Democrazia sacrificale: l'antitesi morale del progresso

 

Il governo della macchina è ormai realtà. In una corsa verso la modernizzazione dove la scelta tra libertà e ricchezza appare imprescindibile, il confine tra pace e guerra si fa più sottile, aprendo a nuove forme di violenza. Il progetto onirico di Próspera si offre come dimostrazione tangibile di tale deriva.

 

 

di Camilla Masi

 

 

Una remota isola dell’America centrale sta rendendo il mondo testimone di un nuovo modello di civiltà al limite dell’utopia, capace di ribaltare i tradizionali ideali di Stato e sovranità. Si tratta del caso di Próspera, una città-impresa fondata dal venezuelano Erick Brimen e dal guatemalteco Gabriel Delgado Ayau. 

I due imprenditori, grazie al supporto di investimenti da parte di miliardari e dal famoso hub tecnologico della Silicon Valley, sono riusciti a fondare sull’isola di Roatán, in Honduras, un’enclave aziendale alimentata da ideologie libertarie.

 

Le fondamenta della charter city affondano le proprie radici in una fede indiscussa nella libertà individuale, esercitabile dall’individuo in ogni sfera della vita, dagli affari privati a quelli economico-sociali, nei confronti dei quali l’unico compito dello Stato è la propria minimizzazione. Tra spiagge caraibiche e palme, si attua un progetto di riduzione del potere statale, considerato un ostacolo allo sviluppo economico.

 

È lontano dalla stretta regolamentazione delle civiltà democratiche che grandi innovazioni nel campo digitale e biotecnologico possono essere concretizzate, realizzando il sogno di magnati del tech e crypto-miliardari. Questi utopisti del libero mercato hanno la possibilità di operare secondo un sistema di regole autonomo, indipendente dalle leggi e dall’amministrazione che normalmente caratterizzano il tessuto giuridico tipico degli ordinamenti democratici, fondati sui pilastri dello Stato di diritto. I principi che tale moralità politica porta con sé, come la generalità e la pubblicità delle leggi, nonché la presunzione d’innocenza quale cardine del diritto, si contraggono fino ad azzerarsi, per lasciare il posto ad un governo pro-innovazione. 

 

Lo scenario appena descritto, pur essendo relegato ad una marginalità apparentemente irraggiungibile, ha silenziosamente fatto il suo ingresso nell’architettura sociale nella quale si è immersi, portando l’individuo contemporaneo a modificare la concezione stessa di sovranità.

 

La filosofia politica di Carl Schmitt risulta efficace per la comprensione dell’attuale orientamento. In un’epoca in cui il potere politico si scopre intrecciato a interessi privati, il nucleo del potere sovrano non risiede più in una prerogativa puramente statale, bensì nella capacità di imporsi come attori egemoni nel campo tecnologico. La natura intrinsecamente valoriale del provvedimento viene neutralizzata per trovare rifugio nelle infrastrutture dell’innovazione. La figura del tecnologo si eleva pertanto ad alleato decisionale, investito della facoltà di esclusione in nome di una missione securitaria. Quest’ultima viene realizzata attraverso tecnologie pervasive di sorveglianza automatizzata, impercettibili nella loro assente presenza. L’implementazione di simili dispositivi costituisce quello che Schmitt descrive come il passaggio dall’unità politica all’unità poliziesca, reso necessario dall’imperativo di creazione e conservazione dell’omogeneità sociale, fondamentale per l'integrità statale.

 

In questa dimensione securitaria, la vigilanza algoritmica è giustificata dalla presunzione di colpevolezza del singolo, in un mondo globalizzato in cui la separazione dall’altro, dal nemico, non è più garantita da una frontiera materiale. L’algoritmo ha allora la responsabilità di restaurare il confine fisico che separa l’idoneo dal suo contrario, l’innocente dal criminale, dando vita a meccanismi di segregazione legittimati dall’oggettività del calcolo. La possibilità del nemico interno al perimetro del corpo sociale funge da fondamento razionale per l’abolizione dell’ordinamento giuridico liberale in quanto, come lo stesso Schmitt evidenzia, «quando è in pericolo l'esistere stesso della costituzione, questa dev'essere messa in salvo con una sua temporanea sospensione» (C. Schmitt, La dittatura). 

 

Nello scenario tecno-capitalista di Próspera, questa logica prende una piega privatistica: è al fine di garantire il profitto e la traduzione materiale di un’ideologia elitista che si impone una deregolamentazione radicale a favore degli interessi di tecno-oligarchi. Si instaura in tal modo un nuovo ordine nel quale, come afferma il filosofo Achille Mbembe,  «il capitale avoca a sé il diritto di vita e di morte sui propri sottoposti» (Nanorazzismo: il corpo notturno della democrazia), replicando le logiche della violenza coloniale la cui brutalità è automatizzata.

 

In un governo del terrore che mina la distinzione tra pace e guerra, è necessario ripensare lo statuto politico della tecnica, ipotizzando un futuro in cui essa non sia un destino da subire, ma un esito della sovranità popolare.

 

16 giugno 2026

 




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