Destra, sinistra e la comoda ignoranza

 

Oggi si potrebbe rispondere, senza provocazione, che gli uni sono diventati gli altri. Non perché si siano scambiati i programmi o le alleanze, ma perché ciò che li accomuna è una strana e ambigua conoscenza delle proprie ideologie, che coincide con una profonda non conoscenza delle proprie idee.

 

di Ahmed Marouani 

 

Le parole restano, i nomi resistono, ma il loro contenuto si è assottigliato fino a diventare irriconoscibile. Questa confusione non è soltanto politica. È, prima ancora, una crisi intellettuale. Non riguarda il modo in cui i partiti si organizzano o competono, ma il modo in cui guardano la realtà. Non si tratta di un dramma di azione o di strategia, bensì di conoscenza. Si agisce senza capire, si parla senza sapere, si prende posizione senza aver prima interrogato ciò che si pretende di rappresentare.

 

In  questo senso, la crisi che attraversa oggi la distinzione tra destra e sinistra non è il risultato di un tradimento improvviso o di una degenerazione recente. È il prodotto di un lungo ritardo. La politica continua a parlare di una realtà che tarda a divenire cosa, mentre la vita quotidiana procede altrove, mutata, spesso irriconoscibile. Il linguaggio politico rimane fermo, la realtà si sposta. E in questo scarto cresce la disillusione. La sinistra continua spesso a rivolgersi a un soggetto sociale che non riconosce più la propria voce in quel linguaggio. La destra, al contrario, intercetta quel vuoto promettendo un’identità immediata, semplificata, rassicurante. Ma in entrambi i casi il problema resta lo stesso: la realtà non viene conosciuta, viene interpretata in modo schematico. O idealizzata o ridotta a slogan. Da qui nasce quella che oggi appare come una diffusa povertà degli argomenti. Una povertà che non è segno di inferiorità morale o culturale, ma una condizione condivisa. È la povertà di chi vive una trasformazione profonda senza possedere più gli strumenti per nominarla. La differenza sta nel modo in cui questa povertà viene trattata: la sinistra tende a rimuoverla o a giudicarla, la destra tende a sfruttarla. Nessuna delle due la assume davvero come punto di partenza per una conoscenza nuova.

 

Il risultato è una politica che si muove dentro uno schema polemico permanente. Destra contro sinistra, progresso contro reazione, popolo contro élite. Ma questa schermaglia continua non produce chiarimento, produce soltanto rumore. Non apre conflitti reali, li simula. Non illumina la realtà, la nasconde dietro formule ripetute. In questo contesto, il rimpianto diventa spesso un rifugio privato. La nostalgia di ciò che si è perduto, di ciò che non si è realizzato, di ciò che avrebbe potuto essere. Ma un rimpianto che resta individuale, emotivo, non ha valore politico. Acquista senso solo quando diventa pubblico, quando si riconosce come dato oggettivo di una crisi condivisa, quando smette di essere consolazione e diventa domanda.

 

La vera questione, allora, non è stabilire chi abbia torto o chi abbia ragione nello scontro tra destra e sinistra. La questione è capire chi, oggi, sia disposto a compiere il lavoro più difficile e meno spettacolare: quello della conoscenza. Perché senza questo lavoro preliminare ogni presa di posizione è destinata a essere cieca, e ogni vittoria apparente a rivelarsi, nel tempo, una sconfitta più profonda.

 

C’è però un punto che non può essere eluso, e che rende questa crisi ancora più grave: la responsabilità di chi si lascia guidare senza capire. Perché se è vero che la politica ha smesso di conoscere la realtà, è altrettanto vero che una parte sempre più vasta del popolo ha smesso di pretendere conoscenza. Si accontenta di parole, di gesti simbolici, di indignazioni precotte. Si lascia abbindolare, non per ingenuità, ma per stanchezza. Il popolo, oggi, non è più soltanto tradito: è spesso consenziente nella propria confusione. Accetta spiegazioni semplici per problemi complessi, perché la complessità richiederebbe uno sforzo che non vuole più compiere. In questo senso, l’ignoranza non è imposta: è praticata. È diventata una forma di difesa.

 

Quelli di sinistra, in particolare, sembrano aver sostituito la lotta con il linguaggio della lotta. Difendono cause giuste — come quella contro il patriarcato — senza saper più spiegare perché lottano davvero. Ripetono parole d’ordine che non sanno più tradurre in esperienza concreta. Parlano di oppressione senza riuscire a nominare i nuovi rapporti di potere. Denunciano il sistema senza saper dire dove esso agisca oggi, nei corpi, nel lavoro, nel tempo di vita. Il  patriarcato diventa così un termine onnipresente e insieme vuoto. Un concetto che viene agitato come un talismano morale, ma che raramente viene ricondotto alle sue forme materiali: la precarietà economica, la mercificazione dei rapporti affettivi, la solitudine sociale. La sinistra, incapace di questa analisi, si rifugia nella superiorità etica. Non convince, ma giudica. Non educa, ma scomunica. E così perde proprio coloro che dice di voler liberare. La  destra, dal canto suo, agisce con una brutalità più onesta. Non pretende di spiegare: promette. Non chiede conoscenza: chiede adesione. Offre identità semplici a soggetti disorientati. Difende un’idea di ordine che non nasce dalla giustizia, ma dalla paura. Parla di tradizione senza sapere cosa difende, di nazione senza conoscerne la storia reale, di sicurezza senza interrogarsi sulle cause profonde dell’insicurezza. La famiglia, la patria, il merito: parole pronunciate come se fossero naturali, eterne, incontestabili. Ma dietro queste parole non c’è conoscenza, c’è nostalgia. Una nostalgia selettiva, che cancella le contraddizioni, le violenze, le esclusioni. La destra non ignora la realtà: la semplifica deliberatamente, perché sa che la semplificazione è più efficace della verità. E il popolo accetta. Accetta perché riconoscersi in uno schema è più facile che riconoscersi in una crisi. Accetta perché essere rassicurati è meno faticoso che conoscere. Accetta perché la conoscenza, oggi, non promette salvezza immediata, mentre l’identità sì. In  questo modo, destra e sinistra continuano a svolgere ruoli complementari. La sinistra parla una lingua che non arriva, la destra parla una lingua che consola. L’una si illude di avere ragione, l’altra si accontenta di avere seguito. Ma entrambe contribuiscono a una stessa rinuncia: quella alla conoscenza come atto politico fondamentale

 

 

Forse, allora, il problema non è stabilire se la destra abbia tradito la giustizia o se la sinistra abbia tradito il popolo. Forse il problema è più radicale: nessuna delle due sembra oggi disposta a conoscere davvero ciò che pretende di rappresentare. La destra governa spesso senza realtà, sostituendo la conoscenza con l’ordine. La sinistra parla spesso senza popolo, sostituendo la conoscenza con il linguaggio. Entrambe agiscono come se la crisi fosse esterna, accidentale, momentanea. Ma la crisi è interna, strutturale, ed è prima di tutto una crisi della mente. Continuare a invocare identità, appartenenze, valori, senza interrogarsi sulla loro verità concreta, non è militanza: è superstizione politica. E perseverare nello schema dello scontro significa soltanto rimandare ancora una volta ciò che tarda da troppo tempo a divenire cosa. Non serve scegliere da che parte stare, se nessuna delle parti sa più dove si trova. Serve invece compiere un gesto più difficile e impopolare: fermarsi, guardare, conoscere. Accettare che la povertà degli argomenti non è una vergogna, ma un punto di partenza. Accettare che la crisi non chiede slogan, ma chiarezza.

 

Finché questo lavoro non verrà fatto, destra e sinistra continueranno a combattersi come ombre, credendosi nemiche, mentre in realtà condividono la stessa irresponsabile rinuncia alla conoscenza. E allora sì, non resterà che una politica senza verità e una verità senza politica. Che è il modo più elegante — e più colpevole — di non cambiare nulla.

 

22 marzo 2026