Esame di maturità e indirizzi pedagogici

 

Giovedì 18 giugno 2026 è andata in scena la prima prova scritta di italiano dell’esame di maturità. Le tracce proposte hanno subito fatto discutere e sollevato il dibattito tra i critici e i sostenitori delle proposte ministeriali. Tra confini e frontiere, fatiche e meriti e discorsi costituenti, l’articolo si domanda se la scelta di determinati autori e tematiche diventa uno strumento che orienta il discorso pubblico, plasmando attivamente l'immaginario collettivo secondo precise visioni del mondo.

 

 

Sono stati 527.747 gli studenti e le studentesse che la mattina del 18 giugno del 2026, tra le 8:30 e le 9:00, hanno affrontato la prima prova scritta d’italiano. Sette sono state le tracce proposte, comuni a tutta Italia e a tutti gli indirizzi di studio, divise in tre tipologie: due analisi del testo, uno poetico e l’altro in prosa, tre tracce di testo argomentativo e due temi di attualità.

 

Nell’immaginario popolare la prima prova rappresenta, per antonomasia, la prima tappa di conclusione di un lungo percorso durato cinque anni. Il toto-tracce, come mediaticamente viene nominato, è l’appuntamento fisso che ricorre durante il giorno e la notte prima degli esami, attraverso cui si tenta di pronosticare quali saranno le varie prove d’esame a cui verranno sottoposti i maturandi. Spesso le speculazioni e i pronostici, che circolano sui possibili temi d'esame, sono legati agli anniversari di qualche ricorrenza storica importante o ad anniversari di nascita o di morte di scrittori, poeti e letterati.

 

In particolare, per la trattazione che si vuole sviluppare, ci soffermeremo nell'analizzare tre tracce. In primo luogo, il testo argomentativo della traccia B1 dell’ambito storico-politico che si richiama a un estratto del discorso d’insediamento di Giuseppe Saragat da presidente dell’Assemblea Costituente, ad ottant’anni dal processo costituente che ha portato all’entrata in vigore della Costituzione e alla nascita della Repubblica. In secondo luogo, esamineremo la traccia B3 tratta dal saggio di Frank Füredi I confini contano. Perché l’umanità deve riscoprire l’arte di tracciare frontiere e, infine, la traccia C2 sull'attualità. Il brano, selezionato in quest’ultimo caso dalla commissione del Ministero dell’Istruzione e del Merito, ruota attorno al concetto di fatica ed è tratto dal libro, di Mario Calabresi, Alzarsi all’alba.

 

Discorsi costituenti

 

È sempre interessante analizzare le tracce selezionate dal Ministero, perché da queste possiamo cercare di comprendere quali sono gli indirizzi politici e ideologici che, i governi che siedono a Palazzo Chigi, vogliono imprimere alla scuola. D’altronde come ci insegnava Antonio Gramsci la cultura non è uno strumento neutro, ma all’opposto un mezzo attraverso cui costruire l’egemonia e cristallizzare determinate idee con le quali legittimare precise scelte politiche. Infatti, ogni scelta educativa e pedagogica è, allo stesso tempo, una scelta politica utile per comprendere quali immaginari vengono diffusi nella società. Il video diffuso online da Valditara, che esorta gli studenti e le studentesse a mostrare i propri talenti agli esami di maturità, così come gli auguri di Meloni che inneggia “alla disponibilità al sacrificio”, sono segnali della concezione disciplinante e apparentemente meritocratica che è stata lanciata fin dall’inizio dell’insediamento del governo targato “centro-destra”. Una scuola che esige disciplina, pone al centro l’autorità del magister, vieta l’educazione sessuo-affettiva, tacciandola come ideologia gender, e ricopre con la patina del merito i talenti delle studentesse e degli studenti, senza tener in considerazione quali siano le reali condizioni materiali di partenza di ciascuno.

 

Da questo punto di vista i testi che si sono scelti di discutere in questo breve scritto ci raccontano molto di come questo governo intenda la democrazia, il suo rapporto con le giovani generazioni e le diseguaglianze sociali ed economiche.

 

La cornice interpretativa per leggere qual è l’idea di democrazia e della partecipazione pubblica dei cittadini secondo questo governo traspare dalle parole pronunciate da Giuseppe Saragat nella seduta del 26 giugno 1946 presso la Camera dei Deputati.  

 

La scelta del MIM non è un caso: proprio il 2 giugno del 2026 abbiamo celebrato l’80esimo anniversario del referendum istituzionale del 1946, che ha chiamato tutti i cittadini italiani, donne comprese per la prima volta, a scegliere tra la Monarchia e la Repubblica. Ma è anche l’anniversario dell’insediamento dell’Assemblea Costituente, che ha dato vita alla nostra Costituzione, pilastro della Repubblica Italiana. La scelta del governo di inserire un brano relativo all’Assemblea Costituente, nonostante le forze in campo di allora condividessero il carattere apertamente antifascista, è un’operazione curiosa data l’indolenza dimostrata, in questi anni, nei confronti dei check and balances della Carta costituzionale. Oltre a questo aspetto ci sono alcuni punti particolarmente interessanti da analizzare nel discorso di Saragat. In primo luogo – nonostante la partecipazione democratica avesse fatto un grosso balzo in avanti, con la parità tra uomini e donne in termini di libertà politiche, e con l’ingresso di 21 donne nell’Assemblea Costituente – Saragat rivendica che: «la democrazia non è soltanto un rapporto fra maggioranza e minoranza, non è soltanto un armonico equilibrio di poteri sotto il presidio di quello sovrano della Nazione, ma è soprattutto un problema di rapporti fra uomo e uomo».

 

Non vi è necessariamente una contraddizione nelle parole di Saragat se considerate nel contesto linguistico e culturale del 1946, quando il termine “uomo” era comunemente impiegato come sinonimo di essere umano. Tuttavia, proprio questa apparente universalità rivela una tensione caratteristica della nascente democrazia repubblicana: mentre il suffragio universale aveva finalmente riconosciuto alle donne la piena cittadinanza politica, il linguaggio della politica continuava a rappresentare il soggetto democratico attraverso categorie prevalentemente maschili. La conquista dell'uguaglianza formale non coincideva ancora con una piena ridefinizione simbolica della cittadinanza. 

In quella concezione dei rapporti umani, apparentemente universale, si riflette però una precisa idea di società e di cittadinanza. 

 

La parità formale era stata raggiunta, ma nei fatti e, nella sostanzialità, le donne rimasero pressoché escluse da una reale partecipazione. Nonostante il voto alle donne rappresenti il grande cambiamento dopo la fine del regime fascista, che diede una spinta progressiva alla società, e un volto nuovo alla democrazia italiana, queste furono mantenute ai margini della società in una posizione di subordinazione rispetto alla componente maschile che rivendicava il suo primato nei palazzi decisionali. Infatti, anche se fu decisivo il ruolo delle donne durante la Resistenza e, nel referendum istituzionale che diede vita alla Repubblica, continuiamo ad assistere, nel dopoguerra, a un ridimensionato del ruolo femminile orientato a ricondurre le donne entro schemi tradizionali, oscurando l’immagine di soggetti politicamente attivi e autonomi. Di certo l’uguaglianza sul piano politico ha rappresentato il traguardo di un processo di liberazione sociale e di rivendicazione storica, che ha segnato il superamento di quella rigidità sessuale che la società, prima liberale e poi fascista, aveva imposto attraverso ruoli ben definiti, relegando il genere femminile in una posizione di subordinazione “naturale” rispetto a quello maschile. Il voto alle donne è stato un punto di arrivo, ma soprattutto un punto di partenza. Ha ridefinito il perimetro della cittadinanza, ma non ne ha esaurito il senso di quel processo di soggettivazione politica. 

 

Ottant’anni dopo, la sfida è fare in modo che quella conquista continui a produrre effetti reali: nella distribuzione del potere, nelle opportunità, nella qualità stessa della democrazia e nel linguaggio attraverso cui vengono rappresentati i rapporti di genere, talvolta presentati come naturali anziché come costruzioni storiche e sociali. 

 

Infatti, la definizione di democrazia che dà Saragat, come un problema di “rapporti fra uomo e uomo”, non è solo un retaggio del linguaggio del tempo, ma riduce e depotenzia la specificità della conquista storica del suffragio femminile, lasciando l’impianto filosofico del discorso ancorato a una visione patriarcale di cittadinanza. La questione è lessicale, politica e simbolica perché riguarda il modo in cui una società immagina e rappresenta i soggetti della democrazia. Infatti, una democrazia è davvero tale solo quando non si limita a includere, ma mette tutti e tutte nelle condizioni di contare e di vivere in modo degno. 

 

Saragat fu un socialista convinto, ma non possiamo che evidenziare nelle sue parole una forte carica idealistica e sentimentale, che però sfocia nel fatalismo quando introduce la questione delle diseguaglianze nonostante si appelli alla giustizia sociale. È vero che l’Assemblea Costituente si presentava divisa su tante tematiche e Saragat doveva mediare tra democristiani, comunisti, socialisti e liberali, ma presentare le diseguaglianze e la miseria come una piaga del destino storico solleva dalle responsabilità politiche la classe dirigente liberale e quella fascista. In sostanza il testo, se letto in modo puramente testuale, finisce per depoliticizzare la questione sociale attraverso una retorica della pacificazione in cui la povertà viene presentata come una sventura collettiva piovuta dall’alto a causa della guerra, anziché come il risultato di precisi rapporti di forza economici che penalizzarono le classi lavoratrici. Nonostante nel testo si parli di un moto che spinge le classi diseredate a rivendicare i diritti, subito dopo il Presidente dell’Assemblea Costituente afferma che la gestione di questa spinta deve essere affidata alla “saggezza dei legislatori”. 

 

La visione paternalistica dello stato e delle istituzioni politiche che emerge dalle parole di Saragat lo porta a descrivere il rapporto tra cittadini e la Repubblica attraverso un’idea di sudditanza, che mal si concilia con l’articolo 1 della Costituzione Italiana, secondo cui la sovranità appartiene al popolo. Inoltre, nel testo la Repubblica viene personificata come un’entità benevola attraverso la metafora della maternità statale che ricalca l’organicismo politico classico, in cui le istituzioni hanno un primato etico e biologico sull’individuo e vengono presentate come entità astratte con qualità morali superiori. Infatti nel testo si nota questo uso massiccio di termini legati alla “Patria” e alla “Nazione” finalizzato a ribadire la retorica della conciliazione nazionale, ma che a lungo andare ha finito per anestetizzare il conflitto sociale. All’opposto una democrazia matura dovrebbe fondarsi sul controllo critico dal basso e sul dissenso esercitato dai cittadini, e non sulla richiesta della loro docilità o sul sentimento filiale verso le istituzioni, che evoca pericolosamente il paternalismo statalista di stampo autoritario. La democrazia non è solo una questione di doveri, ma soprattutto di diritti, pari possibilità e opportunità. Come non leggere in questa espressione conclusiva uno dei maggiori problemi della politica istituzionale italiana dei giorni nostri, che risiede nell’incapacità di incanalare le richieste dei cittadini e trasformarle in politiche sociali concrete e di aiuto nei confronti di chi ne ha più bisogno?

 

 

Meriti e fatiche

 

Rimanendo in tema di discorsi costituenti, l’articolo 3 della Costituzione – in cui si afferma che «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali, ed è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese» – ci offre un aggancio potente con gli altri due brani selezionati poiché pone nel concreto la discussione sul rapporto con le giovani generazioni e il problema relativo alle diseguaglianze socio-economiche. 

 

L’articolo 3 rompe con l’ideologia del merito, tanto cara al Ministro, poiché non fa dell’impegno e del sacrificio un discorso retorico, come se fosse una questione legata al destino o alla predestinazione individuale di stampo calvinista, ma afferma che la possibilità di realizzarsi passa dalla responsabilità politica dei pubblici poteri che hanno il compito specifico di garantire pari possibilità e opportunità di vita a tutti e a tutte

 

Nonostante l’80esimo anniversario dell’Assemblea Costituente, la Costituzione della Repubblica Italiana viene spesso dimenticata dai nostri politici e la giustizia sociale, come il principio di uguaglianza, vengono relegate a questioni secondarie. Infatti nelle altre due tracce selezionate emergono nette le questioni delle diseguaglianze socio economiche, del rapporto tra generazioni e del confine sempre più sfumato tra adolescenza e età adulta. Per discutere su questo tema il Ministero ha scelto un brano di Frank Füredi, autore di I confini contano. Perché l’umanità deve riscoprire l’arte di tracciare frontiere, e un brano tratto dal libro di Mario Calabresi Alzarsi all’alba

 

Come analizzeremo nel testo dell’adultescenza di Füredi, anche in quello di Mario Calabresi non possiamo non notare un incitamento alla fatica e a una narrazione del farcela da soli. Il problema è che le condizioni sociali ed economiche sono sempre più determinanti nelle scelte e negli esiti della propria vita e, se non le consideriamo, si rischia di assumere la povertà come una colpa individuale e come dovuta allo scarso impegno e sacrificio. Esaltare la fatica come motore di successo può trascurare chi affronta ostacoli sistemici e disuguaglianze economiche, rischiando di promuovere una retorica che colpevolizza chi non emerge pur lavorando duramente. Potremmo grossomodo individuare tre questioni problematiche nel testo di Calabresi scelto dal Ministero. In primo luogo sostenere che l'impegno sia sufficiente a garantire il successo ignora le disparità di partenza. Non tutti gli individui beneficiano delle stesse opportunità di istruzione, reti di contatti o sicurezza economica. In secondo luogo, il discorso rischia di astrarre il concetto di fatica dalle condizioni materiali. Il lavoro e lo sforzo non producono sempre gli stessi risultati; in molti contesti, il sovraccarico lavorativo non porta a un miglioramento sociale, ma a sfruttamento o precarietà. Infine, concentrarsi esclusivamente sul valore del sacrificio e sulla performance può ridurre l'individuo al suo solo rendimento economico. Tale visione rischia di sminuire il benessere psicofisico e il valore umano al di fuori della capacità di produrre o eccellere. L’analisi del testo di Mario Calabresi funge da apripista al terzo e ultimo testo a cui ci siamo richiamati nell’introduzione di tale scritto: quello di Frank Füredi.

 

Confini e frontiere

 

« La creazione di concetti fa appello di per sé a una forma futura, invoca una nuova terra e un popolo che non esiste ancora (...). Il divenire è il concetto stesso. » (G. Deleuze e F. Guattari, Che cos’è la filosofia?)

 

Füredi è professore di sociologia all’Università del Kent, nel Regno Unito. Negli anni ha pubblicato numerosi libri tradotti in tutto il mondo, affrontando temi che spaziano dalla crisi dell’autorità genitoriale al declino della vita intellettuale nelle università. Dal 2021 dirige il centro di Bruxelles del Mathias Corvinus Collegium, think tank finanziato da istituzioni vicine al governo di Viktor Orbán. I suoi studi si sono concentrati sulla sociologia della conoscenza e dell’educazione, sul ruolo della paura e dell’incertezza, nonché sulle guerre culturali nelle società occidentali. Il sociologo ha pubblicato un saggio nel 2021 sull’importanza dei confini in cui viene valorizzato il concetto di frontiera e da cui il Ministero ha attinto per estrapolare la traccia per l’esame di maturità. La sua filosofia sui confini non è geografica in senso stretto, nonostante la traccia sembri essere un invito a nozze, quanto mai attuale, nei confronti di chi scende in piazza per la remigrazione e di chi esalta i metodi di espulsione dell’ICE trumpiana. Secondo il sociologo l'abbattimento indiscriminato di ogni limite – morale, culturale, generazionale – non produce libertà, ma disorientamento. Senza confini l'individuo perde le coordinate per stare nel mondo. Questa è una tesi che nel dibattito europeo viene spesso associata all'area conservatrice e sovranista, che disprezzando la globalizzazione culturale propone un ritorno a un passato mitico fatto di chiusure identitarie per ristabilire quell’ordine sociale, che a loro dire, è andato smarrendosi. 

 

Füredi nel suo libro, I confini contano. Perché l'umanità deve riscoprire l'arte di tracciare frontiere, afferma che:

 

« I confini non sono semplici barriere fisiche, ma dispositivi spaziali che incarnano valori morali capaci di fornire significato all'esperienza umana. Senza di essi, la democrazia perde il suo demos (ovvero il popolo e il corpo elettorale di riferimento), riducendo la sovranità dei cittadini a una formula vuota. »

 

Secondo Füredi, se si abbattono tutti i confini, il voto dei cittadini non ha più alcun valore reale perché non definisce più uno Stato sovrano. Di conseguenza, l'esercizio democratico si trasforma, appunto, in una farsa istituzionale. Il sociologo, che è stato letto da milioni di giovani italiani all’esame di maturità, presentato dai giornali come una firma seria, è in realtà un ideologo che esporta in giro per l’Europa la visione di Orban. Orban che in Ungheria ha azzerato la libertà di stampa, ha smontato i diritti delle donne e delle persone LGBTQIA+. Secondo Füredi è proprio in tal senso che l’umanità deve riscoprire l’arte di tracciare confini al fine di escludere sistematicamente chi viene considerato diverso, straniero, anormale; così da tracciare confini tra adulti e adolescenti, uomini e donne, tra cittadini e stranieri. Füredi questa mattina ha rappresentato il catechismo del sovranismo impacchettato in un temino di sociologia. E meno male che bisognava togliere l’ideologia dalle scuole. 

 

La seconda questione da sottolineare nel brano di Füredi, estrapolato dal saggio, è il concetto di adultescenza. Nel testo proposto alla Maturità, Füredi si concentra sui confini tra le generazioni introducendo il tema degli “adultescenti”, come definisce i trentenni che, «rifiutando di sistemarsi e di assumersi impegni, vorrebbero piuttosto continuare a fare festa anche durante la mezza età». Il sociologo riflette sul passaggio all’età adulta citando anche un articolo pubblicato sulla rivista statunitense The Atlantic, in cui l’autore si chiede cosa renda le persone mature in una società dove «il confine tra infanzia ed età adulta è più sfumato che mai». Da qui la tesi di Füredi: «La puerilità è idealizzata per la banalissima ragione che molte persone si sgomentano al pensiero di vivere l’alternativa: maturità, responsabilità e impegno incontrano solo una debole convalida da parte della cultura contemporanea». Il concetto di adultescenza è un concetto ampio e complicato che discutono molti autori, ma che lui declina nella maniera più reazionaria possibile. Infatti secondo Füredi l’adultescenza sarebbe quella tendenza tipica delle ultime generazioni a permanere in una sorta di limbo e di prolungamento della fase giovanile. Le giovani generazioni, perennemente indecise, incapaci di prendersi responsabilità e di costruirsi un futuro, sarebbero il simbolo della decadenza della nostra civiltà. La sua posizione è estremamente problematica perché non cala questo discorso nella realtà vissuta, ma anzi la estrae dalla storia responsabilizzando l’individuo, unico colpevole del suo destino, e deresponsabilizzando i pubblici poteri. Füredi infatti non considera la nostra realtà fatta di insicurezza, instabilità e precarietà lavorativa per la quale è assai complicato fare quel passaggio all’età adulta senza le possibilità socioeconomiche di partenza. 

 

Scontri generazionali

 

La Maturità è da sempre lo specchio di come il mondo degli adulti guarda i giovani. La scelta di Füredi ci regala una fotografia nitida quanto amara di questo sguardo colpevolizzante. Puntare il dito contro una presunta incapacità delle nuove generazioni di crescere e di recidere quel cordone ombelicale, che protegge dai rischi del mondo reale, ci offre un assist. Sembra che la critica nei confronti di queste nuove generazioni risuoni anche come un attacco ai cosiddetti italiani di “seconda generazione” o “italiani senza cittadinanza”, che avrebbero avuto la colpa di pretendere gli stessi diritti di chi è considerato italiano per diritto di sangue. In questo discorso dai contorni xenofobi e razzisti, e con l’obiettivo di ripristinare quei valori tradizionali che sono andati smarriti a causa di un presunto caos culturale e identitario, le destre europee si presentano come paladine della lotta culturale. Inoltre c’è un paradosso tutto italiano nel chiedere conto della propria “adultità” a una generazione a cui lo stato nega strumenti minimi per potersi emancipare, mentre definanzia i servizi pubblici e finanzia l’apparato bellico.

 

Diventare adulti non è solo un processo psicologico: richiede autonomia e l’autonomia si fonda sulle possibilità socio economiche e sulle opportunità che lo stato garantisce a ciascuno secondo i suoi bisogni. Accusare i ragazzi e le ragazze di essere remissivi e di non agire preferendo l’immobilità, mentre si convalida un sistema che offre solo contratti a chiamata, tirocini gratuiti e incertezza strutturale significa colpevolizzare la persona e considerare il problema non come una questione sistematica, ma come il risultato unico di scelte individuali. I confini contano. Ma contano soprattutto i mezzi che le istituzioni mettono a disposizione per attraversarli.

 

22 giugno 2026