Che cosa significa davvero “insegnare”? Matthew Lipman ci invita a ribaltare la prospettiva: il docente non è più il custode di un sapere da trasmettere, ma il facilitatore di un processo di ricerca condivisa. La classe diventa comunità, il banco si trasforma in cerchio e il sapere smette di essere chiuso, aprendosi al dialogo, alla riflessione critica e al confronto. Educare al pensiero significa educare alla democrazia: pace, giustizia, verità e bellezza non sono concetti astratti, ma esperienze da vivere e discutere collettivamente.
Chiedere a uno studente di esporre l’argomento studiato è diventato un compito arduo. Non solo perché molti si sottraggono al confronto, ma soprattutto perché questo si riduce, nel migliore dei casi, a una ripetizione pedissequa di un contenuto non compreso. Basta ad esempio interrompere il flusso di coscienza, la declamazione della “poesiola”, per rendersi conto che un testo non è stato realmente assimilato.
Gli ultimi dati Ocse sono allarmanti: su 31 Paesi, l’Italia occupa le ultime posizioni in tutte e tre le competenze analizzate — comprensione del testo, capacità di calcolo e problem solving adattivo. Una situazione emergenziale che deve farci riflettere, perché da essa dipendono il futuro e la tenuta politica del nostro Paese.
Questa notizia richiama alla mente l’intuizione del filosofo Matthew Lipman che, osservando la mancanza di un insegnamento capace di aiutare i suoi figli di 10-11 anni a ragionare, decise di cercare un modo per supportarli. All’epoca insegnava Logica al college e comprese che l’insoddisfazione per i risultati dei suoi studenti derivava dal fatto che avevano iniziato troppo tardi a imparare il ragionamento logico. Da qui la convinzione che fosse necessario intervenire già nella scuola media per insegnare agli studenti a “imparare a ragionare” (Brandt, 1988, p. 34).
La P4C: la logica applicata alla vita
Due elementi risultano fondamentali per comprendere il metodo su cui Lipman baserà la sua Philosophy for Children (P4C): da un lato la sua formazione come professore di Logica, dall’altro la preoccupazione per la capacità di ragionamento degli individui, con la conseguente identificazione tra “logica” e “ragionamento”.
Lipman, scomparso nel dicembre 2010, non aveva soltanto capito cosa fare, ma soprattutto come insegnare la logica ai ragazzi e alle ragazze in età preadolescenziale. Egli individuò un metodo per suscitare negli studenti interesse, curiosità e partecipazione, condizioni indispensabili per una comprensione autentica. Un libro, un docente e un gruppo pronto a confrontarsi: questi gli ingredienti di un nuovo programma, noto con l’acronimo P4C.
La proposta segna un cambio di paradigma educativo: non più un’istruzione trasmissiva, ma partecipativa. Gli studenti diventano parte attiva di un processo che li porta a riformulare il proprio sistema concettuale, perché pensiero, parola e azione sono fortemente connessi. Lipman ne era consapevole e per questo mise a disposizione strumenti nuovi: libri scritti appositamente per i ragazzi, non manuali di filosofia tradizionali né testi accademici, ma racconti.
Lo storytelling, infatti, favorisce l’immedesimazione, elemento cruciale per un lettore giovane. Lipman scelse di rendere protagonisti studenti della stessa età dei destinatari della P4C, ambientando le vicende in contesti quotidiani e familiari. In questo modo i problemi logici emergenti nel testo potevano essere applicati alle condizioni concrete dei personaggi.
«Si ritiene fondamentale che i bambini scoprano la razionalità; più ancora ci si adopera perché diventino persone ragionevoli. Questa ragionevolezza è costituita da un modo particolare di intendere il dialogo, la tolleranza, il rispetto, la libertà, la critica, l’autonomia, la razionalità, il giudizio» (V. Waksman, W. Kohan, Fare filosofia con i bambini, p. 3).
Applicare la logica alla vita: questa è l’altra grande finalità del lavoro filosofico di Lipman. Non solo insegnare ai giovani le regole del ragionamento, ma mostrare loro come tali regole non appartengano a un mondo astratto di idee, bensì trovino la loro piena utilità quando vengono applicate alla realtà quotidiana.
«L’educazione è vista come un processo che cercherà di fare del bambino qualcosa di diverso da ciò che è» (Ibidem).
Dalla trasmissione del sapere alla partecipazione
Se il racconto ideato da Lipman diventa il pretesto per leggere situazioni vicine agli studenti e, al tempo stesso, per leggere sé stessi — cioè individuare dinamiche che appartengono alla vita quotidiana — allora la figura del docente e la comunità di ricerca che si forma intorno a lui assumono un ruolo centrale e significativo. La trasmissione lascia spazio alla partecipazione; l’ascolto si trasforma in domanda; la definizione diventa ricerca.
Non siamo più di fronte al custode di un sapere sacro da tramandare in modo rigido alle nuove generazioni. Al contrario, per Lipman il docente deve limitarsi a organizzare e condurre la lezione, senza mai porsi come fulcro né come punto di riferimento esclusivo della discussione. Egli diventa il mediatore della situazione didattica e, come tale, deve lasciare spazio agli argomenti e agli interventi dei ragazzi, evitando di monopolizzare o condizionare il confronto.
Da sapere chiuso e definito si passa a un sapere aperto e critico.
Si comprende così la preferenza di Lipman per il termine facilitare rispetto a insegnare, per descrivere l’attività del docente. “Insegnare” deriva dal latino tardo insignāre, che significa “imprimere”, composto da in- e signāre, ossia “lasciare un segno nella mente di qualcuno”. “Facilitare” proviene invece da facile, che a sua volta deriva da facere, cioè “fare”. È evidente, quindi, che se l’idea è quella di “fare” filosofia con i bambini, e non di “insegnare” filosofia ai bambini, allora non serve un insegnante tradizionale, ma un facilitatore. Non si tratta di imprimere segni nella mente del bambino, tantomeno di natura storico‑filosofica, ma di accompagnarlo nell’esercizio del ragionamento, della riflessione critica e del dialogo con i coetanei.
Se il docente ha il compito di facilitare, gli studenti non sono più seduti composti dietro a un banco pronti ad ascoltare; si dispongono invece in cerchio intorno al proprio docente, dando vita a quella che Lipman definisce comunità di ricerca. Si smette di essere soli nei propri pensieri per scoprire la bellezza di condividerli in un gruppo. Significativo è il passo di Lipman nel suo celebre testo Educare al pensiero:
«la comunità di ricerca è per certi versi un apprendimento comune ed è, pertanto, un esempio di valore di un’esperienza condivisa. D’altro canto, è anche un’esaltazione dell’efficienza del processo di apprendimento poiché quegli studenti per i quali ogni sorta di apprendimento deve avvenire in solitudine, scoprono di poter utilizzare e trarre vantaggio anche dalle esperienze di apprendimento degli altri» (p. 108).
Lipman comprende, ed è questa una delle lezioni da riscoprire, che a nutrire la democrazia non sono la prevaricazione e la competizione, bensì la condivisione e la cooperazione: principi da trasmettere ogni giorno a scuola, mostrando che veniamo sì soli al mondo, ma possiamo affrontarne insieme le difficoltà. Così l’essere umano si scopre, per dirla con Aristotele, politikòn zôon. Scambiarsi idee, chiarire concetti, sviluppare ipotesi, soppesare possibili conseguenze: sono solo alcune delle azioni che rendono una classe comunità, mentre ciascun individuo si appropria della propria indipendenza intellettuale.
«Affinché le persone imparino effettivamente a usare metodi migliori per la risoluzione dei conflitti nella loro vita quotidiana, è necessario che imparino innanzitutto a porsi insieme delle domande, a ragionare e a formulare insieme dei giudizi» (Ivi, p. 122).
Dalla riflessione alla condivisione: la forza delle idee
Pace, guerra, giustizia, bellezza, verità: sono solo alcuni dei temi che emergono in una comunità di ricerca, concetti che hanno impegnato i filosofi di ieri e che, oggi più che mai, continuano a interrogare quelli di oggi. Lipman, che visse la guerra americana contro i Vietcong di Ho Chi Minh, si rese conto — prima ancora di ogni possibile schieramento — che molti americani faticavano a presentare in modo convincente le proprie opinioni sul conflitto, e questo lo angosciava.
«Dobbiamo, piuttosto, aiutare i bambini sia a comprendere sia a mettere in pratica che cosa significhi ridurre la violenza e sviluppare la pace. Essi devono imparare a pensare con la propria testa su tali questioni e non limitarsi a rispondere in maniera meccanica quando offriamo loro stimoli adeguati» (Ivi, p. 121).
Si evidenzia così la significativa correlazione tra istruzione e democrazia che l’opera di Lipman promuove, sostenendo che si pensa bene quando il pensiero diventa condivisibile, cioè razionale. La forza di un’idea, infatti, non risiede soltanto nella sua coerenza interna, ma nella capacità di generare fiducia in chi l’ascolta. In questa prospettiva, la dimensione logica del pensiero è al servizio della sua funzione sociale: un ragionamento deve essere coerente non per evitare contraddizioni, ma perché acquista efficacia all’interno della comunità che ne ricerca il senso.
Se si riflette sulla carenza argomentativa emersa durante il dibattito sulla guerra in Vietnam, si comprende perché Lipman abbia deciso di intervenire sulla capacità riflessiva e discorsiva delle persone fin dall’infanzia. Egli comprese che un’idea ha valore quando assume una forma rigorosa e, al tempo stesso, quando diventa significativa per una comunità di riferimento.
«Come i buoni amici hanno a cuore l’amicizia e le solide comunità apprezzano il valore della comunità, analogamente le società pacifiche riconoscono quanto sia importante comprendere che cosa sia la pace e quali siano le condizioni necessarie perché essa venga mantenuta. Le società che non si sforzano di capire come si possa raggiungere e preservare la pace hanno scarsa probabilità di ottenerla e di viverla» (Ivi, p. 122).
Il processo educativo, dunque, non è finalizzato principalmente alla comprensione immediata delle questioni trattate, ma viene inteso come un passaggio necessario al consolidamento della capacità riflessiva del singolo studente, che potrà servirsi di essa nella vita adulta per inserirsi con consapevolezza e abilità dialogica nella prassi democratica della società.
La classe, in questa prospettiva, diventa un vero e proprio laboratorio sociale: ogni bambino sperimenta oggi, spesso in modo inconsapevole, ciò che domani sarà chiamato a vivere con piena consapevolezza critica e responsabilità.
«Le persone lottano per trovare un senso nella loro vita e, quando non ci riescono, per ottenerlo. Il loro impegno, però, spesso non trova soddisfazione perché non distinguono tra i brividi ingannevoli che derivano dal circondarsi di immagini violente e, invece, il gusto di vivere una vita ricca di significato, qualitativamente intensa e sovrabbondante di rapporti umani costruttivi» (Ivi, p. 124).
25 novembre 2025
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