Pensare il linguaggio: pensare la realtà

 

Il linguaggio determina come si concepisce la realtà ed essa determina il linguaggio stesso. La struttura del reale non può che essere vista in forma di predicazione, dunque nel pensare la realtà si è già dentro il linguaggio. In base a come si concepisce la realtà siamo portati ad un determinato uso del linguaggio. In questo articolo si cercherà di entrare in questi problemi, cercando di prestare molta attenzione alla dialettica delle forze in campo.

 

di Antonio Martini

 

Pierre-Auguste Renoir, "Ballo al moulin de la Galette" (1876)
Pierre-Auguste Renoir, "Ballo al moulin de la Galette" (1876)

 

Nel Cratilo di Platone viene trattato il rapporto tra il linguaggio e il mondo. Sono due le tesi che si contrappongono: da una parte c’è Cratilo, il quale sostiene che i nomi delle cose non sono frutto di una convenzione tra le persone, ma sono propri delle cose per natura; dall’altra Ermogene sostiene che i nomi sono frutto della convenzione tra le persone: un nome vale l’altro, basta che si sia concordato che corrisponda con quella determinata cosa.

 

Socrate dialoga con Ermogene, cercando di capire se è effettivamente possibile sostenere la sua tesi, analizzandone le ripercussioni sulla realtà. Dato che il nominare è un atto ostensivo delle cose, nel senso che le si mostra, le si indica, quando si vuole indicare qualcosa, si vuole indicare ciò che quella cosa è, non ciò che non è. Seguendo il ragionamento di Ermogene, sarebbe possibile determinare privatamente l’essenza delle cose, con un semplice accordo tra individui. Non si potrà sostenere che un uomo è saggio, un altro stolto, che un’azione è giusta e un’altra ingiusta. Infatti, se ognuno ha la sua concezione privata delle cose, non è possibile ammettere giudizi di sorta sulla realtà. Allo stesso modo però non si può sostenere che ad ogni cosa convenga ogni accezione, altrimenti ad esempio virtù e vizio sarebbero lo stesso.

 

« Se dunque né per tutti tutte le cose sono allo stesso modo insieme e sempre, né per ciascuno in privato è ciascuna cosa, allora è chiaro che le cose sono esse da se stesse in possesso di una qualche stabile essenza, non relative a noi né da noi tratte in su e in giù per l’immagine che ne abbiamo, ma in se stesse in relazione alla loro essenza in possesso di un loro proprio modo di essere già predisposte. » (Platone, Cratilo)

 

Il nome è quello strumento che serve per nominare le cose, per distinguere la loro essenza. Come delle cose non si può avere una concezione personale, così anche del nome non si può farne un uso personale, perché altrimenti si indicherebbero essenze diverse. Il nome serve quindi a chi insegna per indicare l’essenza delle cose: appare quindi una forte connessione tra il ruolo del maestro e la ricerca dell’uso delle parole corrette.

 

Nel caso in cui l’uso corrente modifichi l’associazione delle parole alle cose, secondo Platone non bisogna fissarsi a sostenere l’accordo “naturale” del nome alla cosa, ma è più ragionevole applicare una mediazione tra i due atteggiamenti. 

 

« Certo, a me stesso piace che i nomi siano per quanto possibile simili alle cose: attento, però, che questa forza attraente della somiglianza non sia per davvero vischiosa, come dice Ermogene, e che non sia invece necessario servirsi anche di questo mezzo volgare, la convenzione, per la correttezza dei nomi. Poiché forse, almeno per quel che è possibile, si parlerebbe nel modo migliore qualora si parlasse con parole tutte o per la maggior parte simili, vale a dire convenienti, e nel modo peggiore in caso contrario. » (Ibidem)

 

Inoltre Platone, facendo parlare Socrate, mette in guardia dal cercare la verità delle cose nel nome, infatti può darsi il caso che colui cha ha istituito per primo la parola si sia sbagliato e abbia portato con sé nell’errore tutte le persone che l’hanno seguito nell’uso della parola.

 

Dalla concezione di Platone qui riportata emerge un conflitto dialettico tra la natura della cosa e le convenzione: da una parte la natura si manifesta nel nome, e quindi fa trasudare la sua verità nella formazione del nome, dall’altra la verità delle cose emerge dal confronto tra le persone e si cristallizza nella convenzione. 

 

Pensiero, cose e parole stanno insieme, in una relazione difficile da sciogliere. Il pensiero pensa le cose e fa parte dell’essenza delle cose stesse il fatto di poter essere pensate. Dalle cose nascono le parole, ma allo stesso tempo il significato delle cose cambia in base alla sfumatura che gli viene data dalle parole. Le parole sono intrinseche alla struttura del pensiero e gli permettono di formularsi, allo stesso tempo però il pensiero pensa le parole e le modifica, gli dà significato.

 

Per parlare bene di qualcosa è necessario avere un pensiero chiaro di quella cosa, altrimenti non si presta obbedienza al compito del linguaggio, ossia quello di mostrare le cose. Pensiero e parole nascono assieme e si modellano assieme, come sostiene J.J. Rousseau in Origine della disuguaglianza: «se gli uomini hanno avuto bisogno delle parole per imparare a pensare, hanno avuto anche più bisogno di saper pensare per trovare l’arte della parola. […] Ogni idea generale è puramente intellettuale; per poco che l’immaginazione ci si mescoli, subito l’idea diventa particolare. […] Dunque, per avere delle idee generali bisogna enunciare delle proposizioni generali, quindi bisogna parlare: infatti non appena si ferma l’immaginazione la mente cammina soltanto con l’aiuto del discorso.»

 

Emanuele Severino, in La struttura originaria, rende chiara l’idea di questa relazione. Il pensiero, che è pensiero della realtà, è per sua natura predicazione, in quanto fa apparire le relazioni tra le cose. Il dire mostra l’identità tra il pensiero, che è in sé proposizione, e le cose. Qualora si dicesse altro da ciò che la cosa è, allora il dire sarebbe un contraddirsi, il mettere in identità qualcosa e l’altro da sé.

 

« La struttura originaria è struttura, perché è predicazione, cioè una relazione in cui qualcosa è detto di qualcos’altro appunto perché quest’altro è ciò che esso è – e quindi il qualcosa detto è dedicato (prae-dicatum) a quest’altro. […] Il dire è l’apparire delle relazioni tra le cose, e quindi anche della relazione tra le cose e quelle certe cose che sono i segni delle cose e delle loro relazioni. Ma il dire, in quanto struttura originaria, è l’identità tra il qualcosa detto e il qualcosa di cui esso è detto, ossia l’apparire dell’identità delle cose che sono in relazione: la relazione è identità. Se di qualcosa si dice altro da ciò che esso è, il dire dice che qualcosa è altro da sé, non è sé, cioè il dire è un contraddirsi. »

 

Il linguaggio dà voce al reale, permette all’uomo di esprimersi, rende presente ciò che non c’è e che si nasconde dietro all’empirico. Infatti con il linguaggio si può mostrare ciò che va al di là dell’esperienza, far vedere quello che si prova, indicare le relazioni tra le cose, parlare dell’uomo stesso. Il linguaggio rende presenti le cose, anche se non è detto che lo siano dal punto di vista empirico. Il linguaggio mostra la dif-ferenza che intercorre tra le cose e, in questo mostrarne le peculiarità, ne fa uscire l’essenza, mostra il loro lato più intimo, più vero. Ecco perché il buon maestro, come sostiene Platone, deve sapere usare le parole: perché le parole sono lo strumento per mostrare ciò che differenzia una cosa dall’altra. 

 

« Il linguaggio parla in quanto suono della quiete. La quiete acquieta, portando mondo e cose alla loro essenza. Il fondare e comporre mondo e cosa nel modo dell’acquietamento è l’evento della dif-ferenza. Il linguaggio, il suono della quiete, è, in quanto la dif-ferenza è come farsi evento. L’essere del linguaggio è l’evenire della dif-ferenza. » (Martin Heidegger, In cammino verso il linguaggio)

 

Finora abbiamo visto il ruolo centrale della parola nell’esprimere le cose, le quali vengono mostrate proprio grazie al linguaggio. Con Severino poi abbiamo intravisto che la struttura del pensiero è predicazione e quindi ha una relazione diretta con la parola: non si può pensare la realtà, se non attraverso una forma proposizionale. Da qui si può dedurre che il modo di vedere la realtà influenza la ricerca delle parole per descriverla e l’apparato delle parole presenti in un determinato gruppo linguistico influenza il modo di vedere la realtà. 

 

Nella raccolta di saggi di Martin Heidegger In cammino verso il linguaggio, viene riportato il dialogo tra un “Giapponese” e un “Interrogante”, i quali si scambiano delle battute in merito al significato del linguaggio. I due, rifacendosi ai dialoghi con il conte Kuki, si domandano come l’estetica europea, portatrice della forza dell’ermeneutica, possa capire meglio da cosa l’arte e la poesia giapponese traggano l’essenza. L’Interrogante manifesta la sua resistenza a capire il succo della questione durante il dialogo avuto in precedenza con Kuki; il Giapponese risponde così: «la lingua in cui si svolgeva il colloquio era una lingua europea; ed era invece l’essenza orientale dell’arte giapponese quel che si trattava di esperire e pensare.» La parola su cui vertono tutte le difficoltà dell’Interrogante è la parola giapponese “Iki”, alla quale il conte Kuki faceva riferimento per esprimere l’«apparire sensibile attraverso il cui vivente incantato traluce il soprasensibile.» L’Interrogante constata che questo principio di differenziazione tra sensibile e ultrasensibile è la distinzione su cui si appoggia la metafisica occidentale, ma il Giapponese non è d’accordo e gli fa vedere in che cosa si sbaglia: «Con l’accenno alla distinzione centrale della metafisica Ella tocca ora la fonte del pericolo di cui si parlava. Il nostro pensiero [orientale], se così posso chiamarlo, conosce in verità qualcosa che ricorda molto da vicino la distinzione metafisica; tuttavia con i concetti della metafisica occidentale non è possibile cogliere né la distinzione in sé né quel che risulta distinto. Noi chiamiamo Iro, cioè colore, e diciamo Ku, cioè il Vuoto, l’Aperto, il Cielo. Noi diciamo: senza Iro non c’è Ku. […] Iro indica certo il colore, e tuttavia intende qualcosa di essenzialmente diverso e superiore rispetto al sensibilmente percepibile di qualsiasi specie. Ku indica sì il Vuoto e l’Aperto, e tuttavia intende altro dal semplice soprasensibile.»

 

Vincent Van Gogh, "Ramo di mandorlo fiorito" (1890)
Vincent Van Gogh, "Ramo di mandorlo fiorito" (1890)

 

Attraverso questo esempio appena riportato si può vedere come sia difficile comprendere l’orizzonte concettuale in cui inserire l’arte orientale, in quanto di fronte a certe distinzioni linguistiche che potrebbero sembrare simili a quelle europee, si nasconde una concezione profondamente diversa della realtà. Ecco che viene alla luce un ulteriore problematica che andrebbe affrontata: è possibile che ci sia comprensione piena tra due persone appartenenti a culture e lingue diverse? 

 

Ognuno di noi ha una visione della realtà e quindi un modo di descriverla. La mia concezione dell’uomo sarà diversa dalla concezione di qualsiasi altra persona, in quanto ho fatto esperienze uniche dell’uomo, nessun altro ha fatto le stesse mie esperienze. Ogni volta che parlerò dell’uomo, avrò un concetto di esso diverso da qualsiasi altra persona, a maggior ragione se questa persona viene da un altro background linguistico. Quindi più che un problema nel rapporto tra culture diverse, sembra un problema intrinseco nel rapporto tra gli individui. D’altra parte è importante far notare che è la stessa lingua che può influenzare la mia idea dell’uomo, in quanto l’uso che si può fare di questa parola mi permette di farmi un idea su di esso. È profondamente diverso chiamare uomo l’embrione o una persona che non ha le funzioni vitali autonome, rispetto a chiamarli in modo diverso: questa scelta linguistica dà un apporto significativo all’idea stessa di uomo. Un altro esempio si potrebbe fare ripensando a come venivano concepiti gli schiavi nell’antichità: erano ritenuti uomini? No, per questo potevano essere oggetto di qualsivoglia trattamento.

 

La struttura concettuale della realtà ha bisogno del linguaggio e il linguaggio ha bisogno di una struttura concettuale reale a cui rifarsi. Il compito dell’uomo si situa proprio al centro di questa dialettica: cercare di rendere la realtà meno conflittuale possibile, mettendosi alla ricerca delle giuste parole per descrivere in modo più autentico la realtà. L’Altro, impegnato anche lui in questo processo, sarà lì a proporci il suo modo di identificare parole e cose; il nostro sforzo sarà quello di collegare le nostre parole alle sue, di rivedere la nostra concezione della realtà in vista della sua.

 

23 dicembre 2020