Il mito della sicurezza

 

L’analisi del concetto di sicurezza deve necessariamente partire dal suo nucleo etimologico, poiché è proprio in esso che si annida una frattura decisiva rispetto agli usi moderni del termine. Securitas, nella lingua latina, indica uno stato di quiete dell’animo, una condizione di assenza di preoccupazione (cura), piuttosto che un sistema di protezione esterno.

 

di Mirko Nistoro

 

 

Come mostra Émile Benveniste, cura rinvia a una forma di coinvolgimento affettivo ed esistenziale, non semplicemente a un calcolo razionale del pericolo (cfr. Il vocabolario delle istituzioni indoeuropee). La sicurezza, in questa prospettiva originaria, non coincide con il controllo degli eventi, bensì con una disposizione interiore nei loro confronti. Essa non elimina il rischio, ma ne sospende la presa sull’animo. È precisamente questo significato che viene progressivamente eroso nella modernità, quando la sicurezza si oggettivizza, si istituzionalizza, si traduce in apparati, dispositivi, protocolli.

Questo slittamento semantico non è neutrale: trasformare la sicurezza in un obiettivo esterno e misurabile significa convertirla in una prestazione sempre insufficiente. La sicurezza diventa così un ideale asintotico: più la si persegue, più essa arretra. Come osserva Bauman, «la sicurezza è uno di quei beni che crescono solo in proporzione alla percezione della loro mancanza» (Paura liquida).

 

L’errore fondamentale del paradigma moderno consiste nel trattare l’insicurezza come un’anomalia correggibile. In realtà, l’insicurezza appartiene alla struttura ontologica dell’esistenza umana. L’uomo è un essere finito, esposto, vulnerabile, radicalmente privo di garanzie ultime. Questa condizione non è il risultato di un difetto storico o sociale, ma il presupposto stesso dell’esperienza.

Heidegger, in Essere e tempo, ha espresso tale condizione con il concetto di Geworfenheit: l’Esserci è sempre già gettato in un mondo che non ha scelto e che non controlla. L’insicurezza non è un accidente che sopraggiunge all’esistenza, ma la forma stessa della sua apertura. Kierkegaard intende ancora più radicalmente questa intuizione, collegandola direttamente alla libertà. L’angoscia non è paura di qualcosa di determinato, ma esperienza del possibile. «L’angoscia è la realtà della libertà come possibilità prima della possibilità» (S. Kierkegaard, Il concetto dell’angoscia); eliminare l’insicurezza significherebbe dunque eliminare la libertà, riducendo l’uomo a un essere puramente reattivo.

In questa linea si inserisce anche la riflessione di Helmuth Plessner sull’“eccentricità” dell’uomo: l’essere umano non coincide mai pienamente con se stesso, vive sempre in una distanza da sé che è insieme fonte di instabilità e di creatività (I gradi dell’organico e l’uomo). L’insicurezza è il prezzo di questa eccentricità.

 

È tuttavia in Nietzsche che la critica all’ideale di sicurezza assume la sua forma più radicale. Per Nietzsche, la sicurezza non è un valore neutro, ma un sintomo. Essa esprime la volontà di conservazione propria di una vita indebolita, incapace di sostenere il rischio del divenire: «La volontà di sicurezza è un segno di decadenza» (Frammenti postumi). La vita autentica, al contrario, è esposizione, sperimentazione, pericolo. L’invito nicciano a «vivere pericolosamente» (La gaia scienza, §283) non va inteso come esaltazione dell’imprudenza, ma come rifiuto di una vita ridotta a mera autoprotezione. Nietzsche coglie con straordinaria lucidità il paradosso securitario: chi cerca la sicurezza come fine supremo finisce per vivere nella paura permanente. La sicurezza diventa ossessione, e l’ossessione produce precisamente ciò che vorrebbe evitare. In questo senso, l’insicurezza non è l’opposto della sicurezza, ma il suo prodotto dialettico quando essa viene assolutizzata. La critica nicciana investe anche la dimensione morale e politica. I sistemi morali che promettono protezione, ordine e stabilità sono, per Nietzsche, dispositivi di addomesticamento. Essi mirano a ridurre l’imprevedibilità dell’uomo, neutralizzandone la potenza creativa: «L’uomo preferisce volere il nulla piuttosto che non volere» (Genealogia della morale).

 

Con la modernità, la sicurezza diventa il principio fondativo dell’ordine politico. In Hobbes, la paura della morte violenta giustifica la nascita dello Stato sovrano, la sicurezza precede ogni altro valore, inclusa la libertà (Leviatano). Tuttavia, come mostra la riflessione novecentesca, questo modello introduce una dinamica intrinsecamente instabile: la sicurezza promessa dallo Stato richiede una continua produzione di minacce. Carl Schmitt, in Teologia politica, ha colto il nesso tra sicurezza e decisione sovrana, mostrando come lo stato di eccezione diventi il luogo privilegiato della sovranità.

Foucault, infine, sviluppa questa intuizione mostrando come la sicurezza operi non attraverso la soppressione del pericolo, ma mediante la sua gestione: i dispositivi di sicurezza funzionano producendo normalità e devianza, rischio e protezione (Sicurezza, territorio, popolazione). Così, l’insicurezza non viene eliminata, ma resa funzionale al governo. Nel paradigma biopolitico, la sicurezza si concentra sulla vita biologica. Proteggere la vita diventa l’obiettivo supremo, ma a costo di ridurla a oggetto amministrabile.

Hannah Arendt in Vita activa ha mostrato come questa riduzione conduca alla perdita della dimensione politica propriamente detta, fondata su pluralità e azione. In questo modo, la paura diventa il principale strumento di legittimazione del potere.

Come osserva Bauman in Paura liquida, l’insicurezza non è più un evento eccezionale, ma una condizione permanente. Il potere non promette più la felicità, ma la sopravvivenza. Il carcere, la sorveglianza di massa, la sospensione dei diritti in nome dell’emergenza rappresentano le forme emblematiche di questo paradigma. Foucault ha mostrato come tali dispositivi producano soggettività disciplinate, ma anche nuove forme di esclusione (Sorvegliare e punire). Roberto Esposito ha interpretato questa dinamica come effetto del paradigma immunitario: la vita viene protetta mediante una negazione parziale di sé (Immunitas). Ma un’eccessiva immunizzazione conduce alla necrosi del corpo sociale.

 

Il punto critico non è la sicurezza in quanto tale, ma la sua assolutizzazione. Sicurezza e insicurezza non sono poli antagonisti, bensì termini di una relazione costitutiva. Ogni tentativo di eliminare l’insicurezza produce nuove forme di vulnerabilità. Accettare l’insicurezza significa riconoscere il carattere tragico dell’esistenza. Come scrive Camus, «vivere è accettare di non risolvere» (Il mito di Sisifo). La maturità politica non consiste nel promettere sicurezza totale, ma nel creare condizioni di convivenza che non siano fondate sulla paura.

 

Il mito moderno della sicurezza assoluta rappresenta una delle principali aporie del pensiero politico contemporaneo. Inseguendo la sicurezza, la modernità ha prodotto insicurezza sistemica; cercando di eliminare il rischio, ha generato paura permanente; tentando di proteggere la vita, l’ha ridotta a sopravvivenza. L’insicurezza non è il nemico dell’uomo, ma la sua condizione. Solo riconoscendola come tale è possibile sottrarsi alla spirale del controllo e del terrore. Una politica autenticamente umana non elimina il rischio, ma lo assume. Come scrive Nietzsche, «ciò che è grande nell’uomo è che egli è un ponte» (Così parlò Zarathustra). E ogni ponte, per definizione, è sospeso sull’abisso.

 

5 maggio 2025