Alasdair MacIntyre, autorità della filosofia morale, profetizzò le sciagure in avvenire di un Occidente svuotato di solidi principi morali. La sua opera principale, After Virtue, è una disamina essenziale di ciò che tutt’ora è causa di frammentazione morale. Il presente contributo vuole rendere giustizia a un filosofo troppo spesso dimenticato, attraverso una lettura funzionale del suo pensiero.
Un’ipotesi inquietante.
Nel preludio dell’opera After Virtue, MacIntyre denuncia la crisi del linguaggio morale contemporaneo e si chiede come sia possibile recuperare un orizzonte etico dotato di senso. Egli immagina una catastrofe che distrugge totalmente il linguaggio del sapere scientifico, la cui ricostruzione successiva sarebbe caotica e disordinata, senza che vi sia una comprensione reale di quei concetti perduti. In tal modo, ogni scienziato formulerebbe la sua teoria soggettiva, mancante di appositi strumenti che garantiscano oggettività come nel passato. Questa ipotesi illustra la sua tesi: il linguaggio della morale, nel mondo attuale, è in uno stato di grave disordine. Pur conservando parole come “bene”, “giustizia” e “virtù”, abbiamo perso gran parte del loro significato teoretico e pratico che poneva al centro l’essere umano.
La principale dissoluzione morale odierna.
La causa principale della dissoluzione morale è individuata nella corrente che MacIntyre denomina come emotivismo, secondo cui tutti i giudizi morali esprimano preferenze o sentimenti individuali. Orbene, l’arbitrio del singolo prende il sopravvento. Ciò avviene perché i termini del linguaggio morale odierno esprimono fondamentalmente emozioni. È chiaro pure che, essendo espressioni di atteggiamenti e sentimenti in possesso del singolo, i giudizi di valore non possono essere veri o falsi, poiché qui non si tratta di criteri razionali ed empirici medianti i quali possiamo stabilire un simile discernimento.
Parole come “bene” e “giusto” una volta seguivano una tradizione morale che le conferiva un senso storico e oggettivo; oggi, però, dire “Questo è giusto” significa “Io lo approvo”, e di conseguenza “Questo è giusto non solo per me, ma anche per tutti gli altri”. MacIntyre, circa l’approvazione di tali giudizi individuali, si chiede: «Che genere di approvazione? Magari facendo osservare che l’approvazione può essere di molte specie. È nel rispondere a questa domanda che tutte le versioni dell’emotivismo mantengono il silenzio».
L’emotivismo vuole essere una teoria infallibile, mediante il significato di certe proposizioni asserite, quantunque l’espressione di un sentimento non sia affatto una funzione logica del significato delle proposizioni, quanto piuttosto un uso estremamente particolare di esse.
Si potrebbe giustificare un giudizio particolare riferendosi a qualche regola generale che legittimi e renda valida una tale regola? Secondo MacIntyre non è possibile poiché, a conti fatti, enunciare un principio generale è, sempre e comunque, un’espressione della propria volontà individuale. Manifestamente, la volontà diverrebbe l’unica autorità in grado di misurare tutte le cose, compresi i giudizi morali e le azioni che ne conseguono.
Se nella civiltà occidentale la morale diviene un fenomeno della coscienza, cioè una questione privata, com’è possibile regolare la relazione che intercorre tra la vita del singolo e quella sociale?
Appare evidente che oggi, nella prospettiva di MacIntyre, imperversa un relativismo morale tacciato di presunta oggettività, e i pericoli addotti sono evidenti tanto nel quotidiano quanto nella vita politica, comunitaria ed economica di tutto l’Occidente.

I precursori dell’emotivismo.
I precursori di questa morale sono molteplici, ma quelli che MacIntyre individua maggiormente come impattanti, nella nostra epoca, sono David Hume, Kant, principale rappresentante dell’illuminismo, e gli utilitaristi Jeremy Bentham e John Stuart Mill.
Secondo David Hume un giudizio morale è una particolare espressione del sentimento e delle passioni. Hume fu il primo vero precursore dell’emotivismo, giacché ritenne che il fondamento della morale non potesse essere razionale.
Per Kant le regole della morale sono razionali e, proprio come la matematica, esse devono valere per tutti gli esseri razionali; inoltre, ciò che conta, oltre alla capacità contingente del singolo, è la volontà di seguire determinate regole vincolanti.
La felicità, nella prospettiva kantiana, è una guida estremamente mutevole per fornire una guida morale affidabile; pertanto, quei precetti morali che si poggiano unicamente su tale finalità hanno un valore ipotetico e condizionato. Secondo Kant, però, l’autentica legge morale si misura in base al suo carattere incondizionato e categorico.
Una morale fondata sulla ragione pratica non può che formulare principi che devono essere adottati da tutti gli uomini, cioè universalizzati. Questo rappresenta uno dei meriti della filosofia morale kantiana: la legge morale, fondandosi su un imperativo formale e universale, è applicabile a molti casi. C’è molta più elasticità, e il relativismo sembra un lontano ricordo. Eppure, si presentano numerose difficoltà. Nella Critica della ragion pratica Kant scrive che:
«La regola del giudizio sotto le leggi della ragion pura pratica è questa: domanda a te stesso se l'azione che tu hai in mente, la potresti considerare come possibile mediante la tua volontà, se essa dovesse accadere secondo una legge della natura, della quale tu stesso fossi una parte. »
È evidente che possano insinuarsi alcune complicanze logiche e argomentazioni non affatto incoerenti che, per quanto immorali, riescano a superare il test kantiano.
Se decidessimo di trattare un altro come mezzo, certamente sarebbe ripudiabile per Kant e per tutti noi, ma neppure impossibile e incoerente circa un universo in cui esista soltanto la mia ragione a discapito di quella altrui.
Un altro errore fondamentale, secondo MacIntyre, consiste nell’aver abbandonato una visione essenziale della natura umana, che vada oltre il dovere per il dovere, eliminando la teleologia intrinseca nella nostra condizione; Il telos aristotelico, il fine o il bene a cui tendiamo per natura: la felicità.
Il fallimento del progetto illuminista porta con sé alcune conseguenze: da un lato un soggetto morale individuale, affrancato da una visione teleologica, che attraverso il categorico diviene unico sovrano della propria autorità morale; dall’altro, la deriva di questo presupposto comporta che la morale diventi un mero strumento dei propri desideri e della volontà di ciascuno. Ciò che utile in quanto ritenuto tale.
L’utilitarismo, così, non solo non è una saldo principio morale in quanto l’utile, questo principio che dilaga nella società capitalistica, produrrebbe un inferno di egoismo senza fine, ma perché i presupposti stessi di Bentham e Mill presentano delle carenze concettuali. Questo filone di pensiero sostiene che l’umanità è mossa da due moventi: piacere e dolore. Queste sensazioni differiscono per numero, durata e intensità; in virtù di ciò, la tesi utilitarista sostiene che bisogna agire conseguendo la massima felicità (procurare la maggior quantità possibile di piacere e ridurre quanto possibile la quantità di dolore) per il maggior numero di persone.
Mill, in Utilitarismo, tentò di distinguere tra piaceri superiori e piaceri inferiori, in forza dello sviluppo della creatività umana. Il fatto è che non è facile stabilire una somiglianza netta tra piacere e felicità. Anzi, per MacIntyre, essi sono in larga misura incommensurabili:
« Non ci sono scale qualitative o quantitative in base a cui misurarli. Di conseguenza, il ricorso a criteri di piacere non mi dirà se devo bere o nuotare, e il ricorso a criteri di felicità non può guidarmi nella scelta fra la vita del monaco e quella del soldato. »
Dunque, non possiamo affidarci a queste metodologie per rifondare una morale; esistono troppe specie di attività piacevoli e diversi modi di intendere e procurare la felicità. Il piacere e la felicità che riescono a procurare, ad esempio, il bere e il nuotare, non s’identificano, quantunque la finalità di entrambi coincida. L’arbitrio del singolo è vicino, così come la sua ragione strumentale.
Peraltro, potrebbe sorgere una confusione non indifferente sugli esiti di tali azioni, poiché l’utile non è sempre bene per ciascuno, ed è un’impresa ardua stabilire pure l’intenzione per cui si agisce. Effettivamente, non può andare bene nemmeno la distinzione kantiana di legalità e moralità, in quanto la natura umana è volubile e presto l’idea di fondare una morale sull’intenzione crollerebbe miseramente. In questo apparente coacervo di idee differenti, la morale kantiana e quella utilitarista si dirigono verso la stessa deriva.

Nietzsche o Aristotele?
Il capitolo 9 di Dopo la Virtù rappresenta il perno centrale della discussione di MacIntyre. Se oggi il linguaggio morale è in uno stato di grave disordine, la causa va individuata in primo luogo nella frammentarietà di questi concetti che hanno perso il loro significato originario, derivante all’interno della tradizione aristotelica; in secondo luogo, da quando essa venne abbandonata, tutti i tentativi di fondare la morale su una diversa interpretazione sono falliti.
Nietzsche percepì nitidamente questo tentativo: capì che dietro la pretesa di fondare la morale su una presunta oggettività, si nascondeva una scelta soggettiva di esprimere la propria volontà, conferendo piena fiducia al soggetto in modo da porre un ordine alle cose. La grande distruzione nietzschiana, come pure la sua grandezza, consiste nell’aver raso al suolo gli schemi delle argomentazioni tradizionali della morale; basti pensare al cristianesimo, in cui Nietzsche intravede una negazione della vita attraverso false speranze ultraterrene.
Nell’aforisma 335 della Gaia Scienza, Nietzsche critica con grande maestria l’idea di fondare la morale su sentimenti interiori, sulla coscienza (come riterrà Sartre), sull’imperativo categorico e sulla pretesa dell’universalizzabilità. Egli prosegue che, se la morale non è che espressione della mia volontà, sarà la mia volontà a delineare i confini di ciò che giusto e ciò che è sbagliato in termini etici: «Noi vogliamo diventare quelli che siamo: i nuovi, gli irripetibili, gli inconfrontabili, i legislatori di sé stessi, i creatori di sé stessi».
Com’è noto, Nietzsche vuole che sia l’uomo, o meglio, lo Übermensch, a condurre la propria esistenza per creare nuove tavole di valori. Fondare la morale su un soggetto autonomo e razionale è una mera finzione, per questo è necessario sostituire la ragione con la volontà (di potenza) e fare di noi stessi dei soggetti liberi mediante atti della volontà creatrice. Manifestamente, una volontà eroica che, almeno nel pensiero di Nietzsche, riecheggia nella morale aristocratica, la quale precedette una catastrofe apocalittica: la morale degli schiavi.
L’oltreuomo non può che trovare il suo bene nel proprio mondo interiore, in forza del quale detta a sé stesso leggi e valori indipendenti dal mondo sociale e dalla metafisica: non esistono autorità e valori oggettivi. Secondo MacIntyre, lo Übermensch, poiché misura di tutte le cose, giacché il mondo, per dirla con Schopenhauer, è la rappresentazione della volontà, è carente dal punto di vista delle relazioni sociali. Deve necessariamente condurre da solo:
« Un grand’uomo che cos’è? Se non può condurre, va da solo… Non vuole cuori che simpatizzino con lui, ma schiavi, strumenti: nei suoi rapporti con gli uomini è sempre deciso a fare qualcosa di loro… Sa di essere incomunicabile… Preferisce mentire che dire la verità: mentire richiede più spirito e più volontà… C’è una solitudine dentro di lui… La sua giustizia personale, al di là di ogni appello. » (Af. 962, Frammenti postumi)
MacIntyre assolve Nietzsche fino alla fine, ma, rispetto a quanto si è detto finora, anche lo Übermensch è un prototipo morale fallimentare. Anzi, rappresenta un ulteriore momento di disgregazione del mondo liberale e individualista. Nietzsche, fra tutti i precursori dell’emotivismo, è l’ultimo antagonista della tradizione aristotelica eclissatasi. È chiara la soluzione: bisogna recuperare Aristotele, vale a dire un’interpretazione aristotelica delle virtù. MacIntyre, successivamente, definisce cosa sia una virtù: «Le virtù sono quelle qualità il cui possesso consente a un individuo di raggiungere l’eudaimonia, e la cui mancanza è destinata a vanificare il suo movimento verso il telos».
Analogamente, l’esercizio delle virtù (come la saggezza, la sapienza, il coraggio e la temperanza) è una parte fondamentale di una vita ben vissuta, quantunque non si debba fare l’errore di considerare tale esercizio come un mezzo per assicurarsela.
Agire virtuosamente significa essere educati moralmente, giacché il soggetto morale deve sapere quello che sta facendo e se sta agendo in modo virtuoso sulla base di un giudizio razionale. L’interpretazione aristotelica delle virtù presuppone una distinzione essenziale tra ciò che è bene per l’individuo e quanto è davvero bene per lui in quanto uomo.
L’Etica Nicomachea ci offre la struttura teleologica per ricostruire il linguaggio morale e da cui ripartire per rinsaldare la coscienza collettiva. L’uomo com’è in maniera contingente e come potrebbe essere se realizzasse la sua natura essenziale. La filosofia dovrà occuparsi del passaggio dal primo stato al secondo stato. Tradotto in termini aristotelici, l’etica presuppone il passaggio dalla potenza all’atto, la possibilità di giungere a concepire l’uomo come anima razionale. È la dottrina del telos, il nostro vero fine, che per Aristotele consiste nella realizzazione del nostro bene: ciò a cui ogni essere umano tende. Gli essere umani, in quanto membri di una specie, hanno una natura specifica; tale natura fornisce a tutti i membri certi fini in modo che essi tendano per natura verso un telos specifico. Il bene, che coincide con il telos, è la condizione di essere in uno stato di benessere in relazione con sé stesso e con il divino, agendo secondo tale beatitudine e prosperità. Ogni attività, ciascuna ricerca, tutte le prassi tendono verso qualche bene; il bene va individuato in ciò verso cui tendono tipicamente gli umani. Orbene, è allo scopo di conseguire questo bene che si praticano le virtù. In tal modo, il nostro modo di agire richiede un giudizio, e quindi l’esercizio delle virtù implica la capacità retta di giudicare e fare la cosa giusta nel modo giusto e nel momento opportuno. L’interpretazione del bene è nondimeno cosmica e universale, dato che concerne contemporaneamente il singolo e la polis.
Le emozioni e i desideri vanno ordinati, precipuamente, in vista di quel bene che è la felicità razionale – l’eudaimonia – . Primariamente, stando a quanto detto, la morale odierna deve progettare sé stessa come una struttura triadica: pensare la natura umana come spontanea, conseguire quei precetti dell’etica razionale (le virtù etiche e dianoetiche) e, in ultima analisi, concepire la natura umana come se realizzasse il proprio telos.
Nella lettura che MacIntyre dà di Aristotele, riconoscersi umani significa ricoprire dei ruoli attraverso i quali realizzare il proprio scopo e fine specifico. Il cittadino ha lo scopo di partecipare alla vita politica, in quanto animale politico – zoon politikon –, e il suo fine implica tanto la partecipazione attiva alla collettività quanto la realizzazione del suo benessere personale e di quello comunitario.
Circa quest’ultima osservazione, le virtù devono essere collocate all’interno della comunità stessa cui, per giunta, ciascun individuo vi si riconoscerà, aderendo al progetto comune di realizzare il bene e la prosperità di tutti. L’idea di una simile comunità politica, intesa come progetto comune in vista di un bene universale, è una congettura estranea al mondo liberale e individualista.
A questo punto è chiaro che l’amicizia ricopre un ruolo indispensabile nella realizzazione di questo progetto. Ugualmente, deve esserci vasto consenso su questioni relative ai beni e alle virtù; così facendo, l’affetto che circonda tutti i cittadini sarà ispirato da una devozione d’intenti non indifferente, un perseguimento condiviso in vista di quei medesimi scopi.

L’amicizia intesse legami soldi, riesce nello sforzo di collegare il singolo alla collettività. Aristotele, in maniera pertinente, opera una doverosa distinzione, sicché la stessa amicizia deve avere un fondamento genuino e stabile: non è ammissibile un legame fondato sull’utile o sul piacere reciproci. Verosimilmente, ed è questa la soluzione degna di lode, l’autentica amicizia dovrà basarsi sul comune intento dei beni, dimensione per cui i fini non sono esclusivi ma inverati dentro il rapporto stesso.
L’amicizia del terzo tipo viene individuata come il paradigma fondante il rapporto tra l’autosufficienza del cittadino e il cittadino nella polis. Nella società liberale, l’amicizia appare più una matassa aggrovigliata di individui isolati, che intreccia legami più per vantaggio che per solidarietà umana.
In ultima analisi, gli emotivisti hanno compiuto l’errore di aver abbandonato la tradizione aristotelica. Ad esempio, l’amicizia è ridotta esclusivamente ad uno stato emotivo, mentre è scomparsa l’idea di un rapporto fondato anche su un legame sociale e politico. È vero che una tradizione può smettere di progredire e degenerare, sebbene, prosegue MacIntyre, una tradizione in buono stato non debba necessariamente essere abrogata, poiché gli elementi nuovi che vi si aggiungono apporteranno un notevole miglioramento.
Soltanto con Aristotele il linguaggio morale smetterà di essere frammentato e “pericoloso”, poiché soltanto con l’etica aristotelica raggiungeremo una dimensione in cui l’individuo non è staccato totalmente dal tutto, donde la società verrà intesa come nostra naturale aggregazione in cui contemplare la ragion d’essere di tutti i cittadini.
25 febbraio 2026
DELLO STESSO AUTORE
SULLO STESSO TEMA
S. Basso, Sul sentiero aristotelico della bellezza
P. Parrottino, Smascherare falsi idoli. Nietzsche su sostanza e verità
M. Magini, Quattro questioni filosofiche riguardo La nascita della tragedia di Friedrich Nietzsche
