Sulla semantizzazione dell'essere

 

Per la metafisica Neoclassica milanese, di cui Bontadini fu l’illustre iniziatore, la semantizzazione dell’essere è un aspetto fondamentale per la fondazione protologica. Questo tipo di propensione è ben presente grazie al continuo dialogo con i classici, soprattutto Aristotele: per questo Bontadini non rinuncia a passare per questa via, ma anzi ne fa un punto nodale della sua dimostrazione metafisica.

 

Pierre-Auguste Renoir, “Veduta di Venezia nella nebbia” (1881)
Pierre-Auguste Renoir, “Veduta di Venezia nella nebbia” (1881)

 

« La semantizzazione dell’essere è il compito più arduo della ragione speculativa. Per questo solitamente i metafisici si dividono sul senso dell’essere, almeno tanto quanto i non metafisici si dividono sul senso del mondo. Gustavo Bontadini ha molto insistito sulla decisività di questo compito e ha proposto ripetutamente la soluzione del problema. » (C. Vigna, Sulla semantizzazione dell’essere)

 

Per fondare il Principio di Parmenide ad honorem (P. d. P.), cioè l’impossibilità di porre il negativo come qualcosa di originario, è necessario compiere una semantizzazione del termine essere. Anche il principio di non contraddizione (p. d. n. c.) presuppone la semantizzazione dell’essere, tuttavia il suo darsi è indipendente dalla semantizzazione stessa: posso far esperienza del p. d. n. c. contraddicendomi e constatando l’annullamento del mio discorso. 

 

« La fondazione del P. d. P. suppone, innanzitutto, la semantizzazione del termine essere. Questa è già implicata anche nello stesso principio di contraddizione, però in diverso accesso. Io posso non aver ancora istituito il discorso sull’essere come tale, e incappare in contraddizioni. Così incappando io constato che il mio discorso si annulla. La fondazione, sui generis, del primo principio è appunto in questo: che esso è la condizione della positività.  […] C’è però da notare che la nozione stessa si istituisce nel rapporto, nel rapporto tra il positivo e il negativo. La semantizzazione dell’essere è perciò in funzione del negativo. » (G. Bontadini, Dal problematicismo alla metafisica)

 

Il p. d. n. c. è condizione della positività, la quale non può darsi se non in rapporto con il negativo: la semantizzazione dell’essere è in rapporto con il negativo. Qui possiamo constatare, assieme a Bontadini, che il negativo ha una funzione positiva, la quale non può essere ammessa come originaria.

 

« Non vi è alcun intenzionale del termine essere, se non in quanto esso esprime l’opposizione al negativo. […] Senza l’espressione del divenire non s’avrebbe perciò la messa in atto delle ragioni di essere e non essere. » (G. Bontadini, Per una filosofia neoclassica)

 

Come sostiene Bontadini, il primo compito della metafisica è semantizzare l’essere, esplicitare il significato della parola, in relazione a l’uso che ne fa l’uomo. Il concetto di essere è implicito in ogni discorso, ed è così tanto implicito che nel senso comune nessuno gli presta attenzione. Se vogliamo però fondare metafisicamente la realtà, non possiamo prescindere dall’istituire il significato di questa parola, in quanto il concetto che rappresenta ci porta alle radici originarie, oltre alle quali non si può procedere. L’essere è il termine minimo oltre cui non si può andare, il quale non può essere spiegato con parole più semplici. Proprio per questo non si può dare la definizione di essere, ma solo la sua semantizzazione. 

 

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Per approfondire il pensiero di Gustavo Bontadini leggi il saggio di A. Lombardi Il volto epistemico della filosofia italiana pubblicato a maggio 2018 per la nostra casa editrice AM Edizioni.

 

 

 


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A tal proposito Carmelo Vigna, uno dei più illustri allievi di Bontadini alla Cattolica, scrive: 

 

« Secondo Aristotele, come è noto, per poter ottenere una buona definizione di qualcosa, si deve poter indicare del qualcosa il genere prossimo e la differenza specifica. Ma questo non può essere fatto a proposito dell’essere, perché non ha senso trattare l’essere come tale che rimandi ad un genere prossimo, non essendovi nulla oltre l’essere. E neppure non ha senso trattare l’essere stesso come genere, essendo il genere ciò che lascia oltre di sé le differenze specifiche. » (C. Vigna, Sulla semantizzazione dell’essere)

 

Dato che dall’essere non si può rimandare ad un genere prossimo e neanche trattarlo come genere, allora dobbiamo considerarlo indefinibile.

 

Possiamo apprezzare il pensiero di Bontadini in merito alla semantizzazione dell’essere nel dialogo con il professor Sidney Hook dell’università di New York. Lo scambio di lettere tra i due è avvenuto nel corso del 1954 nelle pagine dell’Educatore Italiano. Il professor Hook, huminano, sostiene che dicendo che qualcosa esiste, non si inferisce nulla circa quella cosa e quindi «il termine essere o esistenza è privo di significato».

 

Bontadini gli fa notare che non è possibile proclamare l’insignificanza del termine essere, senza presupporre la significanza stessa. Come è possibile negare il valore di una cosa, senza sapere di che valore si sta parlando?

 

A questo punto Bontadini si trova a dover mostrare il significato del termine essere. 

 

« Noi non possediamo il significato dell’essere (di priorità logica, ossia appunto come significato) prima di quello del nulla; né, si capisce, possediamo il nulla prima dell’essere. I due significati nascono ad un parto, per correlazione originaria. » (G. Bontadini, La metafisica e l’essere, in Appunti di filosofia)

 

L’esperienza, cioè l’immediato, è manifestazione del divenire: essere e non-essere che si danno assieme. Per questo motivo, secondo Bontadini, non è possibile istituire il primo, senza metterlo in relazione con il secondo. Affermare che qualcosa esiste, sta a significare che quella cosa non è andata distrutta. Mentre apprendiamo il termine di ogni essere nel suo manifestarsi, nel suo venire alla luce, al contrario l’essere stesso lo possiamo semantizzare solo nel suo scomparire.

 

« Il significato del predicato “esistenza” emerge in grazia di un “portarsi oltre”, di un oltrepassamento. Questo oltrepassamento ci è imposto dalla stessa esperienza, che è esperienza del sorgere e del tramontare – comparire e scomparire. Noi ci rendiamo conto di che cos’è l’esperienza quando essa è scomparsa. […] Noi apprendiamo il significato delle singole parole quando l’oggetto corrispondente ci si presenta, ci si manifesta, compare: qui [nella semantizzazione dell’essere] è tutto il contrario. » (Ivi)

 

L’essere si semantizza in contrapposizione con il nulla, ma questo non vuol dire che i due opposti siano contraddittori. Infatti, come fa notare Vigna «se il nulla non ha alcun referente reale, l’opposizione è evidentemente solo un che di ideale. Cioè un ens rationis. Non che il nulla si opponga all’essere, bisogna dire, ma che all’essere non si oppone nulla.» (C. Vigna, Sulla semantizzazione dell’essere) Nella nostra esperienza non sperimentiamo qualcosa che possiamo etichettare come il pieno essere, ma facciamo esperienza sempre di un essere determinato. Lo stesso per il non-essere: sperimentiamo il qualcos’altro di quello che vogliamo determinare, ma non sperimentiamo mai il nulla che si contrappone alla nostra determinazione. È corretto affermare che nel darsi del divenire facciamo esperienza della negatività, ma questa non è da intendere che l’essere è e insieme non-è, ma che l’essere determinato finisce.

 

9 settembre 2020