Cosa significa riconoscere? La filosofia si è sempre occupata di gnoseologia, mettendo al centro il problema del conoscere, tralasciando il tema del riconoscere. Nel mondo globalizzato culture ed etnie diverse si incontrano ed è necessario capire cos’è il riconoscimento e perché è importante. Paul Ricouer e François Jullien possono aiutarci a rispondere.

Essere riconosciuti
Il verbo “riconoscere”, nella storia della filosofia, è stato quasi sempre utilizzato nella sfera della conoscenza, ovvero come “riconoscere un qualche cosa”, questo avviene in Cartesio, in Kant e molti altri pensatori. Per primo, Paul Ricouer vuole dare uno statuto filosofico al riconoscere, sostenendo che il suo significato non si risolve nel conoscere: per fare questo propone un percorso filosofico che, partendo dal riconoscere nella forma attiva, arriva all’essere riconosciuto nella forma passiva.
Una persona può essere riconosciuta per il suo aspetto fisico oppure per la sua storia: Ricoeur, nella sua opera Percorsi del riconoscimento, riprende il Tempo ritrovato di Proust in cui il narratore si trova in un pranzo in cui tutti gli invitati sono persone che hanno popolato il suo passato, ma appaiono invecchiati, come se avessero una maschera. Il narratore riesce a riconoscerli nonostante il Tempo che ha cambiato il loro aspetto. Si introduce una sorta di riconoscimento dell’irriconoscibile:
« In effetti “riconoscere” qualcuno, e più ancora identificarlo dopo che non si è riusciti a riconoscerlo, significa pensare sotto un’unica denominazione due cose contradditorie, ammettere che quello che c’era, l’essere di cui ci si ricordava, non c’è più, e che quello che c’è ora è un essere che non conoscevamo; significa dover riflettere su un mistero inquietante, quasi, come quello della morte, di cui esso è, del resto, una sorta di introduzione e di annuncio. Perché sapevo che cosa volevano dire, quei cambiamenti, a che cosa preludevano » (Proust, Tempo ritrovato, p. 631).
Proust, attraverso l’esperienza del narratore, invita il lettore a riflettere su sé stesso, a riconoscere dentro di sé la sua verità e il suo essere e dà l’opportunità a Ricouer di considerare la persona nella sua dimensione narrativa, in altre parole nel suo avere una storia, in cui si può riconoscere o può chiedere di essere riconosciuta.
La richiesta di essere riconosciuti apre, secondo Ricoeur, ad una situazione conflittuale in cui si verifica una continua lotta per il riconoscimento del sé nei confronti degli altri. Axel Honneth, nel suo Lotta per il riconoscimento, sostiene che una persona chiede di essere riconosciuta nella sfera familiare/erotica/amicale, nella sfera giuridica e in quella sociale. Nella prima, che riguarda i rapporti familiari e amorosi, il mancato riconoscimento all’interno del gruppo pregiudica la fiducia nell’altro e in sé; nella seconda, che riguarda l’ampliamento della sfera dei diritti e delle capacità, pregiudica il rispetto di sé e apre all’orgoglio di sé; nella terza, che riguarda la condivisione di valori e stili di vita, il mancato riconoscimento a livello sociale mina alla stima di sé.
Ricouer si chiede, però, se è possibile ottenere un riconoscimento senza una situazione conflittuale che lo precede; questo non significa non appoggiare movimenti di lotta per i diritti civili e politici, ma riflettere sulla possibilità che una situazione di giustizia si possa raggiungere senza lotta.
La dimensione dell’agàpe
Ricouer sostiene che il riconoscimento di una persona può avvenire senza una situazione precedente di conflitto nella dimensione dell’agàpe, dell’amore disinteressato. In esso la logica di equivalenza scompare per lasciare il posto ad una giustizia che si annuncia da sé senza essere ricercata. Il filosofo francese arriva a questa conclusione riprendendo gli studi antropologici di Mauss sullo scambio dei doni: in questi, egli nota come il riconoscimento avvenga attraverso il contraccambiare continuamente per ristabilire una situazione di equivalenza. Il dono, al contrario, deve essere disinteressato per essere autentico e non rispondere a logiche economiche. Solo nell’agàpe come amore disinteressato posso riconoscere l’altro in modo, appunto, disinteressato valorizzandolo nella sua dignità e nella sua persona.
Nel dare uno statuto filosofico al riconoscimento, trovo necessario il dialogo tra le filosofie di Ricouer e François Jullien. Quest’ultimo, ricercando un Senso per l’esistenza nell’epoca nichilista, lo ritrova nel Vangelo di Giovanni dove Gesù invita a dis-aderire dalla psyché, come soffio vitale individuale, per accogliere la zoé, ovvero la vita nella sua pienezza. Gesù, attraverso la sua morte, dona la vera vita per dare senso alla sua vita e a quella degli altri: in questa dimensione relazionale l’agàpe come amore disinteressato verso l’altro permette il riconoscimento dell’altro nella sua dignità e nel suo valore e allo stesso tempo dà senso alla mia esistenza riconoscendola nella sua dignità e nel suo valore.
Ricoeur e Jullien, facendo incontrare le loro filosofie nella dimensione dell’agàpe aprendo ad un riconoscimento autentico e disinteressato dell’altro, hanno dato un contributo fondamentale per affrontare le sfide riguardanti il dialogo interculturale che il mondo globalizzato ci mette davanti. Forse nel riconoscimento sta il senso della nostra esistenza e del nostro mondo, solo in esso può avvenire un autentico dialogo tra persone, tra popoli.
19 novembre 2025
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