Un altro tipo di virus

 

Il narcisismo estremo e l’egoismo sociale hanno reso il mondo un perfetto super ospite per questo tipo di virus: lo strongman.

 

di Ivana Rinaldi

 

 

La crisi sanitaria in atto non è solo un’enorme crisi sociale, politica e economica, a cui si somma uno stato di incertezza. Ciascuno di noi risponde con i mezzi  in suo possesso. Riprendo il pensiero di Susan Sontag: «Ho l’impressione che pensare sia una forma di sentimento e sentire una forma di pensiero».  Esiste un modo per connettere le emozioni che stiamo vivendo nel nostro privato a una sfera pubblica, nel momento in cui l’accesso a essa ci è precluso? Molto si è detto delle metafore belliche per parlare del virus e del contrasto al suo dilagare: le parole non solo descrivono il mondo, contribuiscono anche a curarlo. E ci portano ad agire in un modo piuttosto che in un un altro.

 

 

Per questo ho riletto Strongmen, curato dall’intellettuale indiano Vijay Prashad, il quale ha invitato cinque artisti e intellettuali, che vivono negli Stati Uniti, in Russia, in India, nelle Filippine, in Turchia, a riflettere sull’ascesa nei rispettivi paesi di leader populisti che stanno forzando le forme dell’esercizio democratico. Esiste un filo che lega Trump, Erdogăn, Duterte, Modi, Bolsonaro? Il giovane storico, di chiaro orientamento marxista, ha una sua tesi di partenza. Gli uomini forti sono tornati non per affrontare i difficili problemi che dobbiamo sostenere: mancanza di lavoro, precarietà, povertà, disuguaglianze, ma per risvegliare la retorica dell’odio. È più semplice odiare, creare nemici, alimentare la paura, piuttosto che costruire il futuro. In questo interregno in cui il vecchio muore e il nuovo  non nasce, si verificano i fenomeni più morbosi, sottolinea Prashad citando Gramsci. A prima vista, gli Strongmen assomigliano ai fascisti del secolo scorso: Mussolini, Hitler, Franco, Salazar; a quelli degli anni Sessanta e Settanta, gli uomini delle giunte militari nate in Argentina, in Cile, in Grecia, in Brasile, in Thailandia e Indonesia, tutti Stati che ricorrevano alla forza per esportare risorse a basso costo, tutti al servizio delle multinazionali. Tuttavia, i “mostri” di oggi sono diversi, non sempre ricorrono all’esercito, non si proclamano fascisti, non indossano uniformi militari. Il loro fascismo si esprime in una retorica moderna che però non riesce a nascondere l’odio per il migrante, per i soggetti deboli, per i dissidenti politici e sociali. Si risentono parole decadenti, un linguaggio di morte e di disordine. Perché, si chiede Prashad, i “mostri” sono tornati? Nel secolo scorso, la loro funzione era quella di distruggere la Sinistra e il movimento operaio, ma oggi questo è debilitato dalla tecnologia, i partiti di sinistra hanno perso la loro funzione storica, impossibilitati ad organizzare i lavoratori precari, chi è alla ricerca di un lavoro. Allora se questo orizzonte organizzato non è più una minaccia a cosa servono gli uomini forti?  Al capitalismo allo sbando. I livelli di disuguaglianza sono così impressionanti che un muro divide l’umanità: chi metterà in riga lavoratori e disoccupati e manterrà il capitalismo in vita? Gli uomini forti che con il loro apparato di polizia riducono al silenzio la società. In primis sono gli stranieri contro cui si rivolge la rabbia di chi è già fragile, il rifiuto per il migrante, per il “diverso”, per chi vive a margine, ad evocare un’aspra forma di nazionalismo, un nazionalismo che non è radicato nell’amore per i propri simili, ma nell’odio. Lo sguardo dei lavoratori e dei disoccupati, e anche di strati della classe media,  è così distratto dalla realtà, dalla mancanza di risorse, dai bassi salari,  dalla mancanza di opportunità di studio, ed è rivolto verso altri problemi, creati ad arte, per allontanarli da quelli reali.

 

Trump
Trump

 

Qual è il percorso e il carattere di questi Strongmen? Provano a dircelo cinque diversi intellettuali, scrittori, scrittrici, a cui Vijay Prashad ha chiesto una testimonianza: Eve Ensler, la commediografa americana autrice dei Monologhi della vagina, che con uno stile ironico e originale, ci racconta l’ascesa dell’ uomo "grasso e con i capelli arancione”, Danish Husain che ripercorre non solo il lungo “percorso” del Primo Ministro indiano Narendra Modi, ma anche quella dei gruppi estremisti del Shang Perivar; il romanziere turco Burhan Sönmez rovista nella sconcertante carriera di Erdogăn, tornato tristemente alla ribalta con la morte dei musicisti di Grup Yoram, in lotta per i diritti negati da anni, e con la censura di qualunque forma di dissidio politico; la scrittrice femminista filippina, Ninotchka Rosca,  mette in luce l’universo maschilista di Rodrigo Duterte e Lara Vapnyar smaschera il truce sessismo di Putin. Infine, il romanziere brasiliano Luiz Ruffato ci parla di Bolsonaro, anche lui di nuovo alla ribalta con le sue disarmanti dichiarazioni sugli indigeni, rei di non aver abbracciato i comportamenti distruttivi e il consumo compulsivo, e per questo da eliminare. La pandemia del Covid-19 sembra accelerare e dare continuità ad antichi processi, come la decimazione delle popolazioni locali, a causa dei virus esportati dai dominatori bianchi. Nel momento in cui il governo ha decretato la quarantena, i leader dei villaggi Yanomani, hanno predisposto che molti indigeni lasciascessero i loro Xapanas (comunità) per rifugiarsi nella foresta profonda, tentanto di sfuggire il contagio. Approfittando della pandemia, la deforestazione avanza rapidamente e le estrazioni illegali in Amazzonia sono senza controllo, mentre il governo trasferisce la protezione dell’ambiente all’esercito.

 

Bolsonaro
Bolsonaro

 

Cosa accomuna questi racconti e soprattutto queste moderne figure di cripto-dittatori? I tratti del carattere che li contraddistingue: narcisismo, egotismo, autoadulazione, vanità e ambizione smisurata, falsità e abilità a costruire il proprio personaggio. In loro vi è un esasperato machismo ed esaltazione della virilità, come nel caso di Putin e di Duterte. Il loro linguaggio è rude e a costo zero, percorso da odio e intolleranza: sono continue le critiche ai mezzi di comunicazione tradizionali, mentre ne organizzano di propri, con l’uso smodato dei social. Vi è sempre un nemico da combattere: le donne, i musulmani, i messicani, gli immigrati, i tossicodipendenti, che Duterte elimina fisicamente; mentre le libertà fondamentali, come quella di stampa, di critica, di movimento vengono più e più lese. Tutto ciò che non risponde alla loro visione, viene messo a tacere; in molti casi, si arriva alla soppressione del potenziale nemico. Ogni storia ha le sue caratteristiche e va letta collocandola nel proprio contesto storico-geografico, tenendo presente, come dice Prashad, che ciò che unisce gli uomini forti, non è solo il conservatorismo sul piano della morale e dei costumi, la manipolazione dei media, lo svilimento delle istituzioni democratiche, ma anche e soprattutto l’alleanza con il peggior liberismo.

Storie da tener presenti ai nostri giorni, dove temi e “miti”si affollano confusamente in uno spazio pubblico che il populismo sta trasformando a proprio vantaggio, contribuendo a una mutazione culturale del mondo in negativo, fatta di approssimazione, ignoranza, dileggio del sapere, e che ci sta trascinando verso xenofobia e razzismo, forme di violenza diffusa, assenza di rispetto per la legalità e le forme della democrazia. Il narcisismo estremo e l’egoismo sociale hanno reso il mondo un perfetto super ospite per questo tipo di virus.

 

« Si è scoperto che il virus riesce a proliferare solo in un ambiente in cui l’ospite non ha sviluppato anticorpi in grado di tollerare gli altri, sopportare critiche, differenze, curiosità, domande, dubbi, verità mistero, pensiero, leggere, riflettere, interrogarsi, meravigliarsi, preoccuparsi, sentire, ascoltare, studiare. » (Eve Ensler)

 

Un’altra comunicazione è possibile? Certo basata sull’etica. Dall’altro, è necessario ricreare un “logos” su un nuovo modo di stare insieme e di ricreare le relazioni sociali, ma soprattutto avanza la necessità di far nascere una nuova concezione del potere: orizzontale, empatico, rispettoso delle differenze e che su questo si fondi per ridurre le disuguaglianze che rendono il nostro mondo lontano dall’essere “pacificato”. E a questo proposito, concludo con le parole di Maria Zambrano«Il desiderio di pace nell’essere umano, al pari della libertà, resta il luogo “naturale” di questa qualità che appartiene nello specifico alla condizione umana».

 

6 giugno 2020