Pochi cittadini europei saprebbero indicare i membri del Consiglio direttivo della Banca Centrale Europea. Eppure le sue decisioni incidono sull’occupazione, sul welfare e sulla spesa pubblica in modo più determinante rispetto a quello di parlamenti nazionali o dei governi eletti. Questa anomalia non è contingente, ma il sintomo di una trasformazione più profonda dell’ordine politico europeo: il passaggio dalla democrazia liberale a forme di governance neoliberale.
In tutta Europa, le democrazie oggi appaiono fragili, la fiducia nelle istituzioni vacilla e i movimenti populisti crescono rivendicando di rappresentare cittadini che si percepiscono ignorati, marginalizzati o sacrificabili. Ciò che emerge non è soltanto un problema di rappresentanza, ma una crisi più radicale del modo in cui la governance europea plasma la soggettività politica.
Negli ultimi decenni, l’integrazione europea è stata orientata dalla razionalità neoliberale che concepisce la politica come amministrazione, i cittadini come stakeholder e la democrazia come una questione di efficienza. Questa trasformazione non ha semplicemente modificato le istituzioni, ha inciso sulle condizioni stesse dell’esperienza politica. Per comprenderne le conseguenze, è utile rivolgersi a una figura che ha riflettuto a fondo e ha vissuto in un’Europa depoliticizzata: Hannah Arendt. In The Human Condition, Arendt sostiene che più grave minaccia alla politica non è la violenza, ma la distruzione del mondo comune in cui l’azione e la parola possono apparire. La politica esiste solo nello spazio pubblico, dove individui liberi ed eguali agiscono insieme. Quando questo spazio viene ridotto a burocrazia e necessità economica, si produce una specifica esperienza esistenziale: l’estraneazione (loneliness).
Ne Le origini del totalitarismo, Arendt definisce l’estraneazione come l’esperienza più radicale e disperata dell’uomo, una condizione in cui gli individui sono separati non solo dagli altri, ma anche dal mondo condiviso che rende possibile il senso e l’azione. Questa diagnosi risuona in modo sorprendente con la condizione europea contemporanea. Gran parte della governance dell’Unione Europea opera oggi attraverso ciò che Michel Foucault ha definito governmentality: una forma di potere che agisce non mediante la coercizione diretta, ma attraverso procedure, dispositivi e saperi esperti. Il potere europeo funziona “a distanza”, modellando i comportamenti tramite indicatori, metriche e criteri di performance. In questo contesto, il governo non è più esercizio di autogoverno collettivo, ma gestione di processi secondo logiche di ottimizzazione e competitività. La letteratura sulla governmentality ha mostrato come la razionalità neoliberale estenda i principi del mercato alle istituzioni pubbliche e agli individui. La politica viene così ridotta a una questione tecnica di coordinamento, mentre la legittimità si misura in termini di risultati, non di partecipazione. Il soggetto che emerge da questa logica non è il cittadino democratico, ma l’homo oeconomicus: un individuo imprenditoriale, chiamato a valorizzare il proprio capitale umano e adattarsi ai segnali del mercato. Come ha sostenuto Wendy Brown, questa figura è strutturalmente incompatibile con la cittadinanza democratica.
Il contributo di Arendt consente di cogliere il rischio esistenziale di questa trasformazione. Quando la libertà politica viene ridotta a gestione economica e a procedure amministrative, lo spazio pubblico si svuota. Anche laddove i cittadini sono formalmente coinvolti attraverso consultazioni o strumenti partecipativi, essi restano esclusi da un’azione politica significativa. Ne risulta una condizione paradossale: un’elevata regolamentazione accompagnata da una diffusa impotenza politica. È in questo contesto che il concetto arendtiano di estraneazione acquista centralità. L’estraneazione è una condizione di alienazione dal mondo, che emerge quando gli individui non si riconoscono più come parte di una realtà politica condivisa.
Come scrive Arendt, il sé e il mondo, capacità di pensiero ed esperienza vengono persi simultaneamente. La governance neoliberale europea intensifica questa dinamica. Trasformando questioni politiche in problemi economici, essa erode lo spazio del dissenso, della pluralità e del giudizio collettivo. La burocrazia sostituisce la deliberazione, l’expertise prende il posto della responsabilità. Arendt definiva la burocrazia come “il dominio di nessuno”: una forma di potere impersonale, onnipresente e al tempo stesso inafferrabile. Molti processi decisionali dell’UE incarnano oggi questa logica, soprattutto nei momenti di gestione delle crisi. Dalla crisi dell’eurozona alla gestione della pandemia, l’Unione Europea ha progressivamente abbandonato una governance fondata sul diritto e sulla deliberazione a favore di una centrata sulla gestione miope dell’emergenza. La Banca Centrale Europea rappresenta emblematicamente questa trasformazione: un’istituzione indipendente e tecnocratica è diventata uno degli attori politici più potenti del continente. In questo assetto, la logica del mercato viene sistematicamente privilegiata rispetto ai bisogni dei cittadini.
L’architettura istituzionale dell’UE offre uno spazio limitato ad un’aperta contestazione politica, condizione essenziale per la legittimità democratica; trasformando la politica ad una forma di governo esercitata da esperti finanziari. Questa configurazione spiega l’evidente alternarsi in Europa di governance tecnocratica e rivolta populista. Quando la politica non è più vissuta come uno spazio di azione comune, i cittadini diventano vulnerabili a movimenti che promettono appartenenza, identità e significato. Arendt aveva già messo in guardia contro questo rischio: l’estraneazione è il terreno fertile dell’autoritarismo. Una comunità politica che si concepisce principalmente come un mercato, e i cittadini come capitale umano, produrrà inevitabilmente soggetti alienati e percepiti come superflui.
Se l’Unione Europea intende realmente difendere la democrazia, deve affrontare questa crisi alla radice. Ciò richiede una politicizzazione della vita europea: la ricostruzione di spazi in cui i cittadini possano apparire gli uni agli altri non come competitors o stakeholder, ma come attori politici liberi. Come ricordava Hannah Arendt, la raison d’être della politica è la libertà. Non la libertà ridotta a scelta di mercato, ma la libertà intesa come azione collettiva in un mondo condiviso. Senza recuperare questa dimensione, l’Europa rischia di confondere l’ordine amministrativo con la vitalità democratica, governando cittadini sempre più estraniati.
5 aprile 2026
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