Liberarsi dal postmoderno. Diritti LGBT, socialismo e rivolte

 

Qualche spunto sull'antitesi fra comunismo e postmodernismo.

 

G. Korzhev, "Rialzando la bandiera" (1960)
G. Korzhev, "Rialzando la bandiera" (1960)

 

Il Sessantotto fu un anno notoriamente “attivo” a causa delle proteste studentesche e d’ogni tipo che lo caratterizzarono. Eppure, in linea di massima, al di là delle sacrosante conquiste sessuali, per la liberazione delle donne da alcuni cliché tradizionalisti e per le riforme scolastico-universitarie, fu pure il culmine di un declino che gli stessi partiti rivoluzionari aborrirono. Senza inoltrarsi nella disamina delle posizioni assunte dai vari Partiti e da tutte quelle ragioni “ufficiali” che la sinistra “ideologica” avanzava sugli avvenimenti che si accavallavano, è interessante richiamare quanto suggerisce l’autrice di Sexuality and socialism: history, politics and theory of LGBT liberation, Sherry Wolf. La tesi della scrittrice, circa questo preciso argomento, muove dalla critica al postmoderno come causa della deviazione dal comunismo. Un’accelerazione “revisionista” che ebbe la sua spinta propulsiva in Francia, dove a contribuire all’allontanamento dello stesso PCF (Partito Comunista Francese) dalla sua ortodossia fu l’ondata del postmodernismo degli anni Sessanta: un declino segnato dallo scivolamento verso posizioni meramente socialdemocratiche, volte a orbitare perennemente all’interno del sistema capitalista in luogo di sbarazzarsene. Dopotutto, fu proprio l’esaltazione relativista delle diversità (in quel caso, le cosiddette “vie nazionali al socialismo”, che di fatto non significano nulla) all’origine della disgregazione del movimento internazionale, in quanto ciascuna di quelle “parti” doveva poter godere della propria differenza, persino teorica.

 

Gli anni ‘60 videro trionfare le teorie filosofiche di Foucault, di Deleuze, di Derrida e di molti altri, che, in soldoni, proponevano la nenia che ormai conosciamo a memoria:

 

« Mentre il modernismo era un trend intellettuale segnato dall’aderenza al pensiero razionale e alla ricerca scientifica, il postmodernismo è una critica della conoscenza obiettiva. I postmoderni affermano che la conoscenza oggettiva sia un’illusione perché quello che chiamiamo “verità” o “conoscenza” altro non è che specifico della nostra cultura e del linguaggio o “discorso” che proviene da coloro che sono al potere. Invece di criticare il sistema politico, la letteratura, le arti, il postmoderno mette in questione tutti i presupposti teorici e guarda a tutte le asserzioni come contingenti e culturalmente relative. » (S. Wolf, ivi, traduzione mia)

 

Le teorie sul potere sorte in quel tempo, peraltro, insistevano sul fatto che esso non fosse – espresso in termini negativi, nel senso di “ciò che costringe e fa violenza” – un che di contingente e appartenente a una specifica politica reazionaria e malsana, ma a qualunque relazione umana. Non più il monarca, il padre dispotico, lo Stato posseggono il potere e lo esercitano in malo modo, ma il potere diviene qualche cosa di onnipervasivo, lo “strumento” coercitivo implicito mediante il quale tutti veniamo plasmati e a nostra volta plasmiamo: la scuola, le relazioni amorose, le amicizie, ecc. 

 

Un caso di politica "non ideologica"
Un caso di politica "non ideologica"

 

Ebbene, l’ambiente comunista non fu immune a queste filosofie, e i loro effetti non tardarono a farsi avanti. Le masse di giovani impregnate di queste teorie persero, di fatto, la loro verve rivoluzionaria per acquisire un atteggiamento dedito al divertissement, alla rivolta fine a se stessa, ai piaceri carnali e alle droghe, totalmente indifferente a propositi di concreto cambiamento sociale. Se il vago concetto di violenza coincideva, come si suggeriva, nientemeno che con la prassi umana, indipendentemente da questo o quel sistema vigente, allora le lotte dovevano ridursi a qualche ribellione dall’orizzonte limitato e alla provocazione nei confronti dei ruoli tradizionali. Non potevano certo, date le premesse, riprendere in mano un pensiero che voleva muovere un progresso nel mondo, poiché quelle teorie interdicevano l’esistenza stessa del progresso, inteso oramai come un miraggio della vecchia e obsoleta cultura. Non riuscivano a ripercorrere i passi di un’ideologia, perché il tempo delle ideologie era, almeno sulla carta, finito. E con questo bagaglio nefasto e “pessimista”, il Partito Comunista Francese per primo non poté che soccombere spiritualmente. 

 

Negli anni ‘80, peraltro, vi furono studiosi di sinistra che sulla scia della postmoderna “valorizzazione delle differenze” spinsero verso la cosiddetta ID politics, ossia una strategia politica secondo la quale ciascun settore produttivo, ciascun gruppo sociale, doveva essere autonomo e indipendente da ogni altro combattendo solo per sé, sconfessando così la possibilità di quella coscienza di classe tanto cara al marxismo-leninismo. Un tempo infatti si diceva: «Per i marxisti, la “coscienza” in periodo di capitalismo è confusa, talvolta contraddittoria, ma capace di essere mutata attraverso l’esperienza, la dialettica e la lotta» (ivi). Con l’ID politics veniva a crearsi così una frammentazione settaria, nella quale l’operaio se ne infischiava dello studente, quest’ultimo della comunità gay e la comunità gay a sua volta del problema femminile; e non solo: a causa di queste divisioni la “colpa” del malessere del proprio gruppo sociale ricadeva su un altro di questi gruppi oppressi. Veniva meno la capacità di uno sguardo coerente e sistematico, in grado di legare con lo studio e la solidarietà gli sfruttati in direzione del superamento delle disuguaglianze e delle ingiustizie. Il che non significa che non si sia compiuto passo alcuno in direzione del progresso, poiché, ad esempio, sono avanzati gli studi sul mondo LGBT, ma vuol solo rimarcare come – a causa della separazione delle lotte e, più in generale, dei diritti sociali dai diritti civili – globalmente si sia peggiorati. Tant’è che nemmeno tutta la comunità LGBT può beneficiare delle sue conquiste perché parte di essa vive in contesti difficili; e cioè, appunto, con questa divisione postmoderna e assolutamente infausta, chi appartiene a due o più contesti sociali oppressi può aver bensì sulla carta beneficio da un lato, ma, al contempo, dall’altro rischia verosimilmente di subire peggioramenti che arrivano finanche a inficiare quel primo guadagno.

Inoltre, come osserva l’autrice, ritrovando il filo del discorso sul problema dei diritti LGBT,

 

« Se la verità fosse meramente percezione, anche l’oppressione del popolo LGBT potrebbe essere considerata come il mero feticcio di una minoranza sessuale e non una forza sistematica, istituzionale e culturale che può devastare le vite delle persone. » (ivi)

 

Il postmoderno, dunque, è quanto di più contrastante l’ideale socialista che anche la sinistra “corrotta” a modo suo crede di portare avanti. Esso è un carattere talmente negativo per cui solo chi non ha prospettiva alcuna, per esempio chi non appartiene a nessuno dei gruppi schiacciati dal sistema odierno, può crogiolarvisi pacificamente: 

 

« Eagleton sottilmente colloca il carattere di classe di questo atteggiamento teoretico all’interno dell’accademia: “Coloro che sono abbastanza privilegiati da non aver bisogno di conoscere, per i quali non c'è nulla di politicamente in gioco in una cognizione ragionevolmente accurata, hanno poco da perdere proclamando le virtù della indecidibilità.” » (ivi)

 

Ovviamente trattasi, in parte, di una provocazione, ma con un fondamento di verità. 

 

Non v’è dubbio – e questo il marxismo-leninismo lo sapeva bene – che una teoria malsana condanni a una pratica dannosa, controproducente, contraddittoria e senz’altro reazionaria

 

« Senza teoria rivoluzionaria non ci può essere alcun movimento rivoluzionario. » (Lenin, Che fare?)

 

22 maggio 2019