La Cura di Sé

 

La filosofia non è solo amore per il sapere, ma indagine e ricerca perpetua in ogni campo della conoscenza. Essa, in origine, consisteva in un rapporto intimo con sé stessi. Non ci si interrogava semplicemente sul senso della vita, perché la filosofia era l’esistenza stessa.

 

 di Simone Tinari

 

 

Origine e senso della filosofia:

 

La filosofia – philo-sophia, amore della sapienza e della saggezza – agli occhi di noi contemporanei appare come mero esercizio di pensiero, prima ancora che per il suo valore spirituale. Seguendo il Convito, Platone mostra che Socrate è la perfetta incarnazione del filo-sofo: proprio come Eros – figlio di Poros, abbondanza, e Penia, povertà –, Socrate era consapevole di non avere la sophia, ma la spinta erotica che nutriva per la conoscenza era ciò che intendeva procurarsi.

Ma chi erano i detentori del sapere? I Greci attribuivano la sophìa ad alcuni uomini, fondamentalmente straordinari e carismatici, che, in quanto sophòs, possedevano un’abilità “innata” che non poteva essere trasmessa.

In quest’ottica è implicita una contrapposizione istintiva tra chi sa e, in virtù di questa predisposizione, può fare: agire, compiere ragionamenti logici e compiuti. Un esempio tipico è quello del timoniere che è padrone della propria nave, ma è chiaro che questa capacità non può essere insegnata a tutti, poiché la navigazione pone gli uomini di fronte a situazioni incontrollabili. L’imprevedibilità degli accidenti non è circoscritta in schemi fissi. Pindaro, in un’ottica aristocratica, definiva sophòs "chi molto sa per natura''.

 

Il sapere come pratica d'interiorità:

 

Eppure, la storia della filosofia antica ci ha insegnato che il sapere non può rientrare esclusivamente in una prospettiva sprezzante verso gli altri uomini. Spesso e volentieri, essa è stata il rifugio degli uomini, un modo di interrogarsi primariamente su sé stessi, in modo tale che l’atto riflessivo dello scrutarsi divenga presto una sorta di accudimento. 

Si pensi a Seneca che incitava Lucilio ad avere una maggiore sollecitudine presso la propria persona, invitandolo all’impegno costante di “trasformarsi” e “impegnarsi”.

La filosofia, in principio, nasce come una maniera di vivere che non si riduceva a dei semplici precetti morali, poiché significava esistere-nel-mondo: un metodo da praticare in ogni istante per trasformare radicalmente il proprio essere. Questo metodo spirituale presuppone una conversione totale, perché la sophia non è solo conoscenza di concetti astratti, bensì uno stato a cui bisogna pervenire attraverso degli esercizi appositi.

Non a caso, ciò che si prefiggevano gli antichi era il raggiungimento dell’imperturbabilità dell’anima – ataraxia – e della libertà interiore, o autarchia – autarcheia. La filosofia nasceva, in sostanza, come una terapia destinata a curare i mali degli uomini. Era indispensabile, dunque, edificare il sé come soggetto etico delle proprie azioni, comportando, pertanto, l’adempimento di un dovere: realizzare ciò che si è, comprendere cosa si può fare e come ci si debba comportare.

Ciò era evidente nelle filosofie ellenistiche – epicureismo, stoicismo e scetticismo – le quali consideravano la logica e la fisica come strumenti finalizzati al benessere etico.

La condizione contemporanea impone a tutti noi un ideale d’individuo menzognero e irraggiungibile. Sappiamo che l’edonismo prodotto dalla società capitalistica diviene l’unico fine per tutti i fruitori di servizi. I beni di consumo che intendiamo oggi non attecchiscono affatto con ciò che si prefiggevano gli antichi. Essi, interessati ai valori di comportamento e all’esistenza individuale, costituivano attraverso la cultura di sé un modo per intensificare il valore di sé e dell’altro.

 

 

La cultura di sé e le forme comunitarie di apprendimento:

 

La cultura di sé stabilisce i fini di un’educazione irreprensibile; si tratta di entrare essenzialmente in intimità con se stessi, riconoscersi indipendenti di agire al di là di canoni esteriori e prestabiliti, in quanto si è sovrani delle proprie azioni. Verosimilmente, è ciò che asserirà Sartre ne L’essere e il nulla, distinguendo tra essenza – la libera edificazione dell’uomo, condannato a costruire la sua vita – e l’esistenza, che in successione precede l’essenza. Sartre affida all’uomo la responsabilità assoluta delle proprie azioni.

Orbene, tale attività ha assunto varie forme che venivano impregnate in scambi interindividuali – come il rapporto tra precettore e discente –, corrispondenze nelle quali si sollecitavano consigli o si esponevano i propri tormenti interiori – emblematiche sono le epistole che Seneca indirizza a Lucilio – e, in ultima analisi, strutture o gruppi più o meno istituzionalizzati. Fra questi ne sono un esempio le comunità pitagoriche, la scuola stoica e i gruppi epicurei. Capiamo, adesso, che si trattava di “gerarchie”, scambi dialettici in cui spettava ai più competenti dirigere gli altri. Nella scuola pitagorica, non a caso, erano presenti gli allievi acusmatici, che dovevano seguire passo dopo passo l’insegnamento del maestro, e i matematici, quest’ultimi a un livello superiore d’istruzione, tant’è che potevano intervenire e chiedere chiarimenti per risolvere eventuali dubbi e perplessità. In questa dinamica, attraverso le parole di Filodemo, gli esercizi collettivi permettevano di intensificare il rapporto con l’altro (ciò che veniva comunemente definito come “to di’ allelon sozesthai”), giacché si riceveva un aiuto fondamentale, senza perdere di vista la propria individualità.

 

Filosofia e medicina come discipline terapeutiche:

 

Nella nostra quotidianità, con l’avanzare dei mezzi e dei benefici scientifici, è comune ritenere la medicina come cura dai mali. Si potrebbe erroneamente ritenere che la medicina risolva i mali dell’umanità, ma essi non cesseranno senza un adeguato supporto. Infatti, la filosofia viene chiamata in causa non tanto per lenire i dolori del corpo, quanto piuttosto per guarire i perturbamenti dello spirito, affinché prevalga la padronanza di sé.

È oltremodo plausibile un sostanziale accordo tra le due discipline: quella “scientifica” si occuperà dei malesseri esteriori, pur con l’intento di ristabilire “sane” abitudini all’animo; quella “umanistica” alleverà in toto, diminuendo l’inquietudine e i turbamenti abituali cui ci si scontra, operando altresì una cesura ai difetti dell’animo.

 

Discorso filosofico e filosofia vissuta:

 

A questo punto, ci scontriamo con una tautologia, forse non ancora troppo perentoria; ossia, la distinzione tra “discorso filosofico” e filosofia. Discernimento essenziale, non estraneo agli stoici, che comporta un diverso piano di interpretazione: il discorso filosofico sarà prettamente speculativo e teoretico, mentre la filosofia in sé cercherà come obiettivo il perfezionamento dell’anima (ciò che si è).

Un’altra similitudine, concernente il precedente rapporto, si configura anche nel concetto di paideia. In un certo senso, la formazione culturale dell’individuo non è tanto distante da tutte quelle pratiche che rientrano nella cura di sé. Istruirsi, formarsi, conoscersi, curarsi: sono attività collegate. Per questo, Epitteto soleva dire che:

 

« È un ospedale, uomini, la scuola di un filosofo: non si deve uscirne dopo aver gioito, ma dopo aver sofferto ».

 

La consapevolezza della propria finitudine:

 

L’intenzione di prendere consapevolezza della propria finitudine, dei limiti fragili inscritti nella condizione umana, non è un segnale di viltà. L’esistenza, specialmente quando è ridotta ad una mera spesa di denaro e perdita di tempo, privandosi di studi genuini, ha tutti i connotati di uno stato patologico. Il compito del filosofo – cioè di colui che vuole raggiungere la sophìaè di essere sempre cosciente dei propri patimenti, quantunque desideri ardentemente rettificare e correggere i propri giudizi.

La fatidica domanda che ci si pone è l’intramontabile ti estì. Che cos’è? Da questa domanda, il soggetto diverrà automaticamente filosofo, poiché il mondo, banale e monotono, gli risulterà pieno di meraviglia da scoprire, dacché ciò che risulta occultato è da disvelare, rendere non nascosto, come direbbe Heidegger. Il sapiente, considerando l’ignoranza la radice di tutti i mali, cercherà in ogni momento della vita di scacciare quel plumbeo stato di sedentarietà dell’anima. Il desiderio di sottrarvisi sarà viscerale.

 

14 novembre 2025