Il presente articolo si propone di analizzare brevemente una serie di pratiche, popolarizzate dai social media tra le nuove generazioni, interpretabili come risposte adattive e compensative alle forme di disagio psicosociale diffuse nelle società a capitalismo avanzato.
Il filosofo britannico Mark Fisher utilizza la categoria di «impotenza riflessiva» per definire la condizione delle nuove generazioni nell’epoca del «realismo capitalista».
Tra i più giovani c’è la consapevolezza che le cose non stiano andando per il meglio, ma ad essa si accompagna la solida convinzione di non poter fare nulla per cambiare le carte in tavola.
Due effetti risultano ad oggi particolarmente significativi. Da un lato, questo pessimismo diffuso produce un’ondata di depoliticizzazione: mettersi in gioco per provare a costruire un futuro diverso perde il suo significato se la stessa possibilità di immaginare un modello politico, economico, sociale e culturale alternativo a quello attuale è negata. Dall’altro, si assiste al processo di violenta radicalizzazione di una certa frangia di soggetti digitalizzati in piena età adolescenziale. Tuttavia, in molti casi, questa radicalizzazione non si traduce in una piena adesione a posizioni politiche effettive, bensì in una semplice strumentalizzazione delle stesse per esprimere, in maniera disfunzionale e problematica, un’esigenza di cambiamento.
Lo scopo che questo articolo si pone è di provare ad indicare e ad esaminare sinteticamente una serie di pratiche popolarizzate dai social media che, secondo l’autore, possono essere interpretate come una risposta adattiva, compensativa, più o meno inconscia, da parte delle nuove generazioni all’onnipervasivo senso di angoscia presente nell’epoca attuale, dettato dalle condizioni materiali imposte dal sistema economico e sociale dominante.
I. Privatizzazione del disturbo psicologico e mito del “self-improvement”
Negli ultimi anni, l’OMS ha registrato una crescita vertiginosa nell’incidenza dei disturbi di salute mentale tra gli adolescenti su scala globale, specialmente nel periodo immediatamente successivo alla crisi pandemica. Nel saggio intitolato Il capitalista egoista, Oliver James ha avanzato la tesi secondo cui ci sarebbe una stretta correlazione tra l’aumento del tasso di disturbi mentali e alcune varianti del capitalismo neoliberale in paesi come la Gran Bretagna e gli Stati Uniti. Non è un caso, si crede, che in un Paese turbocapitalista come la Corea del Sud, con una società estremamente competitiva, lacerata da profonde disuguaglianze socio-economiche e permeata da una cultura tossica del lavoro, il suicidio sia diventato la causa principale di morte per le persone sotto i cinquant’anni di età.
Benché i dati statistici parlino chiaro, occorre necessariamente reinquadrare il problema della salute mentale per avere una panoramica chiara del fenomeno. Nelle società a capitalismo avanzato, infatti, i disturbi psicologici del soggetto tendono a essere generalmente privatizzati, escludendo per principio qualsiasi causa sociale sistemica. Le responsabilità ricadono solo ed esclusivamente sul soggetto e sulla gestione individuale della sua vita privata, sociale e lavorativa: la soluzione è l’adattamento, accompagnato da una generosa dose di self-improvement.
Il «capitalismo egoista» veicola l’idea secondo cui ogni aspettativa o aspirazione individuale possa essere, in esso e grazie a esso, realizzata. Proprio dal tradimento di questa promessa scaturisce in parte il malessere di quei giovani che, al posto di mettere in discussione il sistema economico che rende impossibile la realizzazione dei loro progetti e attribuisce ai singoli la responsabilità del mancato successo, perseverano nel credere alle fantasie da esso propagandate, convincendosi che basti lavorare sodo per puntare in alto e raggiungere la piena realizzazione personale, indipendentemente dal retroterra familiare, sociale, etnico di provenienza.
Non è raro imbattersi in video online di content creators che avanzano la pretesa di fornire ai loro seguaci delle vere e proprie “ricette per il benessere”. Nella retorica di costoro, il raggiungimento del benessere mentale si accompagna naturalmente al conseguimento del successo personale e della ricchezza materiale. La sola regola aurea da seguire è: «Conta soltanto su te stess* e avrai il successo che meriti».
Questo genere di contenuti, ampiamente diffusi tra gli utenti più giovani e da essi considerati una soluzione efficace al proprio disagio personale, è perfettamente funzionale alla perpetuazione dell’egemonia culturale neoliberista con i suoi ideali di individualismo, efficienza e profitto. L’obiettivo non è la salvaguardia del benessere del soggetto, ma la semplice riproduzione di un sistema che necessita della funzionalità e dell’adesione di tutti i suoi componenti per poter sopravvivere e rigenerarsi.
II. «Edonia depressa» ed estetica dell’inutilità
Un’altra espressione utilizzata da Fisher per indicare un aspetto particolare della condizione patologica del soggetto tardocapitalista, con particolare riguardo per i giovanissimi, è quella di «edonia depressa». Generalmente, il soggetto affetto da sindrome depressiva dovrebbe essere caratterizzato da uno stato di anedonia, ossia l’incapacità di provare piacere nella propria vita quotidiana. Ciò che accade tra gli adolescenti digitalizzati e affetti da disturbi depressivi nell’epoca odierna è qualcosa di diverso: si cerca di colmare il proprio vuoto esistenziale andando alla ricerca di piaceri effimeri, di oggetti da consumare smaniosamente, di feticci su cui proiettare le proprie speranze irrealizzate nel tentativo di sopperire ad un’assenza di prospettive che si fa sempre più opprimente, senza ottenere però alcuna soddisfazione reale. In questo meccanismo, i social media giocano un ruolo cruciale. Nell’ultimo periodo abbiamo assistito ad un susseguirsi di mode passeggere e di vere e proprie isterie di massa catalizzate da status symbols da inseguire a tutti i costi, popolarizzati da piattaforme come TikTok e Instagram.
Il «caso Labubu» è certamente emblematico. Per mesi, i nostri feed sono stati invasi dalle immagini di questi curiosi mostriciattoli colorati spuntati fuori dal nulla. Cosa si nasconde dietro il successo di questo fenomeno planetario? Il meccanismo ad esso sotteso è lo stesso che da decenni alimenta il consumismo nei paesi del Nord globale: consumo ergo sum, traggo il senso della mia stessa esistenza dall’acquisto di oggetti che definiscono il mio status. Se però nello scorso secolo erano ancora oggetti più o meno utili a essere consumati in massa, oggi la situazione è del tutto mutata.
L’estetica del prodotto, non la sua funzionalità, diventa determinante nel persuadere l’eventuale consumatore ad acquistarlo. Si osservi che gli oggetti di consumo popolarizzati negli ultimi anni dalle varie piattaforme digitali sono quasi tutti accomunati da un’estetica pop e ipercolorata, in grado di ammaliare chiunque, dai grandi ai piccini. L’attrattiva visiva prevale sulla dimensione funzionale, rendendo l’utilità del prodotto del tutto irrilevante.
Il sistema economico dominante sembrerebbe dunque avvalersi di questi oggetti come dispositivi di evasione simbolica, inducendo il consumatore medio a rifugiarsi in un mondo immaginario, fatto di estetiche rassicuranti e di mostruosa tenerezza, in grado di anestetizzare la percezione del grigiore che pervade la sua quotidianità e di oscurarne le cause strutturali.
Il risultato è catastrofico: non soltanto il soggetto non riesce ad affrancarsi dal proprio disagio, ma contribuisce, più o meno inconsapevolmente, ad alimentare quello stesso sistema che è causa del suo male.
III. La radicalizzazione politica ai tempi dei meme
In chiusura, si ritiene necessario considerare il crescente rilievo assunto dalla radicalizzazione politica negli ambienti digitali. Nell’era dei social media, questo fenomeno si è progressivamente spostato da contesti organizzativi tradizionali, quali gruppi politicizzati dotati di una chiara identità ideologica, verso piattaforme caratterizzate da modalità comunicative informali, tra cui la produzione e la diffusione di meme. In questo quadro, l’elezione di Trump alla presidenza degli Stati Uniti nel 2016 può essere considerata un evento spartiacque, in quanto punto d’avvio di una peculiare convergenza tra istanze politiche e fenomeni della cultura digitale. All’interno delle comunità dell’alt-right americana è infatti diffusa la convinzione secondo cui la produzione e la circolazione di contenuti memetici in sostegno di Trump avrebbero contribuito in modo significativo a determinarne il successo elettorale. Se da un lato non si può negare che i meme siano stati un efficace strumento di propaganda politica per la fazione MAGA, sarebbe del tutto fuorviante provare attribuire ad essi la totale responsabilità nel determinare la vittoria del tycoon.
Eppure, la produzione di meme a contenuto politico ha assunto negli ultimi anni forme inedite. Mentre nel contesto del 2016 tali contenuti risultavano essere perlopiù espressione di interessi politici ben determinati — ad esempio il sostegno esplicito ad un candidato presidenziale — propugnati da comunità già ideologicamente coese, ad oggi non è raro imbattersi, all’interno del cosiddetto politigram, in pagine social che diffondono contenuti a tema politico elaborati da utenti che non sembrano avere alcun interesse nella trasformazione dell’ordine esistente attraverso gli strumenti della politica tradizionale.
In alcune delle nicchie più nascoste del web, le ideologie politiche spesso assumono il ruolo di semplice facciata, mascherando il generico e violento desiderio di «far saltare in aria» il mondo, piuttosto che trasformarlo immaginando un’alternativa costruttiva e coerente allo stato di cose presente. Tra i riferimenti teorici più citati da questi utenti figurano personaggi del calibro di Ted Kaczynski o dell’ultimo Nick Land con i suoi deliri tecno-fascisti, entrambi critici nei confronti delle storture della società contemporanea. Questi soggetti radicalizzati appaiono in larga misura plasmati dall’ambiente in cui sono inseriti, dal clima di incertezza sociale in cui sono maturati, da un senso di sfiducia nei confronti della realtà presente che assume fattezze violente e distruttive. Non vi è un’adesione convinta a specifiche posizioni politiche, bensì una semplice «estetica del collasso» che deve prevalentemente allo shock-factor il successo di cui gode presso i suoi fruitori, piuttosto che all’effettiva persuasività dei contenuti da essa prodotti.
IV. Conclusioni
Preciso che in questo articolo ho voluto esaminare, in maniera sintetica e per nulla esaustiva, delle tendenze, delle pratiche che, a livello generalissimo, sono messe in atto, specialmente dalle nuove generazioni, per reagire alle contraddizioni insite nel sistema economico e sociale dominante, escludendo dalla mia analisi quelle forme di resistenza attiva e di riappropriazione degli spazi digitali che pur sono presenti al giorno d’oggi, seppur in forma minoritaria.
Ancor di più, lo scopo che mi sono proposto è stato quello di confutare un pregiudizio assai diffuso, dettato presumibilmente dal timore suscitato in noi da ciò che sembra sfuggire alle nostre possibilità di controllo, ossia quello secondo cui i social media costituirebbero una dimensione astratta, disgiunta dalla realtà materiale, da ripudiare ad ogni costo. Ciò che ho inteso sostenere implicitamente in questo articolo è invece che i social media debbano essere esaminati come una realtà profondamente intrecciata con le condizioni materiali delle nostre esistenze individuali e sociali, in cui sia possibile scorgere, con le dovute accortezze, manifestazioni di fenomeni che, paradossalmente, sembrano assumere contorni più definiti nel mondo digitale che in quello fisico.
15 marzo 2026
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