La «sconfitta» del cristiano. Intervista a Francesco Postorino

 

La morte di Dio spegne le tensioni tra Eterno e tempo. Ed è la morte dell’imprevedibile, la morte dell’impossibile, la morte del nuovo senso, la morte del mio nuovissimo oggi, la morte del secondo pronome, la morte del vento.

 

 

Francesco Postorino è un filosofo che ha condotto ricerche tra l’Italia e la Francia. Nei suoi libri e pubblicazioni varie si è principalmente occupato di neo-idealismo, di esistenzialismo, del pensiero cristiano e di tematiche dal contenuto filosofico-politico. Collabora con l’Espresso e con riviste nazionali e internazionali.

 

 

   Negli ultimi tempi, le tue ricerche si sono concentrate sul ruolo del cristianesimo nella post-modernità. Quali sono i motivi che ti hanno spinto in questa direzione?

  

   I motivi sono di natura esistenziale e mi permettono, per la prima volta, di pensare e costruire una parola che soffre un piacevole imbarazzo con la Parola.

   La prima, quella al minuscolo, è una parola fin troppo umana e fotografa nervosismo, confusioni, agitazioni, pathos e spiragli di entusiasmo; la seconda, quella al maiuscolo, proviene dal cielo ed è l’ineffabile dell’amore, una goccia che non guarda né al passato né al futuro, ma solo all’«immediato presente», come ricorda Whitehead.

   Cristo, infatti, mi chiama proprio nell’immediato presente. Fa vuoto insieme a me, disorienta gli schemi e soprattutto è curioso del mio nuovissimo oggi. Il punto è che il mio oggi cade nel teatro della post-modernità.

 

   Cos’è la post-modernità?

 

    Occorre fare una premessa. L’uomo del duemila, come i suoi padri e nonni, può ancora rivolgere un “Sì”, un “No” o un “Forse” alla trama del trascendente. La post-modernità è il nuovo edificio che ospita questa scelta; anzi, mi piace immaginarla come una grande prateria abitata per tre quarti dalle ragioni del «mondo» e un quarto dalla «Verità».

     

    La scelta, quindi, fra il mondo e Dio?

 

    La scelta fra le ragioni del mondo e una tensione che brucia. Il mondo è dominante, vittorioso, forte, aggressivo, veloce, efficace, padrone e schiavo del successo. Per questo la post-modernità mostra i lineamenti del mondo e nasconde nel fango i battiti di Dio.

 

   Come può allora un cristiano muoversi nel contesto postmoderno?

 

   Chi vorrebbe diventare cristiano, ovvero convertirsi ogni giorno all’«ora nona», può soltanto vincere «il» mondo all’interno della cornice post-moderna. Vincere «il» mondo, però, non significa vincere «nel» mondo.

 

   Puoi spiegarci la differenza?

 

   Vincere «il» mondo (Gv 16,33) significa spegnere le ragioni che soffocano la luce. Ciascuno di noi dispone di un pezzetto di luce. Si tratta di un dono che mi permette di uscire da me stesso, di «de-situarmi», direbbe il filosofo francese François Jullien, e ancora di cancellare le sporcizie che nutrono il mio godimento narcisistico, di vivere per la tua vita e non più per la mia, di spezzare quei punti neri che condensano lo spazio nevralgico del mondo.

   Perché, in fondo, il «mondo» sono io! Non posso incolpare altri di fare «mondo» a scapito della luce. Io sono il mondo! Io sono l’errore che non riesco a evitare, la colpa che non voglio estirpare, il vizio del male che mi inchioda.

   Vincere «nel» mondo, invece, significa perdersi tra le capriole sofistiche di una bieca immanenza che fa terra e violenta l’aurora.

  

   Chi vince «nel» mondo?

 

   Vince chi ha fame di ; chi non si fa toccare dai binari paralleli; chi tutela rumori e ferisce i suoni; chi prova ad addormentare la tensione e corre in una stanza buia, di pochi metri quadri, in cui esplode nel caos la sua triste angolatura. Vince «nel» mondo, dunque, chi è allenato a dare la morte a Dio, e chi distrugge con le parole e le azioni quel corpo che adesso, in questo preciso istante (l’istante di Dio), mi chiede aiuto e io non ho tempo. Non ho tempo, perché devo inseguire il mio tempo.

   La vittoria «sul» mondo è guidata dall’amore-con; la vittoria «nel» mondo è provocata dall’amore-in. Il primo amore si riflette nella progressiva esaltazione di un secondo volto che mi disturba, mi interpella, ha bisogno di me, e io piego i miei occhi sul suo respiro vincendo «il» mondo; mentre il secondo amore, quello che chiamo l’amore-in, è un falso amore, un amore di me stesso, quel «godo ergo sum» che irrompe prepotentemente nella sceneggiatura post-moderna e si svela nell’atto implicito o esplicito di odio e indifferenza verso il succo dell’alterità. Bisogna insistere, però, su un aspetto delicato e cruciale …

 

   Quale?

 

   Quando si denuncia la vittoria «nel» mondo non significa criticare gli altri e neppure limitarsi a stigmatizzare la natura del problema, come a voler dire che esiste un “problema mondo”, un “problema nichilista”, ma poi tutti sono assolti o colpevoli.

   Il vero problema sono sempre io! Io che parlo, scrivo e mi muovo nei recinti hobbesiani del mondo e mi cullo volentieri in un attimo superfluo che tradisce quel sentire. Io devo imparare a risolvere le mie lacune e miopie, i miei singhiozzi, la mia sfida alla Verità, la mia inerzia che preclude seri incontri con lo sguardo che attende.  

   

   Dove sono collocati «gli altri» all’interno del tuo itinerario ermeneutico, che mi pare molto concentrato sull’«io» e sul suo ritardo con la «verità cristiana»?

 

   Intanto escludo ogni approccio gnoseologico dal colore idealista e ricadute solipsistiche che spesso si constatano quando si esagera, appunto, con l’io, il cogito e la propria persona. Qui si tratta di qualcosa di molto diverso.

   Non posso giudicare gli altri! Non ho tempo per concentrarmi sugli errori e le presunte colpe del «tu», anche perché se facessi così, toglierei ore preziose all’amore-con, mi allontanerei dal Tu al maiuscolo e non riuscirei a vincere «il» mondo. Se io penso morbosamente alle tue mancanze, e ti giudico con tremenda serenità, viaggio in un’autostrada (senza uscite) gestita dall’amore-in, e non potrei mai intraprendere quel sentiero pieno di spine e pennellate di azzurro, che conduce alle soglie del Gòlgota.

 

   … E gli altri?

 

   L’«altro» lo trovo quando il mio cuore si rinnova. Il secondo pronome lo accarezzo nell’istante in cui sento il mistero dell’«ora nona», la quale trionfa sull’ora della sedia, del divertissement, dell’arrivismo, del sarcasmo intellettualistico che mi rende saccente, arrogante, superiore, eternamente sciocco davanti alla miseria di Gesù sulla croce. Il cristiano deve essere «sconfitto», solo così può vincere.

 

   È una frase forte, questa della «sconfitta» del cristiano. Puoi approfondire?

 

   Credo che occorra invertire i significati di «vittoria» e «sconfitta» alla luce del messaggio di Cristo. «Sconfitta» non significa ovviamente arrendersi al male. Al contrario, vuol dire ancora una volta vincere «il» mondo con l’unica arma che il potenziale cristiano può esibire, quella di un’azione che sfiora il confine tra l’inaudito e l’amore-con, cioè tra il Tu al maiuscolo (Cristo), l’io rinnovato e il tu al mio fianco.

  La sconfitta, ovvero il mio de-situarmi che colloca al centro due volti (il Tu al maiuscolo e il tu orizzontale), permette una nuova «sconfitta» di Gesù sulla croce e, quindi, una inedita vittoria sul mondo.

   San Paolo ci ha regalato un Inno all’Amore che racconta mille sfumature da seguire. Chi ama non odia, chi ama non si arrabbia con nessuno, chi ama fa un passo indietro, e chi ama oggi, nell’epoca della pornografia mediatica, dovrebbe scendere fino ai sottoscala della globalizzazione per poi salire-con. Chi è «sconfitto», inoltre, tiene i passi nervosi del salmo in una mano, e con l’altra agisce per ridimensionare le vittorie «nel» mondo.

 

   In un’intervista recente che hai rilasciato per SettimanaNews, hai parlato del Cristo fa. Che intendi con questa espressione?

 

   Il Cristo fa è un giuoco misterioso di entrate e uscite. Quando ricevo l’odore di Cristo, il mio io arretra e lascia spazio al mattino che rispecchia il senso della Verità, così io divento Cristo fa: un piccolo uomo pronto a incontrare, in un altro tempo, ferite e gioie di un volto.

   Questa espressione indica il Cristo che dimora dentro di me e che non vede l’ora («ora nona») di uscire per entrare immediatamente e con stupenda maleducazione in chi aspetta. Ecco il Cristo dentro e in uscita che spazza via il tempo monotono della storia e disegna tempi differenti che moltiplicano i segni di amore e i richiami di un vento che «soffia dove vuole» (Gv 3,8).

  

   Come interpreti filosoficamente il rapporto tra l’Eterno e il tempo?

 

   Non condivido la rigida separazione platonica tra l’Assoluto e il divenire, o la pur affascinante identificazione che adopera Hegel nel solco della modernità. Ma non mi appassiona neppure l’idea che Cristo abbia finalmente occupato il posto di freddo mediatore fra l’Eterno e il tempo. Direi, più in generale, che mi discosto da ipotetiche definizioni nel merito e cerco di afferrare bricioli di eternità e di temporalità in quel cammino di umiltà che Romano Guardini, in contrapposizione ad Heidegger, chiama l’«Ek-sistenza».

 

   Di cosa si tratta?

 

   L’«Ek-sistenza» è quel desiderio di uscire da se stessi che affonda le radici nell’umiltà di Cristo. Uscire da se stessi, magari accompagnati dalla protezione del vento (Ruah), è l’unico modo per incontrare la via dell’altro all’interno di una periferia (post-moderna) in cui possiamo ritrovare i chiodi della croce, le palme, la domenica in Porziuncola, i sorrisi dell’altrove, i dolori di ogni tempo, la felicità, il pianto inspiegabile e quell’unica libertà che sfugge a un presente viziato dalla normativa-mondo.

   Perciò, per rispondere alla tua domanda, credo che questa uscita da se stessi sia la mia irripetibile occasione di gustare l’ineffabile complicità tra l’Eterno e il tempo, tra l’Assoluto e i molteplici risvolti di un divenire preso tra le morbide braccia di Dio e i pugni chiusi dell’Io.

   L’Eterno è la mia speciale relazione con te, ma è anche un nuovo tempo, una nuova storia che profuma di eternità, e quest’ultima si serve del tempo medesimo per far splendere nel suolo dei tormenti un po’ di salsedine.

   L’Eterno e il tempo è, ma è anche un sono, e si tratta soprattutto di un Chi. Gesù è quell’Eterno che si fa tempo per consentire a me di respirare un nuovo tempo e avvertire suoni di eterno nel perenne contatto con un’alterità da amare adesso.

 

Frida Kahlo, "Le due Frida"
Frida Kahlo, "Le due Frida"

   

    Sappiamo che il Novecento è il secolo della «morte di Dio». Hai parlato più volte, nei tuoi libri e scritti vari, dei danni del pensiero nichilista. Il dramma è che ci siamo abituati a questo nulla. Cos’è la «morte di Dio» per te? È una liberazione dal cattolicesimo più fanatico, con tutto quel che ha comportato nella storia, oppure la negazione di ogni metafisica?

 

   La morte di Dio spegne quelle tensioni tra Eterno e tempo di cui parlavamo. Ed è la morte dell’imprevedibile, la morte dell’impossibile, la morte del nuovo senso, la morte del mio nuovissimo oggi, la morte del secondo pronome, la morte del vento. Quando Dio muore, vive il mio oggi immanente, vive il mio bisogno di perpetua soddisfazione, vive ad oltranza il primo pronome, vive un incontro schiavo del funzionalismo, del capitalismo assoluto, del materialismo assoluto, dello storicismo assoluto, del nichilismo esasperante.

   La morte di Dio ridicolizza la morte di Gesù. Se la prima è la fine di tutto, la seconda è al contrario l’inizio dell’eterno nel mio peculiare esserti.

 

   Cosa intendi per «esserti»?

 

   L’esserti è la mia straordinaria possibilità di offrirti il cuore di Gesù fino al costo di rimanerne senza, quel «senza» che promana dal grido dell’amore-con.

   L’esserci, invece, è il ritratto esistenziale del superuomo, quel super-io non-più-uomo che enfatizza l’amore-in e diviene il «fanciullo» dipinto da Nietzsche nel Così parlò Zarathustra.  

 

   Chi è questo «fanciullo»?

 

   Il «fanciullo» di Nietzsche non è un bambino, ma un superuomo che ha smesso di soffrire e gioire. Egli, infatti, non è più un «cammello» obbediente o un «leone» schiavo dei suoi tormenti, cioè non è più quell’uomo che ha calpestato la terra da Socrate in poi, ma diviene un esserci che corre con eterna innocenza al di là del bene e del male e fa tutt’uno con l’immediatezza del mondo, tutt’uno con l’Ereignis, tutt’uno con una vita che non rinvia. Il fanciullo-superuomo dondola, quasi con ritmo autistico, nella «ruota» del non-senso.

   Sembra che questo fanciullo si voglia contrapporre radicalmente al fanciullo elogiato nei Vangeli, quel «bambino» che s’identifica in un uomo intenzionato a tradursi in Cristo fa, poiché anela a un cuore puro, vuole vivere i «rinvii» dell’amore-con e cammina a piedi nudi nella tensione che brucia.

 

   Nei tuoi ultimi lavori ti sei occupato anche di «agnosticismo», che interpreti come quel “non so” che non potrebbe mai vincere «il» mondo, dato che non riesce ad amare il volto dell’altro; sostieni, infatti, che l’agnostico può solo «rispettare» o «tollerare» il tu, ma non va oltre perché ignora il volto di Cristo. Cosa pensi, invece, dell’«ateismo»? Immagino che la tua posizione sia ancora più dura a riguardo?

 

   In realtà, credo che una certa arrabbiatura d’istinto e “atea” sia da preferire alla eccessiva serenità manovrata spesso dall’agnostico postmoderno. Ma bisogna intendersi sul significato di ateismo. Ci sono almeno tre tipi: l’ateismo riflessivo, l’ateismo istintivo (ora accennato) e l’ateismo nichilista.

   L’ateismo riflessivo è stato definito con chiarezza e rigore speculativo da alcuni esponenti della cosiddetta «sinistra hegeliana» a partire dal XIX secolo, e più tardi da altre figure autorevoli del panorama scientifico e culturale. Feuerbach, ad esempio, era del parere che Dio fosse una semplice proiezione dell’uomo; per Marx, un’autoalienazione di chi soffre un’ingiusta condizione sociale, e Freud aggiungerà che Dio è un’«illusione infantile». In questa prima categoria, dal profilo pur sempre «religioso» e dogmatico, l’intento è quello di espellere tra le verità ultime l’ipotesi trascendentale di Dio.

   L’ateismo che chiamo istintivo, invece, è un grido di protesta che non vuole confluire in un concetto o in una formula riposante. È il grido ribelle di chi non accetta questa realtà, non accetta quel dolore che abita nel sostrato. Un grido meritevole di fervida attenzione, e che in parte si rivela in sintonia con la protesta marxista di cui sopra. Un grido d’amore che rimprovera il Padre dicendo: “Dove sei?”, “Esisti con il tuo amore?”. Tutti noi, almeno una volta, gridiamo in silenzio o ad alta voce con Ivan di Dostoevskij: «che c’entrano i bambini?».

   Il terzo tipo di ateismo, quello nichilista, è la vera minaccia della nostra epoca. Mi riferisco a quell’ateismo senza cuore che resta muto o ride di tutto, oppure si lamenta e urla, ma non grida come quello precedente. Il teologo svizzero Hans Küng ricorda che il nichilista è di sicuro un ateo, ma non è detto che un ateo sia nichilista.

   L’ateismo nichilista, profetizzato da Nietzsche, non vive l’oggi: né l’«oggi» dell’uomo e neppure l’«oggi» di Dio, ma solo l’eterno ritorno di un infinito niente. Il protagonista di questa inclinazione è, come sappiamo, un esserci che gioca al di là della tensione tra eterno e tempo, al di là di un vuoto in sospeso, al di là del nulla.

   Il nichilismo, infatti, non va confuso con il «nulla». Il nulla può splendere nei battiti discontinui del cristiano consumato. L’ateismo-nichilista, al contrario, sembra più in balia del Nichts: un’espressione cara ad Heidegger e che preannuncia il niente del niente, il vuoto di un vuoto che non domanda.

 

   Perché l’ateo-nichilista non c’entra con il nulla?

 

   Perché il nulla, come dicevo, ha la sua nobile importanza. Ciò mi permette di introdurre una provocazione: l’«ateismo cristiano».

 

   Non è un ossimoro?

 

   Sì, ma gli ossimori e i paradossi incorniciano il brivido della fede.

   L’«ateismo cristiano» è un’espressione che mi serve per indicare la bellezza autentica di chi muore per i volti bevendo fino all’impossibile il residuo della croce.

   L’«ateo-cristiano» è colui che si nutre talmente tanto di Dio che è disposto a rimanere «senza-Dio», pur di donarlo integralmente al prossimo che bussa. Pensiamo alla grande mistica femminile tra Otto e Novecento.

   Teresina di Lisieux è persino divenuta “nichilista” per condividere fino al punto più estremo il dolore esistenziale che ha attraversato la sua epoca in crisi. E ancora, Chiara Lubich ha sfiorato la «seconda notte di Dio», un passo più in là della «notte oscura», ove si rischia il niente, forse lo stesso Nichts, ma sempre e solo per amore.

   Queste donne hanno respirato il “Sabato” del silenzio più angosciante e scandaloso, introducendo con il sorriso più a terra (e più in alto) il seme dell’amore-con.

 

   Il nichilismo è in balia del Niente e il cristianesimo, quello vero, raggiunge le radici del Nulla. Non può risultare un’esagerazione sia nei termini che nei contenuti questa tua prospettiva?

 

   Non si può dimenticare che anzitutto Cristo ha vissuto il suo istante «ateo», quello appunto dell’«abbandono», in cui è rimasto senza Padre, senza il fondamento, senza nessuno, senza «amore», proprio perché ha offerto il tutto e il non-tutto. Anche Cristo, quindi, ha avvertito fino alle ossa il mistero del nulla e dell’assenza.

   Non si tratta di “esagerazione”, ma di “radicalità”. Un cristiano deve essere radicale nell’amore! E la radicalità conduce al nulla, al non, al di/più o al sempre-meno, al non-Dio. Una piccola goccia comunque resta sempre, ed è quella che annienta la notte più nera. Per questo l’ateismo notturno dei nichilisti non potrà mai raggiungere l’«ateismo» sublime di un cristiano che si è consumato per un chi.

 

   Cosa deve fare, insomma, il cristiano di oggi?

 

   Mi viene in mente la storia di quella donna che perde sangue da dodici anni (Mc 5,25-34). Non sa più a chi affidarsi. Sente parlare di Gesù e vuole provare a fidarsi di Lui. Lo vedrà in mezzo a una folla che lo acclama e lo festeggia, ma lei non fa festa. La donna, infatti, inizia a strisciare fino a toccare la sua veste. Al momento del tocco, Gesù si gira e chiede: «Chi mi ha toccato?»; i discepoli replicano: «La folla!». Ma Gesù non è banale o fermo alla “prima terra”, e così cerca, trova e guarisce colei che l’ha «toccato».

   A quanto pare posso reagire in due modi dinanzi alla Verità: potrei scegliere di «appoggiare» la mano del folklore; oppure avanzo, striscio e provo a «toccare» con una mano che si estende fino al confine sottile tra eterno e tempo.

   In mezzo alla folla religiosa, solo uno tocca. E una volta che tocchi quella veste, non smetti di abbassarti o di raddoppiare le azioni della Kénosis.

  

   Ti faccio una domanda che si sono posti tanti pensatori nel corso dei secoli e alla quale qualcuno ha provato a rispondere: “Se Dio esiste, perché il male?”

 

   È una domanda importante, che segna il livello 1 dei tormenti esistenziali dell’uomo; ma un cristiano deve avanzare e porsi altri interrogativi molto più significativi e ai quali può rispondere.

 

   Ad esempio?

 

   Non ha senso chiedersi il “perché”, ma occorre occuparsi del “per chi”. Le domande che un cristiano dovrebbe porsi sono le seguenti: “Per chi vivo?”, “Per chi mi alzo al mattino?”.

   Il poeta Walt Whitman e il film Dead Poets Society chiedono a gran voce: “Quale sarà il tuo verso?”; ma sarebbe bello trasformarlo in: “Quale sarà il tuo volto?”.        

   Aggiungo un altro aspetto: se un volto bussa alla mia porta e inizia a lamentarsi e a urlare contro Dio e contro coloro che l’han fatto soffrire e magari mi chiede: “Perché mi ha abbandonato?”, “Perché premia i forti e i cattivi?”, “Perché mi fa soffrire così?”, “Dov’è Dio?” …

 

   Ecco, tu cosa risponderesti?

 

   Non ho tempo per rispondere o per intonare un’impeccabile lezione teologica. Chi fa il sapiente, l’indifferente, o suggerisce con cuore freddo e mente analitica di ascoltare i meravigliosi disegni della Provvidenza proprio mentre scorrono quelle lacrime, non è un cristiano, ma un nichilista che bestemmia contro lo Spirito. Se il volto che piange mi chiede: “perché nessuno fa niente per me?”, io devo tradurmi in quel “nessuno” al suo servizio, e scendere dove nessuno è sceso. Devo abbassarmi sul serio, uscire da me e far entrare Gesù nelle sue inquietudini. Ma non basta!

 

   Cos’altro servirebbe?

 

   Non devo attendere che qualcuno mi cerchi. Io devo anticipare la tua domanda di aiuto e divenire Cristo fa.

   L’oggi della post-modernità è macchiato da un super-io che vieta ogni intreccio e sbeffeggia l’inaudito. Perciò, devo sostituire l’oggi-mondo con l’oggi di Dio inseguendo il dolore e guarire. Forse non ci riuscirò! Senz’altro commetterò errori, perché sono un «verme della terra» (sal. 21); ma non deve essere una scusa per star seduti e aspettare, o limitarsi a vivere il proprio tempo, quello del sé.

 

   Nel suo scritto, La civiltà dell’indifferenza, Maria Luisa Boccia cita Papa Francesco: «Siamo caduti nella globalizzazione dell’indifferenza. Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro. Siamo una società che ha dimenticato l’esperienza del piangere […] Indifferenza è l’abito che indossiamo ogni giorno, il modo in cui ci poniamo di fronte agli eventi, da spettatori».

   Abbiamo bisogno di misericordia, un concetto evangelico, ma soprattutto di compassione; una passione politica, non una virtù astratta. Tu che ne pensi?

 

   Affinché la misericordia non scivoli nell’astratto è necessario che io non mi fermi nell’estrinseco di queste frasi e che non faccia statistiche o che aspetti che siano altri a muoversi contro le torsioni del male. È vero che ormai è stata cancellata «l’esperienza del piangere» e che nessuno ha voglia di mostrare Cristo al tu. Ma vale quanto detto prima! Io devo muovermi e vincere «il» mondo oggi. Domani non esiste! Se Dio esiste, esiste proprio oggi.

 

   Al momento attuale ci sono le condizioni per un incontro, una pacifica convivenza e un vero dialogo fra religioni, specie fra quelle che hanno poco o niente in comune?

 

   Con gioia devo incontrare il «musulmano» e amarlo con tutto me stesso. Devo fare il primo passo e non potrei rivendicare in modo rauco titoli o eredità nel mio dire. Un cristiano è legato a Cristo, e Cristo è ovunque. Non solo nelle cattedrali o nelle roccaforti dell’Occidente.

   Cristo è sabbia! Cristo è acqua! Cristo non si vede! Cristo disorienta! Cristo è «debole»! Ma io non posso difenderlo contro di te. Non posso fare l’avvocato del cielo. Penso che Dio non abbia bisogno delle mie difese.

   Tanti uomini si sono battuti, nel corso dei secoli, per difendere con i muscoli pianure di privilegi, paesaggi consuetudinari, simboli e presunte identità. Io oggi sono invece chiamato a una nuova verginità, a fare vuoto radicale vivendo il Suo fiato e consegnandolo al cuore del tu, specie se il tu è lontanissimo da me. E devo farlo adesso!, con tutte le difficoltà etico-politiche e culturali o istituzionali che questo impulso comporta. Solo un Cristo fa può presentarsi al rendez-vous con un’altra narrazione.

 

    E se il fondamentalismo un giorno prenderà il sopravvento, a causa del “troppo amore” cristiano?

  

    Se in futuro qualche “religioso” distruggerà la mia chiesa e prenderà in giro la croce (ma può farlo anche un «cristiano»!), e quindi vincerà «nel» mondo, io non prendo il fucile: primo, perché non saprei sparare; secondo, perché dovrei preferire morire che uccidere; essere ferito che ferire; mostrarmi in torto «nel» mondo, anziché trionfare con le leggi del mondo e di una religione scevra di fede.

 

15 agosto 2020