Il linguaggio come forma di accesso: ripensare l'inclusione attraverso la parola

 

L’articolo propone un ripensamento radicale del linguaggio come strumento di inclusione, interrogando il rapporto tra parola, percezione e accesso al reale. A partire dal caso della comunicazione con persone cieche congenite, si mette in discussione l’idea diffusa secondo cui il linguaggio debba principalmente descrivere ciò che si vede. Attraverso un confronto tra Paul Valéry, Ludwig Wittgenstein, Maurice Merleau-Ponty e Friedrich Nietzsche, nella sua veste di filologo e critico delle strutture linguistiche, il testo mostra come la parola non sia solo veicolo di contenuti, ma forma sensibile, gesto pragmatico, percezione incarnata e sedimentazione storica. Da questa prospettiva, l’inclusione non si ottiene aggiungendo descrizioni, ma progettando linguaggi capaci di generare esperienze condivisibili. La dimensione sonora, ritmica, corporea ed esistenziale della parola diventa così uno spazio di accesso comune, capace di superare il primato del visivo e di restituire alla parola la sua natura originaria: costruire mondi abitabili per tutti. Il linguaggio si rivela dunque non come specchio della realtà, ma come luogo in cui la realtà si costituisce per ciascun soggetto, secondo forme diverse ma comunicabili.

 

di Claudia Rinaldi

 

 

Viviamo in una società che parla incessantemente di inclusione. Eppure, proprio nel tentativo di “aprire”, rischiamo di produrre nuove barriere: meno visibili, meno dichiarate, ma altrettanto efficaci nel separare. Il linguaggio, lo strumento che riteniamo il più democratico, il più universale, può trasformarsi, se non ne interroghiamo profondamente la natura, nell’architrave di un’esclusione sottile, quasi impercettibile. È una contraddizione solo apparente: ciò che usiamo per metterci in relazione è spesso ciò che, inconsapevolmente, crea distanza. Una distanza che non è data da un rifiuto esplicito, ma da un’inerzia culturale: continuiamo a parlare come se tutti abitassero il mondo attraverso le stesse modalità percettive. Questa tensione emerge con particolare evidenza quando ci confrontiamo con forme di percezione diverse dalla nostra. La relazione con una persona cieca congenita è un caso esemplare. Spinti da intenzioni sincere, tendiamo a tradurre in parole ciò che vediamo. Crediamo che la descrizione possa diventare ponte, compensazione, “restituzione” di ciò che manca. Questo gesto, così spontaneo, poggia su un fraintendimento profondo: una persona cieca dalla nascita non ha perduto la vista, semplicemente non la possiede. Non vive un’assenza, ma un’esperienza del mondo differente. Non c’è alcun vuoto da riempire. Il nostro tentativo di supplire a una mancanza non sua, bensì nostra, la mancanza di un’altra prospettiva, rivela quanto il linguaggio che utilizziamo sia costruito attorno a una sola modalità sensoriale. Ciò che serve, allora, non è una descrizione del visivo, ma la costruzione di un linguaggio capace di generare un mondo esperibile, condivisibile, accessibile. Il problema non è ciò che diciamo, ma come crediamo che il linguaggio funzioni. La sfida non consiste nell’aggiungere informazioni, bensì nel ripensare il linguaggio come forma di accesso al reale: come gesto, ritmo, architettura percettiva. Questo ripensamento, se assunto seriamente, ha implicazioni filosofiche, estetiche e politiche.

 

Oltre il contenuto: un ripensamento strutturale del linguaggio

 

Siamo abituati a considerare la comunicazione come trasmissione di contenuti: un messaggio (interno a chi parla) che deve essere trasferito a un destinatario. Questa concezione funzionalista ha un presupposto nascosto: che esista un mondo “là fuori” che il linguaggio deve semplicemente rappresentare, come un quadro riproduce un paesaggio. Questa metafora è tutt’altro che neutrale. Se il linguaggio è concepito come specchio del reale, allora chi non condivide gli stessi modi percettivi si trova automaticamente escluso da ciò che lo specchio può riflettere. I contenuti non sono universali: rispondono a strutture percettive specifiche, consolidate culturalmente. La linguistica strutturale ha mostrato una via d’uscita attraverso la distinzione tra significato e significante. Il significato è il contenuto; il significante è la forma materiale (suono, ritmo, traccia) che porta quel contenuto. La nostra cultura privilegia il significato, convinta che la chiarezza dipenda dalla quantità dei dettagli. Ma questa ricchezza si rivolge solo a chi condivide il nostro codice percettivo. Ecco perché, quando cerchiamo di descrivere ciò che vediamo a una persona non vedente, falliamo: il significato che crediamo di trasmettere presuppone un’immaginazione visiva che non è universale. L’alternativa non è ridurre i contenuti, ma valorizzare la forma. La forma linguistica, se ripensata, può diventare un potente dispositivo di accessibilità.

 

Nietzsche filologo: il linguaggio come eredità, maschera, prospettiva

 

Prima di essere filosofo, Nietzsche è filologo classico: studia la genesi, le trasformazioni e le stratificazioni del linguaggio. Tre suoi contributi risultano decisivi: Il linguaggio è sedimentazione storica, non specchio. Per Nietzsche la parola non è mai neutra: è il risultato di lotte, semplificazioni, metafore fossilizzate. Il concetto stesso è per lui “metafora che ha perso la sua forza sensibile”. In termini di inclusione, questo significa che ogni parola presuppone un “mondo” già selezionato, già ridotto, già configurato secondo alcuni percorsi percettivi e non altri. Il linguaggio è prospettiva, non trasparenza. Nietzsche anticipa la critica alla “metafisica della rappresentazione”: non possiamo credere che le parole rispecchino il reale. Esse sono piuttosto interpretazioni, modi di afferrare il mondo. Da qui deriva un punto essenziale: “nessuna prospettiva percettiva può essere considerata la norma”. L’errore della cultura visiva è proprio quello di aver trasformato una prospettiva in standard. La filologia come arte del distanziamento. Nietzsche filologo invita a leggere i testi interrogandone i presupposti, gli strati, le omissioni. Questa attitudine critica può essere applicata al linguaggio quotidiano: occorre imparare a vedere ciò che il linguaggio “esclude” mentre parla. Nietzsche, dunque, rafforza l’idea che l’inclusione linguistica non sia un’aggiunta di contenuti, ma un lavoro di smascheramento e ricostruzione delle forme.

 

La parola come materia sonora: Valéry e la forma che unisce

 

Paul Valéry, poeta e teorico, ci offre una via per liberare il linguaggio dal dominio del visivo. Quando scrive che “il linguaggio è il più alto grado della musica che possiamo intendere con la mente”, non indulge in un’espressione poetica: afferma che la parola è prima di tutto materia sonora. Questo significa che il linguaggio non è definito da ciò che rappresenta, ma da ciò che fa accadere nell’ascolto. La musicalità del linguaggio crea un ambiente percettivo condivisibile da chiunque, indipendentemente dalle modalità sensoriali. Valéry ci invita a considerare il linguaggio come un corpo sonoro. Questa prospettiva rovescia l’idea che l’inclusione debba passare per la precisione descrittiva: l’accesso nasce dalla costruzione di un ritmo condiviso.

 

Il sonetto come architettura percettiva

 

Il caso del sonetto lo mostra con particolare chiarezza. Forma chiusa, regole ferree, struttura rigorosa. Ma è proprio questa rigidità ad aprire un accesso. Le sue simmetrie, le sue rime, la sua metrica non sono orpelli estetici ma strumenti cognitivi. Una persona cieca congenita può non avere alcun riferimento all’immagine evocata da un verso, ma può riconoscere la tensione ritmica tra due endecasillabi, può orientarsi grazie alle rime alternate, può percepire la progressione sonora di una quartina. Il sonetto non descrive il mondo: lo fa accadere nel tempo dell’ascolto. Ecco perché “un campo di grano dorato al tramonto” non comunica nulla se mancano i concetti stessi di “campo”, “grano”, “dorato”. “Sussurra il vento tra le punte rade…” apre invece un’esperienza condivisibile: un evento sonoro, corporeo, percettivo. Il linguaggio smette di essere specchio: diventa architettura.

 

 

Linguaggio come azione: Wittgenstein e i giochi linguistici

 

Wittgenstein radicalizza questa prospettiva. Nelle Ricerche filosofiche, afferma: “Il significato di una parola è il suo uso nel linguaggio”. Ciò che conta non è ciò che la parola dice, ma ciò che fa. Ogni parola è un gesto; ogni frase, un’azione all’interno di un “gioco linguistico”. Questa idea è decisiva per pensare l’inclusione: se il linguaggio è un insieme di pratiche sociali, allora l’esclusione non avviene quando mancano informazioni, ma quando manca la possibilità di partecipare al gioco. Una descrizione visiva non crea inclusione perché non è un gioco linguistico condivisibile da chi non possiede il codice visivo. Un gesto linguistico ritmico, corporeo, performativo sì. Wittgenstein ci libera dal mito della parola come fotografia del reale e ci restituisce la sua natura relazionale.

 

Il linguaggio come percezione incarnata: Merleau-Ponty

 

Se Valéry ci offre la dimensione estetica e Wittgenstein quella pragmatica, Merleau-Ponty ci dona quella percettiva. Nella Fenomenologia della percezione scrive: “Il corpo è il nostro mezzo generale per avere un mondo.” La percezione non è un dato, ma un evento corporeo. La parola è un prolungamento di questo gesto percettivo. Non descrive il mondo: lo porta con sé, lo espone, lo rende abitabile. Merleau-Ponty ci aiuta a comprendere che l’esperienza del linguaggio non è mai astratta: è radicata in un corpo che ascolta, vibra, tocca, respira. Se la parola è gesto incarnato, allora può essere ripensata per includere diverse forme di sensibilità. La vista non è più la misura universale del senso.

 

I quattro autori e l’articolazione di un paradigma plurale del linguaggio

 

Mettere in dialogo Valéry, Wittgenstein, Merleau-Ponty e Nietzsche significa accostare quattro modi diversi di pensare il linguaggio, proprio questa eterogeneità consente di delineare un paradigma nuovo, più ampio, capace di superare sia il modello rappresentativo sia quello puramente informativo. Ognuno di questi autori, infatti, rielabora in modo diverso l’idea che la parola debba limitarsi a “descrivere” il mondo: la parola non è una finestra trasparente sul reale, bensì una forma, un gesto, un corpo, un’eredità prospettica. È attraverso questa molteplicità di funzioni che il linguaggio diventa pratica di accesso e non specchio del reale. La loro analisi consente di riconoscere una costellazione di intuizioni che convergono in un punto essenziale: con Valéry, la parola appare come forma sensibile, un’esperienza sonora che risuona prima ancora di significare; con Wittgenstein diventa gesto d’uso, atto che abilita o ostacola la partecipazione al mondo condiviso; con Merleau-Ponty si configura come percezione incarnata, estensione del corpo che situa il parlare nell’esperienza vissuta; mentre con Nietzsche emerge come eredità prospettica, storia viva di interpretazioni che continuamente si rinnovano. Insieme, questi autori mostrano che il linguaggio non serve a rappresentare il mondo, ma a creare condizioni di accessibilità: condizioni che sono sensibili, pratiche, corporee, storiche. Ecco la chiave per superare l’approccio descrittivo: se il linguaggio è accesso, allora l’inclusione non si costruisce aggiungendo descrizioni del visibile, ma creando forme, gesti, ritmi, pratiche e prospettive che possano essere condivise anche da chi non partecipa alla cultura del vedere. L’inclusione linguistica non è un gesto tecnico: è una trasformazione del nostro modo di pensare la parola e del nostro modo di abitare il mondo con gli altri.

 

La forma come risorsa, estetica come esperienza

 

Viviamo in un’epoca che confonde accessibilità con aumento: più spiegazioni, più contenuti, più dettagli. Propongo una visione opposta: l’accessibilità nasce dalla sottrazione consapevole. Sottrarre ciò che presuppone un codice percettivo non condiviso. Sottrarre metafore visive. Sottrarre eccessi informativi. Ciò che resta non è vuoto: è spazio. La forma diventa risorsa. I vincoli orientano. La semplicità non è povertà: è una scelta di responsabilità. L’estetica non è ciò che si vede: è l’intreccio sensibile attraverso cui abitiamo il reale. Merleau-Ponty ci ricorda che percepiamo con l’intero corpo. Gadamer ci mostra che l’esperienza estetica è un evento relazionale tra opera e fruitore. La parola, allora, può diventare luogo estetico: un luogo accessibile anche a chi non vede. Suoni, vibrazioni, andamenti ritmici, andature sintattiche sono elementi che permettono di costruire un’esperienza comune oltre il visivo. La cecità non è un limite estetico: è una variazione percettiva che può arricchire la nostra comprensione del linguaggio. La sfida non è compensare una mancanza, ma ampliare la nostra idea di linguaggio. La parola può essere ritmo, gesto, architettura tattile, evento corporeo. La cecità (reale o simbolica) ci insegna che il linguaggio non deve spiegare, ma far accadere. Non rappresentare il mondo, ma renderlo accessibile. Non colmare un vuoto, ma creare un ambiente comune. In questa prospettiva, la poesia non è evasione: è responsabilità. Un gesto etico che costruisce uguaglianza percettiva. L’inclusione nasce dal ripensare il linguaggio come progetto collettivo. La parola non è data: è costruita insieme. Lavorare sulla forma linguistica è un gesto politico: significa costruire mondi in cui tutti possano entrare, indipendentemente dal modo in cui percepiscono. Ripensare il linguaggio come forma di accesso significa liberarlo dal primato del visivo e riconoscerlo come gesto, ritmo, relazione. La parola non è soltanto strumento: è ambiente, corpo, architettura, solo quando la consideriamo in questa ampiezza possiamo renderla davvero inclusiva.

 

20 dicembre 2025