Decostruzione e ricostruzione del Sé, l’egocentrismo come soluzione fondante

 

La vita è un atto di egocentrismo? La maggior parte dei nostri sforzi e sacrifici ha lo scopo di migliorare la nostra condizione sociale, fisica ed economica. La speranza verso questo miglioramento è sinonima di volere bene a sé stessi? Se la speranza verso questo miglioramento fosse genuina, com’è che permane la compatibilità al “Scegliete la vita” di Boyle?

 

di Davide Cappello

 

 

Nell’inverno del 96’ esordisce nelle sale cinematografiche la pellicola scozzese firmata Danny Boyle “Trainspotting’’, destinata fin da subito a divenire emblema, tanto quanto la colonna sonora degli Underworld che l’accompagna, di una condizione esistenziale singolare e controversa, in grado però di venire percepita, ed in parte compresa, anche dal grande pubblico. Il film racconta la vita di cinque giovani amici scozzesi nel loro affacciarsi alla vita adulta, fatto di relazioni effimere ed inconsistenti, di lavori saltuari, di espedienti e piccole truffe per arrivare a fine mese e per potersi pagare i vizi dell’alcol e della droga, in particolare l’eroina. Proprio il problematico rapporto dei ragazzi con l’eroina sta al centro della narrazione, come già lasciato intuire dal celebre monologo “Scegliete la vita’’ recitato da Renton, il protagonista, all’inizio del film: 

 

« Scegliete la vita, scegliete un lavoro, scegliete una carriera, scegliete la famiglia, scegliete un maxitelevisore del cazzo, scegliete lavatrice, macchina, lettore cd e apriscatole elettrici. Scegliete la buona salute, il colesterolo basso e la polizza vita; scegliete un mutuo a interessi fissi, scegliete una prima casa, scegliete gli amici. Scegliete una moda casual e le valigie in tinta, scegliete un salotto di tre pezzi a rate e ricopritelo con una stoffa del cazzo, scegliete il fai-da-te e il chiedetevi chi siete la domenica mattina. Scegliete di sedervi sul divano a spappolarvi il cervello e lo spirito con i quiz, mentre vi ingozzate di schifezze da mangiare. Alla fine scegliete di marcire, di tirare le cuoia in uno squallido ospizio, ridotti a motivo di imbarazzo di stronzetti viziati ed egoisti che avete figliato per rimpiazzarvi. Scegliete il futuro, scegliete la vita. Ma perché dovrei fare una cosa così? Io ho scelto di non scegliere la vita. Ho scelto qualcos'altro. Le ragioni? Non ci sono ragioni. Chi ha bisogno di ragioni quando ha l’eroina? »

 

Il modello di vita che viene qui presentato è quello fatto proprio dalla collettività, che mira a migliorare il proprio benessere fisico, economico e sociale. L’accumulo di beni tutt’altro che indispensabili, l’intraprendere attività anche in mancanza di un concreto interesse, l’applicarsi in un lavoro con la sola prospettiva di fare carriera mettono in evidenza le tendenze materialistiche ed utilitaristiche che animano un’esistenza di questo tipo. Nemmeno le relazioni affettive sembrano riuscire a sottrarvisi, ridotte a semplici passatempi e private di quell’autenticità capace di renderle fine di sé stesse. 

 

L’utile economico e sociale non viene qui perseguito a vantaggio di un singolo individuo, ma viene perseguito a profitto di un “soggetto’’ non meglio determinato: questo utile può essere considerato soggettivo soltanto nella misura in cui è anche intersoggettivo. Le scelte compiute dall’individuo non mirano infatti all’utile dell’individuo stesso, ma mirano ad un utile più ampio ed indeterminato imposto dall’esterno, che coincide con quello della collettività. Nonostante si possa obiettare, non a torto, che l’adempimento all’utile collettivo costituisce una prerogativa necessaria al raggiungimento dell’utile soggettivo, ciò pone grandi difficoltà nell’identificare in che cosa consista questo secondo, indiretto utile individualistico. Difatti, se l’utile soggettivo viene a risolversi interamente nella collettività, oppure non trova scopi che si differenzino dalla preservazione passiva dell’individuo, allora non solo diviene indifferente la distinzione tra utile soggettivo ed utile intersoggettivo, ma viene anche messa in dubbio l’esistenza stessa di un soggetto concepito come individualità essenzialmente irriducibile, senza tener poi conto del rischio di incorrere in una possibile trappola tautologica nella quale l’utile verrebbe perseguito solo in vista della preservazione di sé stesso. 

 

 

Vengono qui messe in luce le difficoltà di un utile che cerca di porsi e di imporsi come fine in sé, come anche testimoniato dalla generale infelicità che abbraccia gli individui che fondano la propria esistenza su di esso. Può allora dirsi egocentrico il comportamento di un individuo che non agisce in vista del proprio benessere personale e della propria felicità?   

 

A questo modello di vita “egocentrico’’ ne viene contrapposto uno che può dirsi autenticamente individualistico, ma che finisce inevitabilmente con lo scadere nella disgregazione psicofisica e sociale dell’individuo. È quello fatto proprio da Renton, che trova nell’eroina l’alternativa ad un’esistenza dalla quale non sembra possibile discostarsi, come ulteriormente sottolineato dalla volontà di far coincidere questo tipo di esistenza con “la vita’’ intesa in un senso più ampio. La scelta di vita fatta da Renton è di fatto una scelta contro la vita, e la risposta che egli dà a chi si chiede le ragioni di una simile scelta è che, propriamente, di ragioni non ve ne sono affatto per compiere una scelta del genere, finendo così per dare alla propria risposta e al monologo intero quel senso dell’ironia capace di mettere in moto i contrasti più profondi. In realtà, la scelta di Renton non è molto diversa da quella compiuta dalla collettività, entrambe prodotto di un processo deliberativo privo di ragione nel quale vige solamente un meccanismo imitativo ed inerziale. L’eroina è la naturale conseguenza in un’esistenza priva di alternative, un tentativo di trovare nel piacere prima e nel sollievo poi un’alienazione che renda tollerabile la quotidianità. Considerato che un atteggiamento egocentrico ha sempre come scopo quello di adempiere all’utile di un individuo, viene difficile considerare anche questo atteggiamento come egocentrico, in parte perché controproducente per l’individuo stesso, in parte perché motivato da circostanze ad esso estranee.  

 

Posto che il fine ultimo di ogni individuo risieda nel raggiungimento di quella condizione di benessere a cui Aristotele dava il nome di eudemonia, che consiste nella piena realizzazione della propria felicità, si comprende facilmente come quest’ultima non possa che essere sempre associata ad un egocentrismo di fondo. È dunque possibile assumere un modello di vita autenticamente egocentrico che non ricada nella negatività? 

 

È necessario a questo scopo operare un ribaltamento assiologico del concetto di egocentrismo. L’egocentrismo non deve essere visto come un fine in sé, ma deve porsi come sostegno sul quale far riposare quei valori che caratterizzano e determinano l’essenza di individuo. La possibilità di un egocentrismo positivo ci chiama a porre dei valori sui quali orientare le nostre scelte di vita che, per quanto possano essere oggettivi, devono sempre trovare il proprio fine nel soggetto agente, rivendicando quella genuina tendenza al Sé che dona ad essi concretezza. La ricerca di valori che possano abbracciare l’esistenza del singolo anche all’interno della collettività diviene necessaria almeno quanto l’aspirazione ad un’emancipazione morale che non sfoci nell’indifferenza, conciliando così due aspetti spesso divergenti della nostra esperienza. Un riscatto dell’esistenza ed un’attribuzione di significato al voler bene a sé stessi possono forse passare solo da un riscatto dell’egocentrismo, privato di ogni residuo egoistico improprio che ne costituisce tradizionalmente il sostrato.

 

24 maggio 2026