Gabriel Marcel, insieme a Martin Heidegger e Karl Jaspers, rappresenta uno dei massimi esponenti della filosofia dell’esistenza, pur rifiutando l’etichetta di esistenzialista, proprio come i suddetti. Il filosofo francese può essere visto addirittura come il padre di questa Kierkegaard-renaissance che ha inciso profondamente nella situazione spirituale del primo Novecento.
Nel 1927, infatti, poco prima che Heidegger pubblicasse la sua prima grande opera rimasta incompiuta, Sein und Zeit, Gabriel Marcel pubblica Le jorunal metaphisique, il quale, proprio sulla scorta di Kierkegaard, ma anche di Nietzsche, già a partire dallo stile fa comprendere al lettore che si tratta di un nuovo approccio filosofico, dal momento che la forma in cui è accolto il concetto non è il trattato, ma il diario, il diario metafisico, ponendosi così nel solco degli antesignani del gergo esistenzialista: Pascal e Agostino. Quest’ultimo, come è noto, concepisce la filosofia non solo come sistema onnicomprensivo della realtà, ma, soprattutto, come confessione, cioè, platonicamente, come «dialogo dell’anima con se stessa».
Eppure, nonostante l’indubbio legame con questa imponente eredità filosofica, l’io tematizzato da Marcel designa un’esperienza auto-coscienziale diversa. L’ioità, in opposizione a certo cartesianesimo, non è Ego Cogito, sostanza pensante che pone di fronte a un essere reificato, oggettivato, un mondo ridotto a cosa, a problema, scomponibile, analizzabile, divisibile attraverso le categorie dell’intelletto. Questa scissione fra soggetto e oggetto, cui è riconducibile la filosofia moderna, nella sua pretesa di asservire a sé la natura, è un’opposizione ex post. Prima di essere un soggetto logico, puramente conoscitivo, l’essere dell’uomo è io esisto: il dato immediato dell’esperienza non la capacità astrattivo-rappresentativa dell’io penso, ma il venire all’essere, la Geworfenheit, l’essere gettati nell’esistere di heideggeriana memoria, questo ritrovarsi ad esistere che non trova spiegazione, restando appeso al senza perché. Il dato originario con il quale abbiamo a che fare non è l’oggetto, né, astrattamente, un vedere puramente coscienziale, ma l’esistere inteso come irriducibile patire del suo stare la mondo. Stare che, nel solco kierkegaardiano, si configura come movimento insieme centripeto e centrifugo: centripeto in quanto centrifugo e centrifugo in quanto centripeto. L’esistere è una tensione carnale, uno sporgere fuori dal nulla sentito nella propria indeducibile vissutezza, nel proprio essere affetti da se stessi. L’io concreto, non solo immaginato e pensato dalla fatica del concetto, è un emergere patico dall’anonimia del solo esserci, dall’imposizione e impostura del sociale, da ogni claustrofobica visione oggettivante della realtà umana. Si capisce bene come non sia possibile accedere all’esistere senza accedere, a un tempo, alla realtà del desiderio. Un desiderio che, anche quando si fa metafisico, resta carne: per questo Marcel, per descrivere il nesso ontologico fondamentale che lega indissolubilmente ogni esistenza singolare al mistero dell’essere adopera il termine partecipation. Non si tratta, infatti, di una vaga e indefinita relazione all’essere, ma di un prendere parte, di un coinvolgimento carnale, di un sentire l’essere, di essere parte e parto del mistero che ci avvolge.
Marcel introduce una coppia, un binomio concettuale-esistenziale fondamentale: la distinzione tra problema e mistero. L’essere non è un problema, non può essere trattato alla stregua di un rompicapo matematico: lo scienziato può conoscere la natura proprio perché la natura si presenta sottoforma di problema matematico, di ente attraversato da leggi traducibili numericamente. Ma nei confronti dell’essere è possibile assumere lo stesso atteggiamento speculativo? L’essere non è di fronte a noi come Gegenstand, come oggetto. L’essere avvolge tanto la res cogitans, lo sguardo che tenta di raccogliere nella sua tela conoscitiva l’essere del mondo, quanto il mondo stesso e i suoi «diecimila esseri», per citare il Tao tê ching. L’essere è lo sfondo inoggettivabile che abbracia, compenetra, comprende, sia il soggetto che l’oggetto. L’essere non è problema: l’essere è mistero ontologico. Le categorie del nostro pensiero, siano intese alla maniera di Kant o di Aristotele, non possono afferrare l’essere del pensiero perché anche le categorie sono parte dell’essere. Le categorie di sostanza e causa, le categorie fondamentali del pensiero metafisico occidentale, come ogni ente, si ritrovano ad esistere, a sporgere dal nulla, differenziandosi da esso. L’essere è il prius ontologico, lo spazio incommensurabile in cui e da cui emerge tutto. L’essere, come il bianco della pittura giapponese, è l’inapparente che consente ad ogni apparire, ad ogni figura, di venire alla presenza.

L’essere così inteso ci fa scivolare verso l’altra distinzione fondamentale del lessico marceliano: quella fra l’Avoir (Avere) e l’Ȇtre (Essere). L’atteggiamento oggettivante tipico delle scienze positive riducono l’essere, e l’uomo che pensa l’essere, a funzioni meccaniche, a cose di cui ci si può appropriare, che rientrano nel dominio dell’avere. Si accede, invece, alla modalità dell’essere mediante l’atto esistenziale e carnale della partecipazione, un atto nel quale il conoscere è, stando alla ricchezza semantica del francese un connaître ensemble, un nascere insieme alla cosa conosciuta, la quale in questo caso non è cosa, ma mistero. L’esistenza di colui che conosce è intimamente coinvolta: conoscere esistenzialmente significa partecipare all’essere che si vuole conoscere. La conoscenza esistenziale trascende quella rappresentazionale perché l’essere non è distaccato, reciso dal mio corpo concreto, ma è ciò che sono e, in altra misura, non sono. L’essere è così identico a me da essere altro da me. In questo senso, Marcel intende la conoscenza come amore e la conoscenza senza amore come un mero calcolo (Panikkar), una conoscenza algoritmica. Nel tempo della tecnicizzazione integrale dell’esistere il filosofo francese ci invita a pensare altrimenti il nostro stare al mondo, a risvegliare il nostro senso metafisico assopito e stordito dai sensori, dagli schermi, dall’impersonalità di un’intelligenza senza carne, artefatta, mimetica, fantasmatica.
L’opposizione complementare tra Avoir ed Ȇtre (sulla quale insiste anche Erich Fromm, il quale, proprio sulla scorta di Marcel, presenta avere ed essere come due modalità esistenziali inscindibili l’una dall’altra) contiene l’opposizione, anch’essa complementare, di derivazione fenomenologica, fra corpo e carne. Un’opposizione non-duale che ci aiuta a fronteggiare il materialismo onnipervasivo del nostro evo. Marcel, ancora prima di Deleuze, ancor prima di Michel Henry che tenta di fondare la sua fenomenologia materiale sulla radicalizzazione della distinzione husserliana fra Körper e Leib, ci dice che il grande rimosso della storia del pensiero e, di riflesso, della nostra epoca, è il corpo. La tesi marceliana è molto interessante e interroga la nostra epoca, la quale, superficialmente, vive in un’esaltazione spropositata del corpo. Ma, in realtà, questa idolatria del corpo non si concentra sulla sua realtà effettiva, ma sul corpo immaginale, sulla sua rappresentazione digitalizzata, esangue, spettrale. Il mondo reso faccia-libro, risucchiato nella documentazione ossessiva e nichilistica della realtà di Instagram, sono l’estremo portato dell’assolutizzazione dell’avere, il risultato ultimo di quel processo di oggettivazione totale dell’esistere. Marcel ci pone in guardia e ci induce a diffidare del mondo desacralizzato della tecnica, di questa prigione senza sbarre, ma fatta di riquadri, di cornici ammiccanti, di esistenze contenute e costrette nello spazio soffocante di un post. Il filosofo ci ricorda una verità obnubilata, al quale rappresenta l’immediato che non può essere mediato da alcun concetto o simbolo: io non ho un corpo, io sono un corpo. Io non ho un sentire, io sono un sentire. Io non ho un desiderio, ma sono, interamente, carnalmente, il mio singolare, irripetibile desiderare, il mio essere-innamorato, il mio essere-amore. Il rapporto di me con me, della mia carne con se stessa è un rapporto di partecipazione esistenziale. Prima ancora di essere un soggetto logico, un’io penso, una sostanza che penda, io sono il mio corpo. Tra il mio corpo e me si instaura una relazione a-duale: il corpo non è davanti a me, come un oggetto. Il corpo è il mio essere, l’essere che sento, patisco, vivo, che sono. E, tuttavia, io non posso identificarmi interamente col corpo, dal momento che l’identificazione presuppone una frattura, una distanza, uno iato dal colmare attraverso un moto che deve poter giungere all’identità. Tra la carne, intesa come l’intensità energica, animata, incommensurabile del mio corpo e me non si dà né separazione né fusione, né dualità né reductio ad unum, totale dissolvimento dell’identità personale nei meccanismi impersonali del mio essere-biologico. Tra me e il mio corpo non si verifica, dunque, né differenza né identità, ma partecipazione. E questa partecipazione non è un aspetto della carne: è, in senso forte, la carne. Il mio essere incarnato consiste in questo patito partecipare al mio essere affetto dalla mia stessa capacità di affezione. Gabriel Marcel, radicalizzando l’assunto husserliano, insistendo sulla differenza fra corpo reificato (il corpo del malato, ad esempio, è il corpo impersonale reso funzione) e carne viva, si posizione nello stesso orizzonte speculativo ed esistenziale della meditazione. Nella meditazione, infatti, il centro nevralgico è la consapevolezza, la centratura del proprio corpo. La meditazione è, per utilizzare una formula, la carne consapevole o l’intelligenza, la grande intelligenza della carne. L’immersione nella coscienza, nella profondità del sé, in quello che gli indiani chiamano terzo occhio, presuppone un nuovo modo di vivere la carne.
La filosofia della carne di Marcel, unendo la fenomenologia husserliana alla filosofia dell’esistenza, l’empirismo all’ontologia, affronta l’hard problem del rapporto fra mente-corpo da un’altra angolazione filosofico-esistenziale. Una prospettiva, quella marceliana, che, anticipando per certi versi gli esiti della neurofenomenologia di Varela, ci invita a riscoprire la nostra natura essenziale nell’atto di esistere, nell’atto con la quale la carne partecipa praticamente al mistero di sé e del mondo.
1 aprile 2026
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