Una democrazia da inventare. Dopo il referendum

Quali prospettive oltre l'orizzonte desolato?

K. Yuon, "Nuovo pianeta" (1921)
K. Yuon, "Nuovo pianeta" (1921)

 

il nostro mondo sta scomparendo

i tramonti succedono ai tramonti

si può sentirne lo strappo silenzioso

scorrere il sangue la vita che fugge [...]

 

secondo una prospettiva rivoluzionaria

un altro mondo sta apparendo

l’attacco va minuziosamente preparato

non più dominanti e dominati ma forza contro forza

[N. Balestrini, Istruzioni preliminari]

 

 

Il successo del “sì” era scontato, e i primi scrutini hanno immediatamente confermato l’impressione che tutti già avevamo. La parte vittoriosa, favorevole al taglio dei parlamentari, per avanzare in trionfo non ha avuto nemmeno bisogno di darsi pena per la propaganda, di istituire comitati, di indire assemblee per illuminare le sue ragioni, come invece ha fatto la controparte. Era qualcosa di immediato, di sentito, di ovvio: i parlamentari sono delinquenti, rubano i nostri soldi, perciò una riduzione del loro numero non può che condurre a una “sanificazione” del Paese. Poco importa, in fondo, se il risparmio è irrisorio, se a proporre il taglio dei “cattivi” siano stati gli stessi cattivi di cui lamentiamo la presenza. Poco importa indagare la ratio che soggiace alle strutture della democrazia parlamentare, per capire quali siano i procedimenti che possano garantire dall’arbitrio. Non c’è stato neppure il sentore che i temi in gioco fossero questi, nel ridisegnare l’organigramma parlamentare. Si badi: non sosteniamo che il “no” avrebbe salvato la democrazia, come molti, ancora, tentano di raccontare. Siamo seri, è una fesseria. Il malessere che confluisce (da trent’anni a questa parte) nell’antipolitica ha ragioni da vendere. Ci sono ottimi motivi per essere disgustati da tutto. Il guaio è che il sano disgusto non è sublimato in ragione politica, ma è scaduto nel suo opposto, dall’alto del cervello verso il basso, fino al ventre. Non è un caso – e ci perdonino i cultori – che le preoccupazioni più grandi oramai siano legate al cibo. Dai programmi tv ai social, quando si tratta di dibattere sulla ricetta “originale” di un piatto tipico ci si spreme le meningi sino a restituire l’immagine di un popolo in dialogo. Una pastasciutta come Dio comanda e si è tutti fratelli, comunità. Peccato che della comunità la pastasciutta sia solo un ingrediente, e probabilmente neppure il principale.

 

Dicevamo che non siamo fanatici del “no”. Si poteva discutere, riflettere su condizioni e conseguenze, capire, studiare. Ma non si è visto nulla di tutto questo. Addirittura sono passati in rete video che ritraevano i vecchi politici (quelli rimpianti un po’ da tutti, con più o meno cognizione di causa) che, in tempi non sospetti, caldeggiavano la possibilità di una riduzione dei parlamentari. Si è tirata in ballo nientemeno che Nilde Iotti, la quale racconta, in uno spezzone d’intervista, che davvero non importa il numero dei parlamentari, perché oramai esistono strutture intermedie (Regioni, Province, Comuni) che medierebbero dal basso in alto, concedendo un allontanamento da quel centralismo che invece era stato necessario ai primi respiri della Repubblica. Ora, per mettere tutte le carte sul tavolo, bisognerebbe capire cos’erano questi enti intermedi al tempo dell’intervista, cosa sono oggi e quale tipo di mediazione aveva in mente Nilde Iotti quando parlava di democrazia. Eppure neanche in questo caso ci si è spinti oltre, scivolando da un’occasione di disputa giù fino a un banalissimo argomentum ab auctoritate... lo stesso che, peraltro, ha portato altri a votare “no”. Licio Gelli aveva infatti inserito a suo tempo, nel programma pidduista, la voce riguardante il taglio dei parlamentari; se pensava così noi dobbiamo propendere per l’inverso. Stando soltanto a questi dati, ne usciamo più confusi di prima.

 

È vivo il timore che la deriva in atto si muti in naufragio. Ma, agli occhi di chi scrive, una vittoria del “no” non avrebbe migliorato la situazione. Forse la vicenda dell’Aventino è un’immagine abbastanza evocativa. Quando, dopo l’omicidio Matteotti, si rese chiaro a tutti che quel che andava svolgendosi in Italia non aveva più l’aria di essere uno sbandamento passeggero, i deputati si ritrassero sull’Aventino, con l’idea di non rientrare in Parlamento sino a che le cose non si fossero sistemate. Rimasero immobili, nella fiducia che il Re, lo Statuto, la legge o forse Dio avrebbero difeso lo status quo, spazzando via d’un solo colpo Mussolini e tutti gli accoliti che si era portato appresso. Era però sfuggito loro un semplice fatto: il fascismo era passato proprio attraverso quelle istituzioni, le stesse da cui, secondo i liberali di sinistra, sarebbe arrivata la redenzione. Il nazionalismo era stato esacerbato dagli ultimi avvenimenti, ma era già ben assestato dentro tutte le alte cariche di Stato, e si era fortificato con la guerra e le “missioni” coloniali. Il fascismo propriamente detto, forse, fu solo la spintarella che valse a illuminare il volto dell’Italia di quegli anni.

 

Il nostro non è un paragone col fascismo, non nel senso che potrebbe sembrare; non stiamo affermando che, come allora, il fascismo con fez e pantaloni alla zuava stia prendendo piede (anche se sarebbe sciocco negare che il suo spirito sia morto). Piuttosto ad accomunare le due realtà è la vanità della difesa messa in campo. Gramsci, che aveva caldeggiato l'istituzione di un anti-parlamento e la promozione di una mobilitazione antifascista popolare, non si stupì dell’immobilismo e scrisse così:

 

« Che l’opposizione costituzionale preferisca sopportare per l’eternità il regime fascista al correre il rischio di una vittoria della classe lavoratrice, è fuori discussione. Basterebbe, a dimostrarlo, lo spavento da cui le opposizioni sono state assalite non appena si è manifestato nel paese un movimento di operai e contadini. »  (articolo apparso su “Lo Stato Operaio”, 3 luglio 1924)

 

Sappiamo che fu proprio quel “movimento” a scacciare il fascismo, e non le istituzioni (quel che di loro era rimasto dopo il 1925). Bene, anche oggi il “no” non avrebbe salvato proprio un bel niente perché, a nostro parere, c’è poco da salvare. È troppo tardi. Certo, a un dominio dell’esecutivo preferiamo la mediazione parlamentare, e siamo persuasi che sia meno soffocante un multipartitismo da zerovirgola rispetto a un bipolarismo all’americana. Perché la struttura libera può favorire l’ascesa di qualcosa di diverso, mentre una situazione in cui tutte le vie siano precluse è da subito disarmante. Eppure l’apertura delle possibilità fino ad ora non ha giovato. Ne abbiamo abbastanza delle liste di sinistra che appaiono e scompaiono con celerità inaudita da un’elezione all’altra, senza neppure lasciare traccia del loro passaggio, e che rimescolano sempre gli stessi volti e le stesse idee. Abbiamo capito che si tratta di un gioco fallimentare, che va scemando d’interesse non solo per i militanti, ma anche fra gli elettori. Ogni tornata elettorale porta con sé la promessa di un cambiamento, di un nuovo volto pulito e sinceramente democratico che possa valere da alternativa alle politiche liberali di destra e sinistra. Ma non accade mai nulla, e il tracollo si fa sempre più pesante. La sinistra, sempre più di nicchia, si rintana nelle poche sedi ancora aperte e moralizza sui grandi nomi, sul populismo, sulla deriva filo-autoritaria delle masse. La politica in grande stile è morta e al suo posto ha preso piede la sua caricatura, che si disinteressa sempre più delle cosiddette “grandi narrazioni” – cioè quelle che, a nostro sommesso avviso, fanno la politica nel suo senso proprio, che restituiscono una visione globale e un po’ coerente delle cose.

 

« I Vangeli e il Manifesto del partito comunista sbiadiscono; il futuro del mondo appartiene alla Coca-Cola e alla pornografia. » (N. Gómez DávilaEscolios I)

 

E se è vero che lo scenario è deprimente, lo è pure la reazione messa in campo dalle forze che si vorrebbero alternative. Sorvolando sui personalismi e sulle mille diatribe nate nel loro seno, che con la politica hanno ben poco a che fare e che senz’altro contribuiscono alla loro sterilità, rimane l’insufficienza dell’elettoralismo. Aprire una sede politica, farci qualche riunione, issarvi la bandiera del partito del momento e poi sparire – è efficace? Ha senso puntare ad eleggere un parlamentare, che possa così continuare a finanziare a modo suo il partitucolo e approfittare del palcoscenico pubblico per avere accesso sporadico a qualche radio o giornale? Siamo persuasi di spendere al meglio le energie?

 

A. Jaar, "Vogliamo tutto" (2016)
A. Jaar, "Vogliamo tutto" (2016)

 

Come nel 1924, stiamo provando a tirare per la giacchetta una democrazia che ormai ha assunto un’espressione deforme. Col “sì” o col “no” siamo comunque in pericolo. Proprio per questo possiamo respirare: finalmente si presenta la congiuntura per ripensare tutto, dalle strutture al modo di fare politica. Sia nell’accezione gramsciana sia in quella che promuoveva la Iotti, democrazia è partecipazione popolare. Controllo ultimo, ma anche deliberazione e contributo degli individui alla vita politica. Molto più di un voto: rifiuto attivo del centralismo, dell’autoritarismo, del precetto. Rifiutiamo gli ordini perché l’unico ordine che accogliamo è quello che nasce dalla libera discussione. 

 

« […] la spontaneità deve rimanere viva nei processi organizzativi della rivoluzione e nelle istituzioni del comune, della liberazione, che verranno costruite. È in questo modo che la rivoluzione respira, in ogni altro modo soffoca. Ve lo posso dire, amici miei, più volte nella mia lunga vita ho visto la spontaneità distrutta e migliaia di donne e di uomini repressi e insultati da pretese di organizzazione che venivano dal di fuori e snaturavano ogni movimento. La spontaneità accetta solo l’organizzazione che nasce nel suo cuore. » (Toni Negri, Da Genova a domani. Storia di un comunista vol. 3)

 

E non è tutto, perché dalla libera discussione nasce anche la coscienza politica, che oggi non esiste più. Quale rimedio migliore, all’antipolitica degli indifferenti, che la politica di quartiere, di paese, che finalmente possa abbracciare tutti? L’antipolitica muore quando le sue parole si rivelano inefficaci, sciocche. Reintrodurre i cittadini alla politica mostra loro immediatamente la stupidità di certe affermazioni.

Quando attraverso le liste elettorali di sinistra si parla di lotta di classe, di potere popolare, di democrazia dal basso, non si opera realmente quello che si predica. Lo si promette e basta, con una certa vaghezza, perché ne può parlare con proprietà solo chi incomincia a vivere ciò che spiega. Pensiamoci: che bellissima occasione ci si presenta, ora che non si dovrà più rincorrere un posticino in qualche Consiglio o in Parlamento! Possiamo cominciare a lavorare sul serio, possiamo riscattarci. Perdiamo in visibilità? Forse in principio, ma quale immensa visibilità porterebbe con sé una militanza territoriale rispetto a un’apparizione in qualche tv locale o in seconda serata! Per sconfiggere il male odierno (e prevenire quello che incombe) non abbiamo bisogno delle istituzioni, perché il loro tempo è già scaduto. Dobbiamo tornare a queste esperienze: 

 

« Era la gioia della forza dimostrata, era il modo in cui il povero si liberava: sciopero, cooperazione operaia, odio della solitudine e di un padrone avido, geloso del tuo potere, invidioso contro il tuo essere classe, moltitudine organizzata – contro il tuo essere amore. » (ivi) 

 

«L’idea di liberazione è un’idea di creazione», cita Negri dal Libro di Giobbe (in Galera ed esilio. Storia di un comunista vol. 2). Ci si libera realizzando l’alternativa che si auspica. Adesso possiamo farlo, e, se lo facessimo, il ritorno elettorale sarebbe sensato e forse grandioso. Mostriamo l’alternativa possibile, torniamo alla politica. 

 

« La felicità è resistere; è disertare la scelta fra la pace e la guerra. La vostra guerra non è la nostra, la vostra pace non è la nostra, solo la sofferenza ci appartiene [...]. Basta con questo mondo di morte che continua a distruggere la vita. Basta con la guerra e con i sacrifici per mantenere una pace che le assomiglia con una sorella gemella. Basta con la pace: vogliamo la vita. » (Da Genova a domani)

 

23 settembre 2020