La Shoah e la filosofia

 

Come risponde la filosofia all'inferno in terra? Una breve rassegna di pensatori nel “Giorno della memoria”.

 

di Giulia Bertotto  

 

M. Chagall, "Crocifissione bianca" (1938), particolare
M. Chagall, "Crocifissione bianca" (1938), particolare

 

 

Ogni anno celebriamo il “Giorno della memoria”, spesso con una retorica inflazionata, con termini di circostanza che ormai non ci risvegliano più; la filosofia con i suoi contenuti pieni, sostanziali e argomentati può darci una sferzata nel rendere la nostra Memoria davvero vigile sul presente.

 

Per i reduci della Shoah è stata coniata l'espressione sindrome del sopravvissuto: incubi per tutta la vita e disturbi del sonno, senso di colpa per essere in vita, depressione, difficoltà a stabilire nuovi legami e non di rado il suicidio. Perché un'esperienza estrema come quella del campo di sterminio trasforma radicalmente la concezione che si ha degli esseri umani, l'interpretazione degli eventi e la progettualità della vita famigliare e sociale. Coinvolgendo anche i figli dei sopravvissuti, in uno shock che si tramanda lungo l'asse genetico ed emotivo della discendenza.

La filosofia stessa ha subito una rivoluzione epocale nel suo modo di pensare l'uomo, Dio, e il senso delle cose dopo il genocidio ebraico.

 

Victor Frankl, neurologo, psichiatra e filosofo austriaco, autore di Uno psicologo nei lager, uscito dal lager nel 1946, nacque nel 1905 a Vienna e morì nel 1997, lasciandoci delle luminose riflessioni sulla sua oscura esperienza.

Lo psicologo, di origini ebraiche, sopravvisse ad Auschwitz e ad altri campi di lavoro e di sterminio. Il suo saggio fonde testimonianza personale, ricerca professionale e indagine psicologica, come nelle sue corde di studioso dell'interiorità umana.

Il libro è nato dopo aver appreso, mentre era internato, che i suoi genitori e la moglie Tilly erano morti in un campo di sterminio. Il bivio davanti a lui era l'annichilimento e la pazzia, correre verso il filo spinato e farsi uccidere da un colpo di fucile, come accadeva ogni giorno a molti prigionieri, oppure trovare in se stesso una forza nuova, una ragione diversa, una pulsione alla metamorfosi.

Paradossalmente, l'uomo, prigioniero ridotto ai suoi istinti brutali di sopravvivenza, sopraffatto dalla fame, dal tifo, oppresso dal freddo e dalle umiliazioni, può scoprire in se una forza vitale che fino alla terribile esperienza ignorava. «L'uomo nel suo intimo può essere più forte del destino che gli viene imposto», scrive.

Il lager può diventare perfino occasione di elevazione interiore, di determinazione di sé e di scelta più alta dei bisogni del corpo. Anche per colui che è stato solo un numero, spogliato dell'unica foto della donna amata e dei propri capelli, può esserci un futuro, un futuro che consiste nella creatività. Perché tutti gli uomini, sotto il loro conflitto e quella che Frankl chiama «nevrosi zoogena», sono spiritualmente vivi e inalienabilmente liberi. Frankl arriva a pensare che neppure esperienze di tale portata tolgono all'individuo il significato della vita, significato che va oltre la comprensione umana. Evocando così l'amor fati di Spinoza, per il quale ogni cosa ha senso e non è solo opera del caso e che per questo si possa arrivare ad amarla. Quella di Frankl è una sorta di svolta mistica, non di accettazione passiva o consolazione a posteriori.

 

Da questo libro è nata la logoterapia una pratica di analisi tuttora valida e utilizzata, una sinergia di filosofia e psicologia. Secondo Frankl la volontà di piacere (Freud) e di potere (Adler) sono in realtà sbocchi di «volontà di senso» frustrata. Nella logoanalisi si utilizza il termine «dereflessione» ovvero lo spostamento dell'attenzione del soggetto dal suo dolore ad un orizzonte più ampio di senso, una sorta di spersonalizzazione funzionale a distoglierlo dalla sua ossessione, attraverso una sorta di auto-trascendenza e auto-distanziamento. Questa tecnica mi pare trovi affinità con quelle della meditazione orientale buddhista e del distacco stoico.

 

Se nel XIX secolo il male, dice Frankl, era la frustrazione sessuale (come sostenuto dallo psichiatra Whilelm Reich), ora il male risiede nell'assenza di valori. Il medico e psichiatra Wilhelm Reich, allievo di S. Freud, di origine ebrea come il suo maestro, seppur prima dello sterminio ebraico, nel suo Psicologia di massa del fascismo del 1933, aveva scritto che

 

« Il fascismo nella sua forma più pura, è la somma di tutte le reazioni irrazionali del carattere umano medio. Il sociologo ottuso, a cui manca il coraggio di riconoscere il ruolo predominante della irrazionalità nella storia dell'umanità, considera la retorica fascista della razza soltanto un interesse imperialistico. »

 

Secondo Reich gli interessi economici, ideologici, geopolitici sono una manifestazione più o meno inconsapevole delle emozioni di aggressività che davvero motivano le persecuzioni; motivazioni traumatiche che si rifanno all'infanzia, a esperienze di repressione, di abbandono e disconoscimento risalenti a quando si è molto piccoli, e anche alla repressione sessuale da adulti, che non è un'oppressione solo genitale, ma una negazione della vitalità erotica delle donne e degli uomini.

 

Anche per gli autori di Dialettica dell'illuminismo (1947), Theodor W. Adorno e Max Horkeimer, teorizzano che l'irrazionalità non conciliata nel processo di razionalizzazione illuminista dell'Occidente (secondo gli autori iniziato con Omero!), sia causa delle barbarie dei secoli; l'Occidente ha creduto di fondare la sua narrazione storica su una razionalità (mitica) che in realtà non ha mai assimilato. Questa razionalità, rimasta in qualche modo aliena, si è espressa con le modalità più rovinose nell'Olocausto nazista.

 

Primo Levi aveva dato una lettura scientifica, quasi chimica, come la sua formazione universitaria, alle dinamiche tra aguzzini e vittime nei campi, descrivendo il bene e il male come delle sostanze che mescolate danno combinazioni morali diverse. La zona grigia quel luogo simbolico in cui si entra quando si accetta di farsi complici dei carnefici per sopravvivere ad esempio diventando Kapò.

 

Secondo il filosofo Theodor W. Adorno, sociologo della Scuola di Francoforte la trascendenza dopo l'Olocausto non offre più alcun significato all'immanenza; la realizzazione dell'inferno reale in terra muta i fondamenti della fede. Il mondo dopo il genocidio e la tortura sistematici, non è più lo stesso, e «Scrivere poesie dopo Auschwitz è un atto di barbarie»; non vi è più incanto per il mondo, non vi è più la Meraviglia di Aristotele. Aggiunse successivamente, però, come in un fremito di speranza, che occorre trovare il coraggio di scriverne ancora.

 

 

Emil Fackenheim, teologo e rabbino riformato, esortava gli ebrei a non perdere la fede, perché tale perdita sarebbe stata la vera vittoria di Hitler, la raggiunta cancellazione dell'identità ebraica attraverso il rinnegamento di Dio.

 

Hans Jonas, in una famosa conferenza Il concetto di Dio dopo Auschwitz che divenne poi una pubblicazione, pose la questione in termini teologici: i tre tradizionali attributi di Dio – bontà, onnipotenza e comprensibilità – non possono più coesistere dopo la Shoah. Dio non può ancora essere pensato buono e insieme onnipotente. Occorre rinunciare all'attributo dell'onnipotenza se non si vuole respingere interamente Dio.

 

Secondo gli studi della professoressa di filosofia teoretica de La Sapienza di Roma, Donatella Di Cesare, su Martin Heidegger, per il padre della fenomenologia la Shoah è stata «l'autoannientamento degli ebrei», tesi shock che emergerebbe dai suoi Quaderni neri, 33 taccuini che vanno dal 1931 al 1969 e desecretati solo nel 2014 come l'autore aveva richiesto. In queste pagine si trovano riflessioni, anche personali, espressioni antisemite, pregiudizi e stereotipi figli di un contesto culturale tedesco e occidentale antisemita. Ma questo non sarebbe nulla di nuovo.

La Shoah esprime lo stretto rapporto tra tecnica e distruzione, è «sommo compimento della tecnica» nell'«industria della morte», scrive Di cesare, prodotta dalla modernità che attraverso gli ebrei annienta l'essere. L'esasperazione tecnica si incarna nel popolo ebraico, colpevole della diffusione della modernità, usata per sovvertire il mondo e la sua Storia. L'«Ebreo nemico metafisico che occulta l'essere».

Come reagire senza cancellare la figura di Heidegger del tutto? Come mantenere un atteggiamento maturo, che non demonizzi un pensatore che ha dato altri importanti contributi al secolo scorso, ma neppure lo assolva in nome del “suo contesto storico”? «Né criminalizzare, né reticenza complice» propone la Di Cesare.

 

Hannah Arendt seguì come cronista il processo Eichmann a Gerusalemme, nel biennio 1961-62, scandalizzò il mondo osservando come i carnefici, i massacratori non erano che burocrati, funzionari, esecutori mediocri e spenti. Le uccisioni di massa e le efferatezze erano compiute sotto una logistica impiegatizia, una macchina statale di deportazione senza eccezionali qualità.

La storica Leni Yahil, in seguito all'esecuzione di Eichmann, scrisse alla Arendt una lettera, e le due intellettuali instaurarono un intenso rapporto epistolare, che divenne un acceso contraddittorio tra le loro posizioni. La Arendt era accusata dalla Yahil di voler sollevare o alleggerire le responsabilità dei carnefici, o confondere la distinzione tra vittime e aguzzini. La Arendt, dal canto suo, voleva che in tribunale venissero portate le responsabilità degli individui e non le ideologie. Scrisse la Arendt:

 

« Quel che ora penso veramente è che il male non è mai radicale ma soltanto estremo e che non possegga ne profondità ne dimensione demoniaca esso può invadere e devastare il mondo intero perché si espande sulla superficie come un fungo. Esso sfida come ho detto il pensiero perché il pensiero cerca di raggiungere le profondità, di andare alle radici, e nel momento in cui cerca il male è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua banalità, solo il bene è profondo e può essere radicale. »

 

La Arendt era interessata a scoprire cosa spingeva le persone “comuni” a seguire dei leader sanguinari, e così ancora per il già citato W. Reich:

 

« Un capo o l'esponente di un'idea può avere successo solo quando la sua concezione personale, la sua ideologia o il suo programma trovano riscontro nella struttura media di un largo strato di individui che fanno parte della massa. »

 

Forse, la visione della Arendt sulla superficialità del male trova affinità con quella cristiana del primo Agostino d'Ippona: prima di essere il dottore della Grazia indebita, all'interno di una concezione del male fondata sul peccato originale che ci ha già corrotti in modo indelebile nonostante le opere, egli sosteneva che il male fosse una derivazione secondaria del bene, ma di una qualità ontologica inconsistente.

 

Concludiamo queste riflessioni non esaustive con Anna Frank, che con immensa e genuina fiducia e saggezza filosofica aveva scritto nel suo diario:

 

« Quando guardo il cielo penso che tutto si volgerà al bene, che anche questa spietata durezza cesserà. »

 

27 gennaio 2020