Un'Europa fai da te

 

Il pensiero comune porta a concepire ogni vita isolatamente: ogni pensiero si equivale e nessuno può mettere la bocca nelle vicende dell’altro, in quanto non gli appartengono. Così si viene a formare un insieme di persone che la pensa in modo diverso e non ammette la possibilità di confrontarsi e di “arricchirsi” grazie al pensiero dell’altro.

 

Umberto Boccioni, “Visioni simultanee” (1912)
Umberto Boccioni, “Visioni simultanee” (1912)

 

Al di là della mediocrità palesata dalle varie compagini politiche sul tema dell’immigrazione, una cosa mi rende sconcertato: l’imbarazzante figura che stiamo facendo come Europa e come cittadini europei. Riprendendo l’espressione tragicomica di Massimo Cacciari durante un programma tv qualche giorno fa, ci troviamo davanti ad “un’Europa fai da te”. “Fai da te” sia per il carattere d'improvvisazione che stanno avendo le politiche di questi tempi, sia per l’astratta separazione che si sta creando tra abitanti di due continenti diversi, sia per l’isolamento in cui si trova ogni Stato membro dell’Unione per cui ognuno “fa da sé”. Questo ci pone in dovere di interrogarci sul perché di questo agire disorganizzato, avventato (vedi vicenda della nave Diciotti) e privo di qualsiasi visione d’insieme.

 

Al termine del vertice di Bruxelles del 28-29 giugno 2018 i rappresentanti del governo italiano sembravano essere usciti con un accordo che potesse porre una soluzione al problema dei flussi migratori, ma dopo poco tempo l’accordo non si è rivelato tale. Con la vicenda della nave Diciotti il problema si è riproposto e con esso la palese fragilità dell’Unione europea: gli impegni ‒ che a Bruxelles erano stati siglati su base volontaria ‒ non sono stati mantenuti e così l’Italia si è trovata ad agire in modo isolato, dovendo chiedere aiuto direttamente agli altri Stati membri, senza ottenere il contributo degli organismi centrali dell’Unione europea. Con la questione dei flussi migratori è possibile vedere in che condizioni si trova l’Unione europea, quali sono le sue priorità, quali valori mette in campo, qual è la sua forza e quali sono i punti debolezza: la visione in cui ci s'imbatte fa rabbrividire.

 

Pablo Picasso, “Poveri in riva al mare” (1903)
Pablo Picasso, “Poveri in riva al mare” (1903)

L’Unione europea per prima cosa è formata da europei: la famosa civiltà occidentale e globalizzata, che ha conquistato il mondo con i suoi eserciti, esportando poi le proprie tradizioni ed il proprio pensiero. Facendo il ritratto dell’europeo dei giorni nostri avremo di conseguenza anche l’immagine riflessa dell’Unione europea, in quanto essa è solo la rappresentazione di ciò che professa il suo popolo. Pensando all’uomo europeo la prima forte caratteristica che risulta è quella di una persona isolata: si pensa al proprio tornaconto personale, ciò che è veramente importante sta nell’agiatezza economica e nulla più. Non importa come si sente il mio vicino, non importa se ha tre figli e non riesce ad arrivare a fine mese; ciò che conta davvero è il bene di se stessi e della propria famiglia. Il pensiero comune porta a concepire ogni vita isolatamente: ogni pensiero si equivale e nessuno può mettere la bocca nelle vicende dell’altro, in quanto non gli appartengono. Così si viene a formare un insieme di persone che la pensa in modo diverso e non ammette la possibilità di confrontarsi e di “arricchirsi” grazie al pensiero dell’altro. Questa è in fondo l’Unione europea: un agglomerato di Stati, ciascuno dei quali pensa al proprio tornaconto, in cui il confronto e l’aiuto reciproco sono solamente la trama di qualche film fantasy e ciò che vale veramente ‒ e non perché lo vogliono i poteri forti, ma perché siamo noi a volerlo, in modo più o meno velato, con i nostri comportamenti e le nostre scelte quotidiane ‒ è la stabilità finanziaria, l’indice positivo dei mercati azionari e il colore verde nel bilancio annuale. Ecco quindi che ognuno “fa da sé”: l’’Ungheria chiude le frontiere, la Spagna spara agli immigrati in mare e la Francia commette a Ventimiglia i crimini che tristemente sappiamo (tanto per citare alcune delle dure realtà presenti in Europa): in questo modo gli ideali di pace, fratellanza, libertà proposti all’inizio dell’esperienza dell’Unione si stanno facendo benedire. 

 

All’europeo poi, vivendo nella solitudine che un pensiero relativista può offrire, manca una visione d’insieme, quella che fa andare oltre il fenomeno presente, che aiuta a ripensare al passato per progettare un futuro migliore. Ecco, proprio l’europeo si dimentica di essere un popolo che in passato ha vissuto in prima persona la necessità di migrare altrove, con tutte le difficoltà, ma anche le soddisfazioni del caso. Si dimentica poi che tante delle situazioni complicate da cui gli immigrati provengono sono frutto del proprio atteggiamento aggressivo, che si traduce ancora oggi in colonialismo economico con lo sfruttamento delle risorse naturali. Si dimentica del dolore che genocidi e guerre possono provocare, non intervenendo per sedare conflitti, ma solamente per imporre i propri interessi economici. La mancanza di questa visione d’insieme porta alla situazione in cui siamo tuttora: non ci si indigna più se muoiono delle persone in mare o se degli esseri umani vengono detenuti in campi di prigionia che sembrano lager, ma si pensa al proprio orticello o, per i più vaccinati, alla legge di bilancio.

 

Pitt il Giovane e Napoleone mentre si spartiscono il mondo (vignetta satirica di James Gillray)
Pitt il Giovane e Napoleone mentre si spartiscono il mondo (vignetta satirica di James Gillray)

 

La terza caratteristica dell’uomo europeo coglie un’altra sfumatura di significato dell’espressione “fai da te”: quella secondo cui l’individuo si arrangia a fare quello che gli serve, anche se non ha esperienza, se i mezzi che possiede non sono professionali e il risultato garantito non è dei migliori. La tipica persona che va da Ikea e compra i pezzi di un mobile, che barcollerà dal primo all’ultimo giorno della sua esistenza, un po’ a causa del lavoro di montatura, un po’ per il materiale scarso del mobile stesso. Ecco, l’europeo sembra proprio una persona “scarsa”, mediocre, che si accontenta di fare il suo, di guardare la vita a settori; non gli importa di progredire dal punto di vista spirituale, ma gli basta andare bene nel suo lavoro, anche se il più delle volte finisce per fare dei gran casini. Insomma un americano meno spregiudicato e dai sogni più scadenti. Tutto il buono del pensiero classico e moderno, spazzato via dal nichilismo dei valori che la concezione contemporanea offre, che ci porta ad accontentarci di “fare il nostro”. Questo non ci deve far rimanere indifferenti: è necessario domandarsi il perché del fallimento del pensiero moderno (Hegel su tutti): solo da qui possiamo confutare la filosofia contemporanea e quindi l’ontologia contemporanea. L’accontentarsi di questa mediocrità, infatti, ci ha portato a non sapere che strada percorrere in vicende complicate come questa, a non saper mettere davanti il bene delle persone, ma solo il valore del denaro e del benessere.

 

Con questo pensiero e con questi valori ci troviamo ad ospitare persone che fuggono da situazioni di difficoltà. Già non riusciamo a vedere l’altro nel nostro vicino di casa, nell’amico con cui usciamo di solito o nel nostro professore, in quanto siamo immersi in quest’ottica relativista per cui ognuno si arrangia e si chiude a "fare il suo"; come potremmo mai accogliere chi viene da un altro continente con costumi, lingua e cultura diversi dai nostri?

 

10 settembre 2018