La filosofia delle scienze empiriche

 

Non era questa la scienza di Bacone e Galileo, che conoscevano l’importanza della riflessione sull’Intero e che si proponevano, mediante le proprie constatazioni speculative, di «accordare qualche canna di [quell’]organo discordato» che era la filosofia vigente. 

Galileo Galilei
Galileo Galilei

 

A distinguere, anzitutto, la scienza empirica dalla filosofia v’è la quantità di realtà che esse discipline prendono a esaminare. Le scienze, lungi dall’avere uno sguardo completo, cioè filosofico (che ha in vista la totalità dell’essere), si dedicano a quell’ambito cosiddetto “naturale” prescindendo da ogni altra manifestazione coscienziale (morale, religione, ragioni sociali, etc.), e, da questo primo “isolamento”, procedono verso una seconda astrazione che si realizza come il proprio campo specifico (fisica, chimica, medicina, etc.). Ha luogo in tal modo la specializzazione, che cominciò a manifestarsi in misura massiccia all’alba dell’età moderna, con l’autonomia delle scienze fisico-matematiche. Le scienze scisse dall’indagine globale a cui appartenevano, col trascorrere dei secoli, sempre più hanno avanzato la pretesa di “funzionare” senza l’ausilio di una forte teoresi filosofica alle spalle. Ma possono realmente prescinderne? La scienza è scevra di filosofia? Non è forse, al contrario di quanto si pensi, la filosofia a permeare ogni azione scientifica e a mostrare agli scienziati la possibilità di fare a meno – generando in tal modo una mostruosa contraddizione – della stessa speculazione filosofica? Ogni azione è determinata dall’idea che si ha circa la natura dell’operazione che si vuole compiere. Per prendere congedo dalla filosofia è necessario presupporre una filosofia che conceda il “permesso” di prenderne congedo. Un esempio specifico, più che lampante, dell’immanenza della filosofia a ogni mansione esistente, e quindi pure alle scienze positive, ci è offerto dall’osservazione di Severino, che ricorda come, fra le altre cose, la nota distinzione fra qualità primarie (pertinenti all’oggetto puro) e secondarie (dipendenti dalla percezione del soggetto) sia, senza ombra di dubbio, frutto di una celebre corrente greca: 

 

« In questo modo, l’atomismo greco […], dopo essere stato relativamente emarginato nello sviluppo del pensiero filosofico, ritorna trionfalmente come componente fondamentale della scienza moderna. La distinzione tra la “verità”, cioè la realtà degli aspetti quantitativi – o “qualità primarie”, come verranno chiamati nella filosofia moderna –, e il carattere soggettivo, “convenzionale” degli aspetti qualitativi (o “qualità secondarie”) risale infatti a Democrito. » (Severino, La filosofia moderna)  

 

Da queste medesime fondamenta si ricava poi quel mito (sebbene all’epoca non si precludesse affatto l’esistenza di una realtà “non-naturale”), oggigiorno vigente, della matematica come disciplina in grado di svelare, mediante l’ausilio del suo linguaggio e magari attraverso una formula “universale”, l’essenza del mondo.

 

« Se quest’ultima è quantità [la realtà naturale], la conoscenza vera della realtà naturale è la quantità. Ma la matematica è appunto questa conoscenza. Dunque la vera conoscenza della realtà naturale è costituita dalla matematica. » (Ivi)     

 

Ma neppure quest’ultima è una novità delle scienze moderne, perché questo pensiero apparteneva già, e ben più radicalmente, alla concezione pitagorica, da cui Galileo ricavò l’affermazione secondo cui l’universo, o almeno la sua physis, «è scritto in lingua matematica». Se però i primi scienziati “puri” avevano la volontà e lo scopo di riflettere sulle modalità delle proprie operazioni, tanto che Galileo si accorse della necessità di accostare al momento «induttivo» un secondo necessario passaggio, quello della «deduzione logico-matematica», capace di ricavare le conseguenze implicate dall’induzione, la scienza contemporanea, in confronto, brancola nel buio. Lo scienziato dell’età moderna, come d’altronde fa sempre ogni altro uomo (agendo ci prestiamo immancabilmente a verificare un’ipotesi, più o meno collaudata e innalzata a “evidenza”), praticava l’esperimento scientifico ma, a differenza dell’uomo comune, ne era cosciente; riusciva a ricavarne una riflessione in grado di restituirgli la consapevolezza della natura delle sue operazioni e quindi un certo rigore metodologico. 

 

 

Se si consultasse un medico odierno, invece, scopriremmo che in linea di massima non ha grande contezza delle operazioni che la sua scienza compie; e ci dirà, senza cognizione di causa, come ad esempio l’efficacia di un farmaco sia, sotto un certo rispetto, senz’altro soggettiva. Inizialmente propone una terapia oggettivamente valida, ma poi suggerisce come, in pratica, si scoprano degli effetti soggettivamente variabili. È chiaro che una formulazione simile sia più degna di un pazzo che di un cultore della scienza. E questa follia è figlia senza dubbio della filosofia postmoderna, che permette, in maniera più o meno esplicita, l’intrusione del prospettivismo e delle sue conseguenze all’interno di discipline storicamente positiviste (che non scongiura affatto il relativismo, anzi lo favorisce). E perché nasce quello squilibrio, che il medico non sa sintetizzare, fra oggettivo e soggettivo? Perché non concepisce il contesto. L’astrazione non è percepita come tale, perché, appunto, non v’è cognizione sulle modalità dei procedimenti compiuti, e dunque non si sa spiegare un evento tanto banale. 

 

Se vogliamo portare all’attenzione un esempio dell’incoscienza che genera quel fittizio dissidio, possiamo analizzare il caso di un farmaco qualunque. Il principio attivo, che il farmaco porge, è ricavato astraendo la formula chimica dal contesto in cui naturalmente si trova (il corpo umano, una pianta, un alimento, etc.); ma c’è l’inconveniente per cui, compiendo questa delicata operazione, è plausibile errare (come accadde quando si pensò di poter astrarre la vitamina B12 da un’alga, salvo accorgersi poi di aver confuso due strutture molecolari solo in apparenza identiche) e per cui, trattandosi sempre di astrazione, non è possibile pervenire a una composizione farmacologica esatta, poiché l’esattezza implica la conoscenza altrettanto precisa del contesto da cui si astrae, che, però, è indefinitamente approfondibile. Diversi farmaci con il medesimo principio attivo sono accompagnati da diversi eccipienti, che concorrono, seppur siano di secondaria importanza, alla funzionalità del principio attivo. Così si spiega una prima “relatività” del loro funzionamento, e cioè perché alcuni farmaci siano migliori di altri. Se il selenio si accompagna a del pepe nero per l’assorbimento, è perché si è constatato che l’elemento non può prescindere da quelle caratteristiche garantite dal pepe per un suo efficace assorbimento da parte dell’organismo. 

 

Un altro fattore che induce a credere nella “soggettività” della cura è la dimenticanza del contesto su cui il farmaco agisce. Non solo un farmaco può essere più o meno valido, ma la sua efficacia viene inoltre a determinarsi in base alla composizione dell’organismo su cui dovrebbe influire. Pertanto, se un corpo sotto certi aspetti sano accoglie agilmente il farmaco, un altro, che magari presenta una particolare patologia o anche solo qualche carenza di sorta, non reagirà nella medesima maniera. 

In che modo, alla luce di questo, dovrebbe provarsi la “soggettività” di alcunché? Si tratta unicamente della complessità del contesto, che talvolta, certamente, può non essere prevedibile. Tuttavia, non è per nulla verosimile che in teoria la prescrizione medica sia valida e universale e in pratica la sua efficacia sia, invece, alle volte, soggettiva. È corretto invece spiegare come per ogni singolo contesto, dalle peculiarità uniche, praticamente perché pure teoricamente sia universale, unica, la cura da adottare. Quella che si definiva “cura oggettiva” era null’altro che un’altra astrazione di valenza generale, che non teneva giustamente conto della varianza di tutte le circostanze particolari conosciute o ancora ignote, e che serviva a indicare come tendenzialmente, considerati certi processi fisico-chimici presenti in condizioni usuali, quella terapia sia valida. E una simile generalità va compiuta, poiché è necessaria, ma va fatta consapevolmente. Se invece la si propone nella più totale ingenuità si partoriscono sciocchezze come quella appena sconfessata. 

 

 

Questo è solo uno delle miriadi di casi che si potrebbero mostrare – fra cui rientra a pieno titolo la sparata di Burioni sulla presunta non democraticità della scienza, di cui si è già parlato su Gf – e che lasciano intendere la povertà teoretica che investe oggi le scienze. Non solo queste isolano una porzione di mondo e la credono indipendente da ogni altra (o almeno da alcune altre), ma non hanno neppure più proprietà dei loro mezzi. Così, capita che bravissimi specialisti per le circostanze a cui si sono educati, siano poi totalmente incompetenti in qualsiasi altro ambito in cui si destreggiano, assumendo, come di certo accade per chi si fa portatore della contraddizione summenzionata, toni relativisti che inficiano parte del loro lavoro e senz’altro, in misura ancor più grande, il resto della loro esistenza, di cui veramente sanno poco o nulla. 

 

Ma non era questa la scienza di Bacone e Galileo, che conoscevano l’importanza della riflessione sull’Intero e che si proponevano, mediante le proprie constatazioni speculative, di «accordare qualche canna di [quell’]organo discordato» che era la filosofia vigente. Essi avevano rilevato una fallacia nella filosofia della natura all’epoca riconosciuta, ossia l’aristotelica, e pensarono, prima ancora di protrarsi in indagini specifiche, di contribuire ad “accordare”, cioè a coerentizzare, quell’organo che la teoresi incarna. Altro che decretarne l’inutilità e prenderne congedo!

 

« La scienza moderna continua a usare le categorie dell’ontologia greca […]. Quando Galileo sconvolge il mondo della cultura scoprendo, mediante il cannocchiale che si era fabbricato, che anche i corpi celesti sono, contrariamente a quanto era sostenuto dalla fisica aristotelica, corruttibili, egli non mette in discussione il senso aristotelico della “corruttibilità” o “incorruttibilità” […], ma mostra soltanto che il mondo del divenire […] è estremamente più ampio di quanto non ritenesse Aristotele […]. » (Severino, ivi)

 

27 luglio 2018

 


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