"Sperare nella morte". Di una corrispondenza tra Gómez Dàvila e Cioran

 

La parentela tra le filosofie del colombiano e del romeno è ormai diventata un luogo comune, ma spesso si ferma a elementi superficiali. Tuttavia, la concezione di un valore salvifico e liberatorio della morte accomuna i due pensatori, pur confermando la loro distanza.

 

 

Chi scrive ha sempre nutrito particolari dubbi sull'accostamento, spesso compiaciuto e quasi mai calzante, tra lo scoliasta Nicolàs Gómez Dàvila e filosofi come Friedrich Nietzsche e Emil Cioran. È vero, indubbiamente tutti e tre condividono il fatto di essersi espressi per frammenti, un certo gusto per il paradosso e qualche vena pessimista. Tutti e tre, sicuramente, si sono distinti per posizioni che non si fa fatica a etichettare come "reazionarie": sorvolando sullo sfruttamento postumo delle idee del tedesco, che è cosa arcinota, il colombiano e il romeno hanno avuto entrambi delle esperienze politiche giovanili discutibili, il primo (così pare) nell'Action française e il secondo nella Guardia di Ferro. Entrambi, peraltro, hanno vissuto la Parigi degli anni Trenta.

 

Tutte queste contingenze non bastano, però, a istituire rapporti di parentela tra filosofie che si situano nettamente agli antipodi. Qualche anno fa lo riconosceva anche Marcello Veneziani, quando scriveva che mentre Cioran «si crogiola nella catastrofe con voluttà d'apocalissi», il pensiero tragico di Gómez Dàvila possiede un «brio con un barlume soprannaturale» (Nicolás Gómez Dávila, l'oscurantista luminoso che cesellava le parole). Ma non si tratta di una mera differenza d'accento: è la sostanza che è ben diversa. Il nichilismo cioraniano non ha niente a che vedere con l'ontologismo teologico gomezdaviliano, che anzi vi si oppone radicalmente.

 

Tuttavia un'idea accomuna i due filosofi, e li avvicina anche al di là delle circostanze meramente esteriori: quella per cui la morte (nel caso di Cioran, il suicidio) "può" rappresentare l'ultima speranza dell'uomo, e proprio per questo costituisce la prova della sua libertà.

 

Le premesse sono diverse: per Cioran si parte dal dato incontestabile che la vita sporge, leopardianamente, dal "solido nulla", e si fa perciò fatica a trovare un motivo per cui continuare a viverla, e non affrettarne piuttosto la fine. La vita è un'agonia insensata cui siamo ostinatamente attaccati, finché non ci balena in mente l'idea del suicidio. Proprio allora, però, quando prendiamo sul serio l'ipotesi di sottrarci a questo incubo, ci si presenta la chance di una sua trasfigurazione: abbiamo sempre la possibilità di scappare, di dire di no, un "no" postremo e radicale. Quandanche la vita divenisse davvero invivibile, siamo dotati della libertà di abbandonarla. Siamo così liberi da poterci liberare anche della vita.

 

«Ricordo un'occasione in cui per tre ore ho passeggiato nel Lussemburgo con un ingegnere che voleva suicidarsi. Alla fine l'ho convinto a non farlo. Gli ho detto che l'importante era aver concepito l'idea, sapersi libero. Credo che l'idea del suicidio sia l'unica cosa che rende sopportabile la vita, ma bisogna saperla sfruttare, non affrettarsi a tirare le conseguenze.»

 

«Senza l' idea del suicidio mi sarei già suicidato. Con ciò voglio dire che per me il suicidio è un' idea positiva, che aiuta a vivere. Senza la possibilità di uscire dalla vita, questa sarebbe insopportabile» (dall'Intervista a Cioran di R. Arqués)

 

 

Per Gómez Dàvila, invece, la vita è anelito infinito al senso. Essa è il tentativo – indissipabile eppure sempre continuamente smorzato – di giungere al compimento assoluto. La vita è desiderio insaziabile. Ma la sua mortificazione, diversamente da Cioran, non è tale perché al loro culmine le cose sfumino nel nulla. Al contrario: il senso è la infinita ricchezza e pienezza dell'essere, ed è perciò sempre una "ulteriorità" rispetto al desiderio umano. Che arranca e può stancarsi, o accontentarsi. Il rischio, quindi, non è che la vita si dissolva in altro da sé, ma anzi proprio che s'appaghi di se stessa e del mondo. «Meglio non essere mai nessuno, meglio non essere mai nulla, piuttosto che uccidere in noi il nostro desiderio, piuttosto che estinguere la nostra sete» (Notas). Quando, all'apice della sua tragicità, perché consumatasi delle proprie sventure o perché giunta sulla soglia della vecchiaia, la vita ci opprime perché sembra non custodire o incarnare più alcuna promessa, ecco che la morte sopraggiunge come extrema ratio. 

 

«L’idea della morte ci opprime e ci turba; ma senza la morte, senza la densa zona di penombra che si situa al di là dei bordi della vita, senza questa ragione ignota e misteriosa, come sopportare la vita? Come tollerare la ripetizione senza termine delle trivialità con cui abbiamo a che fare? Di là s’agita il sogno di speranze nebulose; di là, l’immaginazione promette il compimento segreto di promesse tradite; di là, forse, il desiderio sfocia sfrenatamente in una eterna alba luminosa. Speranza nella vita! No! Speranza nella morte!» (Notas)

 

Si tratta del medesimo sogno che ancora eccita il vecchio Re Salomone, nell'unico componimento poetico lasciatoci da Gómez Dàvila: affacciato alla balaustra del suo palazzo, posando lo sguardo sulla maestosità del suo regno, frutto di innumerevoli trionfi passati, il nuovo giorno che viene non gli sembra che un'ennesima vana ripetizione. Non gli resta allora che sospirare:

 

«Ah! Che all’estremo istante, sul letto di morte, il volo delle mie gioie assopisca la mia agonia con l’esultanza delle sue ali.» (Salomone)

 

Nel "volare via" di tutte le ricchezze terrene, nella vanificazione ultima, nel dissipamento finale, forse risiede l'accesso ad un'ultima misteriosa epifania. Nell'ultima chiusura, la possibilità salvifica di un'apertura inaspettata. L'enigma di un "di là" che può sovvertire tutto.

 

Sia Gómez Dàvila sia Cioran ripongono la loro ultima speranza nella morte, convinti che questa sia la dimensione in cui si mostra la irriducibile libertà dell'uomo (irriducibile persino alla vita nella sua pienezza), e in ciò sono dalla stessa parte. Eppure, nelle ragioni per cui essi sperano nella morte si cela, ancora una volta, la loro distanza, che in questo caso viene ad assumere i contorni di un dilemma: è il nulla che ci aspetta, o la luce meravigliosa di un'alba eterna?

 

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 19 dicembre 2020