la condizione complessiva di Meursault.

 

Nel corso del processo l’attenzione si sposta progressivamente dall’atto compiuto alla condotta precedente: «» ha gridato a pieni polmoni, «accuso quest’uomo di aver seppellito sua madre con cuore di criminale.» Il pubblico ministero pronunzia così, come un banditore in piena piazza, l’accusa nei confronti del protagonista per l’atteggiamento tenuto al funerale della madre, per l’assenza di dolore e l’indifferenza mostrata nelle relazioni. Tutti questi elementi, che in sé non costituiscono un reato, vengono reinterpretati come indizi morali e segnali di una personalità deviante dalla collettività. In tal modo il tribunale non giudica soltanto un fatto giuridico ma eminentemente sociale con il tentativo di ricostruire l’identità collettiva con la repressione del deviante.

 

In questo senso il processo non accerta una colpa ma la produce. Come osserva Howard Becker,

 

« la devianza non è una qualità dell'atto commesso da una persona, ma piuttosto una conseguenza dell'applicazione, da parte di altri, di norme e sanzioni nei confronti di un "colpevole": il deviante è una persona alla quale questa etichetta è stata applicata con successo. »

 

Meursault non era un criminale prima dell’udienza ma lo diventa attraverso di esso. Il suo vero peccato agli occhi del tribunale è l'incapacità di aderire al linguaggio condiviso del senso. Anche l’omicidio commesso da lui stesso è di natura estranea, priva di carica morale.

 

Ed è qui che scorgiamo anche il fragile rapporto tra legge e diritto, dove possiamo trovare – per esempio nei mores – determinate condotte socialmente accettate che costituiscono un sistema di aspettative condivise che orientano il comportamento degli individui. Il diritto, invece, dovrebbe limitarsi a garantire i diritti dell’individuo indipendentemente dalla sua conformità a tali aspettative. In Meursault questa distinzione tende a venir meno perché la pena che ne deriva si inserisce in una logica più ampia e completa dove non è solo la sanzione attuata in una violazione di un determinato precetto, ma di una riaffermazione di un ordine sociale che deve essere per l’appunto ricostruito. La società, attraverso lo Stato, ristabilisce i confini del significato legittimo escludendo ciò che non può essere ricondotto a esso.

 

È in questo contesto che si comprende il significato più intrinseco della punizione che gli viene inflitta: la condanna a morte. Essa rappresenta la forma più estrema di razionalizzazione della violenza – in cui la legge che dovrebbe limitare il potere politico ne oltrepassa i confini – diversamente dall’assassinio individuale che può essere orientato allo scopo razionale o determinato da un impulso affettivo, si configura qui come un potere burocratico che pretende di fondare il proprio senso sull’ordine stesso che difende.

 

Inoltre, resta anche la questione temporale: mentre l’assassinio individuale è immediato, la pena di morte introduce un limbo dove il tempo si deforma perdendo così ogni misura. I giorni diventano anni, i secondi si estendono in una durata indefinita e l’individuo, in qualche modo, è già morto prima dell’esecuzione stessa. Le funzioni fisiologiche rimangono ma è l’attesa che tortura la mente e ogni possibile percezione, anticipando ogni gesto nella sua fine ma, allo stesso tempo, egli è libero proprio perché imprigionato nella piena assurdità. E mentre il tempo passa, Meursault prende coscienza dell’ostilità che lo circonda e, più radicalmente, dell’assenza di una reale libertà, poiché «nessuno sa ancora chi, in futuro, abiterà in quella gabbia […] o se avrà luogo una sorta di pietrificazione meccanizzata». 

 

Ma ora Meursault sa e, parafrasando Camus nel Mito di Sisifo, dobbiamo immaginarlo felice.

 

 

14 giugno 2026