Alcune note sulla cancel culture

 

Ultimamente va di gran moda parlare di cancel culture. Di seguito, tutti i limiti di un dibattito non animato da grandi prospettive.

 

di Alessandro Tosolini

 

 

Di recente, in ambiente anglosassone, è esploso il dibattito sulla cosiddetta cancel culture. Questo dibattito ha suscitato qualche eco anche in Italia, ma come molti fenomeni e dibattiti importati dall'area anglosassone, pensiamo al MeToo o al Black Lives Matter, non sembra aver trovato un effettivo riscontro oltre all'arena dei social e a qualche piccola bagarra mediatica.

 

Ma innazitutto, che cosa sarebbe la cancel culture? Sarebbe quella tendenza, che riguarda più che altro gruppi che contrastano il razzismo, l'omofobia, la transfobia e il sessismo, a boicottare e attaccare l'opera di alcune persone, famose o meno, sottoponendole alla "gogna" di internet. Un fenomeno che è espressione della centralità, molto spesso eccessiva, dei social nel dibattito politico odierno.

 

In tal senso la polemica si è fatta accesa dopo la pubblicazione di una lettera di 150 "personalità", tra le quali spiccano i nomi di Noam Chomsky, Francis Fukuyama e J.K. Rowling. Nella lettera si afferma che, stante il riconoscimento delle rivendicazioni del Black Lives Matter e l'attacco a Donald Trump e alle destre in quanto forze illiberali, bisogna rifiutare anche «un’intolleranza per le opinioni diverse, l’abitudine alla gogna pubblica e all’ostracismo, e la tendenza a risolvere complesse questioni politiche con una vincolante certezza morale.» 

 

Secondo gli estensori della lettera, il problema di un simile atteggiamento è quello di una «minore propensione al rischio tra gli scrittori, gli artisti e i giornalisti che sono preoccupati di perdere il lavoro se si allontanano dal consenso generale, o anche solo se non dimostrano sufficiente entusiasmo nel dirsi d’accordo.»  Il punto centrale delle lettera è però, secondo noi, la seguente affermazione: «Rifiutiamo di dover scegliere tra giustizia e libertà, che non possono esistere l’una senza l’altra». 

 

Si può scegliere di criticare l'impostazione della lettera, ma se lo si vuole fare, come noi cercheremo di fare tra poco, è proprio necessario concentrarsi sulla connessione di giustizia e libertà che riteniamo sia centrale per gli autori della lettera. La centralità di questo nesso è per esempio riconosciuta dal filosofo da poco scomparso Domenico Losurdo nella sua ultima opera: Il marxismo occidentale. Come nacque, come morì, come può rinascere.

 

Qui Losurdo critica l'affermazione del filosofo francese Alain Badiou secondo cui «La giustizia è più importante della libertà». Quella di Alain Badiou sarebbe a dire il vero una tesi classica del marxismo, secondo cui è la giustizia sociale il problema principale, mentre la libertà non sarebbe che una concessione formale borghese. 

 

Secondo Losurdo, invece, da criticare non sarebbe tanto la libertà formale borghese, quanto il limite che essa trova nelle colonie e nel Terzo Mondo, dove i liberali che tanto fanno vanto di difendere la libertà di parola e di opinione in patria accettano tranquillamente di poter bombardare e ridurre alla fame altri popoli negli interessi di quella stessa "libertà".

 

Ad esempio John Stuart Mill, uno dei fondatori del liberalismo, non si fa scrupolo ad affermare che nella difesa del dispotismo della maggioranza

 

« possiamo tralasciare quelle società arretrate in cui la razza stessa può essere considerata minorenne. Le difficoltà che inizialmente si oppongono al progresso spontaneo sono così grandi che raramente si può scegliere tra diversi mezzi di superarle: e un governante animato da intenzioni progressiste è giustificato a impiegare ogni mezzo che permetta di conseguire un fine forse altrimenti impossibile. Il dispotismo è una forma legittima di governo quando si ha a che fare con barbari, purché il fine sia il loro progresso e i mezzi vengano giustificati dal suo reale conseguimento. » (John Stuart Mill, Saggio sulla libertà)

 

P. Picasso, "Massacro in Corea" 1951
P. Picasso, "Massacro in Corea" 1951

 

Ora, non ci sembra che gli estensori della lettera affermino espressamente delle tesi simili. Tuttavia, ad animare il concetto di libertà difeso in questa lettera sembra che vi sia la stessa astrattezza del liberalismo classico che Losurdo denunciava. Sempre seguendo Losurdo, vediamo come alcuni degli estensori si rapportano alla libertà fuori dal cosiddetto "Occidente". 

 

Noam Chomsky ha ad esempio difeso l'occupazione illegale e imperialista da parte degli Stati Uniti del territorio siriano con la scusa di difendere i curdi dalla Turchia (scusa tanto più ridicola in quanto la Turchia è un membro della NATO). Michael Walzer, distinguendo tra guerre giuste e ingiuste, ha difeso l'illegale intervento americano in Afghanistan. Per non parlare di Francis Fukuyama, che con la sua tesi sulla "fine della storia" ha dato legittimità al nuovo ordine mondiale inaugurato dai neoconservatori americani.

 

Possiamo dunque notare tutti i limiti, oltre che i pericoli, della difesa della libertà come viene impostata dagli autori della lettera. Se infatti vi sono casi in cui lo "shaming" online è effettivamente manifestazione di un'intolleranza rischiosa, raggiungendo vette di ridicolo nel caso del boicottaggio di certe serie televisive, in molti altri casi non è così.

 

In tal caso sarebbe corretta la critica di quanti affermano che i critici della cancel culture finiscono per essere difensori di un certo privilegio, dato che posta in maniera così astratta la difesa della libertà rischia di porsi pericolosamente in parallelo con la difesa di certe manifestazioni di intolleranza della società di oggi.

 

In poche parole, non si può difendere una libertà in astratto senza specificare di chi concretamente si sta parlando, se di oppressori o oppressi, altrimenti si finisce per mettere tutti sullo stesso piano in un'indistinzione che non giova a chi si trova concretamente oppresso, oppure, peggio, a difendere gli oppressori dagli oppressi. 

 

Tuttavia, vorremo sottolineare anche i limiti di chi difende o sottovaluta i rischi di questa pratica. Innanzitutto il vero problema che evidenza il politicamente corretto, per tradurre in italiano corrente il termine cancel culture, non è tanto un problema di libertà, quanto la riduzione e l'impoverimento dell'attività politica ad un semplice sfogo da social e soprattutto la riduzione del politico al linguistico, presupposto del postmoderno.

 

Tale riduzione rischia di nascondere e occultare le cause reali e sistemiche dei vari fenomeni come sessismo, razzismo e omofobia che pure questa sorta di attivismo ha la pretesa di combattere e ridurre l'attività politica ad uno sfogo che se la prende contro la singola persona piuttosto che stabilire una strategia per ribaltare i reali rapporti di forza nella società che determinano l'oppressione.

 

Ciò è tanto più rischioso in quanto crea sempre di più conflitti orizzontali che non riguardano più solo quelli che vengono ritenuti i nemici, ma anche gli stessi membri della comunità LGBT contro le femministe o addirittura gli stessi membri della comunità LGBT e le femministe tra di loro, come si è visto nel caso della Rowling.

 

Insomma, i limiti del dibattito sulla cancel culture riguardano proprio l'incapacità di guardare concretamente e caso per caso, in maniera dialettica e concreta, a come deve avvenire il rapporto tra giustizia e libertà. In tal caso gli esempi di movimenti che agiscono in tal senso nella realtà concreto sono numerosi sia oggi che nel passato.

 

Dunque uscire dalla bolla dei social e dalle sue polemiche astratte e inconcludenti per rivolgersi alla realtà della politica più che una semplice necessità, è un imperativo.

 

 25 settembre 2020