Sovrappopolazione e tragedia dei beni comuni: perché abbiamo bisogno di una nuova etica ambientale

 

Lo scienziato ed ecologo Garrett Hardin affronta il tema della sovrappopolazione dichiarando che alcuni dilemmi non possiedono una semplice soluzione tecnico-scientifica. Nel contesto di questa crisi ecologica, è necessario questionare le nostre abitudini e condurre una rivoluzione morale che, attraverso una presa di responsabilità collettiva, possa avvicinarci all’ambiente e ad un punto di incontro fra giustizia sociale e giustizia ecologica.

 

di Erin Rizzato Devlin

 

Installazione artistica in "Arte Sella", Borgo Valsugana
Installazione artistica in "Arte Sella", Borgo Valsugana

 

Mentre l’umanità continua incessantemente a divorare, consumare e masticare le ricchezze che la circondano, trasformando le risorse naturali nei più svariati espedienti tecnologici, la terra sembra affondare sempre più sotto il peso incombente della nostra voracità. Laddove l’ingegnosità umana ha reso possibile l’allungarsi della vita, questa ha inoltre creato le condizioni di un popolamento sfrenato, che pian piano contribuisce ad affollare ed affondare la barca del mondo. Sempre più spesso infatti, la sovrappopolazione viene proposta come uno dei problemi fondamentali nel contesto della crisi climatica.

 

Già nel 1798, l’economista britannico Thomas Malthus teorizzò il Principio di Popolazione secondo cui la povertà e la degradazione delle risorse potevano essere ricondotte ad una pressione demografica spaventosamente in crescita, che nel giro di 30 anni avrebbe potuto mettere in pericolo l’equilibrio dell’intero ecosistema naturale ed immiserire la rimanente popolazione umana. Con ciò, Malthus sembra essere il fondamento teoretico di un numero sempre maggiore di giovani nella nostra società che, mossi da cure ambientaliste ed un senso di responsabilità verso le generazioni a venire, decidono di non avere figli o ridurne radicalmente il numero. Come risolvere una questione così essenzialmente biologica, senza ledere alle libertà fondamentali che caratterizzano i nostri spazi democratici o senza imporre politiche di restrizione, secondo l’esempio di alcuni paesi come la Cina o l’India?

 

Una risposta controversa a questo dilemma sociale venne offerta dallo scienziato ed ecologo Garrett Hardin, nel 1968. Nel suo famoso articolo La tragedia dei beni comuni (tit. orig. The Tragedy of the Commons), egli affronta il tema partendo dalle riflessioni di due scienziati interpellati sul futuro della guerra nucleare. Questi dichiararono di essere giunti, in veste di professionisti, alla conclusione che alcuni dilemmi non possiedono una semplice soluzione tecnico-scientifica, che poco richiede in termini morali o ideologici, ma al contrario necessitano di una fondamentale estensione morale. Infatti, la categoria di problemi umani privi di soluzioni prettamente tecniche viene raramente contemplata nell’ambito delle scienze, e spesso conduce a problemi maggiori. Hardin applica lo stesso principio al problema della sovrappopolazione: mentre molti tentano di sfruttare i mari o sviluppare una nuova tipologia di grano nel tentativo di mitigare la crescente incombenza demografica, egli difende l’idea che questa non possa essere affrontata meramente con mezzi tecnico-scientifici.

 

Ispiratosi al principio fondamentale di Malthus, egli ripropone l’idea che la crescita incontrollata della popolazione avviene in misura ‘geometrica’ (ovvero esponenziale), mentre quella dei beni di sussistenza è ‘aritmetica’. Ciò comporta un eventuale esaurimento delle risorse non rinnovabili, ed una conseguente catastrofe qualora il problema non venga affrontato adeguatamente. Ovviamente la degenerazione ambientale non può che essere seguita da quella umana: nel momento in cui compare lo squilibrio fra persone e risorse, questo non può che condurre sulla tragica strada della miseria, privilegiando specifiche classi di popolazione o riducendo ciascuno al minimo indispensabile.

 

La tragedia dei beni comuni si sviluppa così: in un pascolo aperto, dove ancora non vigono diritti di proprietà, ciascun pastore tenterà di mantenere il numero di pecore maggiore possibile, in armonia con il desiderio di ciascuno. Questa organizzazione può durare relativamente a lungo in quanto altri fattori, come la guerra, mantengono il numero di persone e bestiame al di sotto della capacità della terra. Tuttavia, nel momento in cui si crea una relativa stabilità, la logica dei beni comuni comincia a sgretolarsi: la tragedia dei beni comuni consiste infatti nella motivazione razionale del singolo pastore che, nel tentativo di incrementare il suo guadagno personale, aggiunge un altro animale a gravare sulla capacità di sostentamento della terra. Se questo è concesso, ciascuno si ritrova intrappolato in un sistema che obbliga ad incrementare il proprio bestiame senza limiti, in un ambiente tuttavia limitato. Una società che promuove questo genere di libertà non può che condurre la rovina di tutti, indiscriminatamente.

 

Dunque ci ritroviamo di fronte ad una scelta cruciale: abbandonare il mondo alla sua tragica distruzione o prepararci a questionare, ed eventualmente limitare, le nostre abitudini? La libertà di procreazione, secondo Hardin, non può che condurci alla miseria e alla realizzazione di un destino funesto per il pianeta. Dunque risulta cruciale imporre limitazioni anche nel dibattito sulla sovrappopolazione, e proprio come accettiamo sistemi di tassazione obbligatori, così possiamo essere portati come società a ridurre la libertà di procreazione. Ciò, secondo lui, non implica necessariamente una restrizione: quando gli uomini concordarono di stabilire leggi che limitassero le possibilità di rubare, questi divennero più, e non meno, liberi in quanto «la libertà coincide con il riconoscimento della necessità» (G. Hardin, La tragedia dei beni comuni).

 

 

Tuttavia, l’astenersi dalla riproduzione è davvero l’unica ‘alternativa umanitaria ai disastri umani’, come dichiara il Movimento per l’Estinzione Umana Volontaria (VHEMT)?

Una visione alternativa in risposta al pessimismo malthusiano è offerta da Karl Marx, nel suo primo volume de Il Capitale. Scagliandosi ferocemente contro la presunta innocenza di Malthus, il filosofo evidenzia il ruolo fondamentale della trinità di ‘mostri estremamente delicati’ che convivono e caratterizzano il sistema capitalistico: la sovrapproduzione, la sovrappopolazione ed il sovraconsumo. Un mondo che giudica secondo la logica del profitto, che secerne emissioni soffocanti, materiali inquinanti e sprechi pressoché immorali, non può che incentivare il benessere materiale di una popolazione che domanderà, divorerà e si riprodurrà ancor più. 

 

Secondo uno studio recente pubblicato dalla rivista scientifica Nature, le abitudini delle popolazioni ricche e benestanti hanno un profondo impatto a livello socio-ambientale. Gli scienziati coinvolti nelle ricerche infatti hanno seguito questa traccia marxista dalle conseguenze alle origini, riscoprendo la causa fondamentale dell’aggravamento climatico non tanto nel numero di individui che abitano il pianeta, quanto nel benessere e nello stile di vita della società dei consumi. In particolare, menzionano come i gruppi benestanti di grandi consumatori e di forti classi capitaliste drenano risorse bio-fisiche attraverso la diffusione di norme consumiste al resto della popolazione, spesso normalizzando i prodotti più inquinanti come l’opzione economica. Perciò il percorso di transizione verso un equilibrio sostenibile fra umano e ambiente è dettato non solo da questioni inter-sociali, ma anche da questioni che si proiettano attraverso tutte le gerarchie globali. Risulta evidente come le discrepanze socio-economiche e gli echi del passato colonialista Europeo disegnino diverse regioni morali e spieghino la distribuzione geograficamente squilibrata di risorse naturali. Infatti, è stato indicato che un incremento di diversi miliardi di persone nei paesi economicamente più deboli non condizionerebbero sostanzialmente le emissioni globali.

 

Al giorno d’oggi, le popolazioni con il maggior numero di figli si riscontrano nelle aree svantaggiate, mentre le popolazioni dell’Occidente hanno un tasso di natalità molto più basso ma un’impronta ecologica tragicamente maggiore. Dunque, la sovrappopolazione non può essere ridotta semplicemente alla dimensione della popolazione, ma deve tenere conto dell’accesso alle risorse, dei nodi umani coinvolti, e delle modalità di scarto nell’ambiente. Così i sistemi economici che implementano un uso dissennato del suolo ed uno sfruttamento spietato di persone solcano profondamente la terra nella loro rotta verso un consumismo sfrenato. Oltre a ciò, il diritto e la libertà di riproduzione coinvolgono da sempre le questioni femministe riguardanti il corpo ed il ruolo sociale della donna, e rimangono un fondamentale cardine della possibile emancipazione femminile. 

 

Dunque, prima di limitare la libertà di procreazione dovremmo impegnarci a limitare tutte quelle libertà e quei valori che permettono l’uso spropositato del suolo e la distribuzione poco equilibrata di beni e risorse, giustificandone le premesse socio-economiche. La scelta di avere figli non può semplicemente essere additata come la causa fondamentale del collasso climatico, ma deve essere necessariamente sposata con la responsabilità (sociale ed ecologica) che questa comporta. Avere zero figli allo stesso modo non giustifica l’adozione di stili di vita inquinanti o poco responsabili. 

 

La soluzione al numero crescente di persone sulla terra non può ridursi meramente a ‘ecologizzare’ il consumo, semplicemente adattando il problema a una soluzione tecnica e temporanea, ma deve ridurlo radicalmente come pratica malsana e pericolosa attraverso una nuova rivoluzione morale. L’adozione di pratiche più meditate, semplici, autosufficienti, che promuovono interazioni sul piano locale ed una crescita di efficienza materiale ed energetica, possono portare il singolo a consumare meglio, ma contemporaneamente meno. Inoltre, creando le premesse sociali eque, che permettano poi un cambiamento nel nostro modo di relazionarci al mondo, la solidarietà può divenire il punto d’inizio di una risposta ecologica positiva dal momento che, nelle parole di Malthus, «le sventure della vita sono necessarie ad ammorbidire ed umanizzare il cuore» (Il principio di popolazione).

 

L’errore della nostra civiltà dunque non è tanto un errore tecnologico o materiale, ma una lacuna morale che ci ostiniamo a non affrontare. L’utilizzo di pratiche coercitive, oltre che ledere ai pilastri liberali della democrazia moderna, rischia di danneggiare anche la nostra dignità morale in quanto agenti non solo razionali, ma anche sensibili. Proprio per questo è fondamentale riscoprire la potenza normativa delle nostre azioni in relazione agli altri e alla terra. Solo attraverso un individuale risveglio morale e una presa di responsabilità collettiva, possiamo trovare un punto di incontro fra giustizia sociale e giustizia ecologica, che necessariamente si costruiscono a vicenda. 

 

Infatti, quasi schopenhauerianamente, il desiderio umano di prolungare indefinitamente la vita è per sua natura inestinguibile. Saremo sempre condotti da questo conatus di partecipazione nello slancio verso il futuro. Tuttavia, ora spetta a noi assumere le responsabilità di questa scelta ed intraprendere un percorso morale per esaudire organicamente il nostro desiderio di immortalità su questa terra.

 

14 maggio 2021