Le nuove Indicazioni nazionali per la filosofia hanno suscitato accese polemiche: professori universitari e influencer sono scesi nell’arena. Tra presunte gravi omissioni, liste di filosofi e condanne dell’approccio tematico, i reali nodi di criticità non sono stati toccati. Per ripensare l’insegnamento della filosofia è dal basso che bisogna partire: da chi entra in classe e fronteggia quotidianamente le sfide di una scuola ormai ridotta a un vuoto selfish system.
La pubblicazione delle nuove Indicazioni nazionali ha suscitato, come prevedibile, polemiche e polarizzazioni, mettendo in moto la macchina della viralità. Gli algoritmi sono andati a pieno regime e un po’ tutti, in primis i divulgatori influencer (docenti e non), hanno cavalcato l’onda. Nulla di nuovo sotto il sole. Nell’era della società dello spettacolo, qualsiasi notizia o evento di una certa rilevanza è inghiottito nel tritacarne dei social media. Il problema è che, ancora una volta, le questioni più importanti diventano invisibili: vengono omesse, se non ignorate.
Per la filosofia la diatriba si è concentrata su un elenco di filosofi proposti dal Ministero a titolo di “esempio”. “Mancano Marx e Spinoza!” tuonano i grandi professori universitari, che non hanno mai messo piede in un liceo. “Hanno introdotto l’approccio tematico! Anatema! La filosofia ridotta a nozioni!” sentenziano ancora gli stessi, che dell’erudizione sterile hanno fatto il loro pane quotidiano. Segue poi la cordata rumorosa dei filosofi influencer, per i quali non importa cosa abbiano capito delle Indicazioni o quanta esperienza abbiano dell’insegnamento scolastico: l’unica priorità è produrre contenuti con le paroline chiave giuste per far “girare” reel e post, alimentando visualizzazioni e like.
Se si legge con calma il testo ministeriale, si nota certo una serie di carenze. Tuttavia il punto non è l’elenco di “esempio” – ribadisco il termine riportato nelle Indicazioni – né l’approccio tematico.
Partiamo da queste due presunte criticità per poi passare ad aspetti più importanti.
Non sono stati citati Marx e Spinoza, ma, se per questo, non compaiono neanche Diogene il Cinico, Montaigne o La Rochefoucauld. La lista non è prescrittiva né così indicativa, perché è un “esempio”. Un semplice esempio, che senza dubbio la dice lunga sul modo di pensare di chi lo propone. Eppure resta un esempio, nulla di più. Che un docente si soffermi al terzo anno più sui socratici minori e meno su Platone e Aristotele non verrà per questo licenziato. Che un docente dedichi più tempo a Marx e a Gramsci che a Croce e Gentile non verrà mandato al confino o a Ventotene.
E poi chi vive la scuola dall’interno e non passa le sue giornate sui social o ai teatri pontificando sull’educazione, chi è in trincea, in prima linea, sa bene che portare avanti la programmazione disciplinare è un’impresa ardua. Il progettificio, la burocrazia, l’extracurricolare, la fuffa invadono ed esautorano la didattica. Insegnare è difficile, in primis perché le occasioni si riducono drammaticamente: fare lezione sta diventando più l’eccezione che la regola. Eventi di vario genere, attività inutili di ogni tipo irrompono con prepotenza nel curricolare, sottraendo continuità alla didattica. Il Ministero fa un elenco, i professoroni universitari ne fanno un altro. La vera domanda è: quante ore di lezione un docente di filosofia svolge di fatto in un anno scolastico? Ipazia sì Ipazia no, Marx sì Marx no, Spinoza sì Spinoza no… per chi insegna è già un successo riuscire a portare a termine un decimo di un qualsiasi fantomatico “indice aureo” che si dovrebbe seguire.
Passiamo all’altro punto su cui vi è la levata di scudi: l’approccio tematico, definito come «una pseudo-metodologia di importazione del tutto estranea alla nostra tradizione nazionale e funzionale unicamente a obliterare la storia e neutralizzare la profondità critica della filosofia».
Dove sarebbe, oggi, la “storia” della filosofia nelle nostre scuole e nei nostri manuali? Gli stessi manuali che per anni hanno firmato professori universitari, prima di essere sopravanzati dai filosofi influencer – i quali, a parità di scadente manualistica, garantiscono maggiori introiti alle case editrici grazie alle loro community.
A scuola si segue al massimo un puro approccio cronologico, quello imperante nei manuali. L’insegnamento dei filosofi è slegato dal loro contesto socio-culturale e dal mondo della vita – per dirla con Husserl. Nei manuali scolastici il rigore storico non c’è, e gli insegnanti non hanno spesso il tempo né, talvolta, le competenze per mostrare agli alunni il terreno su cui sboccia un grande pensiero filosofico. Quando lo fanno, devono creare da sé il materiale didattico e studiare in maniera autonoma le strategie migliori per rendere accessibile la dimensione concreta da cui si sviluppa la ricerca filosofica. Pensare che l’approccio tematico svuoterebbe l’insegnamento liceale della filosofia della sua storicità è, a dir poco, una mistificazione della quotidianità scolastica. La “storia” della filosofia nella secondaria di secondo grado è morta da tempo, da molto tempo; ciò che rimane, ripeto, è una slabbrata cronologia, un susseguirsi di capitoletti. I docenti provano, disperatamente, tra un evento inutile e un altro, tra un orientamento e un progetto, tra un incontro di “esperti” e un altro, a salvare almeno qualche concetto chiave del pensiero di alcuni filosofi importanti.
Nell’attacco all’approccio tematico vi è mistificazione e, aggiungo, una buona dose di malafede. Dove sarebbe l’incompatibilità tra una filosofia per temi e il metodo storico? Non hanno mai sentito parlare, dalle vette della loro scienza, della storia delle idee? Data la riduzione drammatica del monte ore disciplinare – per i motivi che ho riportato e a cui se ne potrebbero aggiungere molti altri –, una filosofia per temi integrata con la riflessione storica – integrazione che, peraltro, le Indicazioni prevedono esplicitamente – non potrebbe essere una via per restituire un po’ di senso e coerenza a un insegnamento ormai difficile da esercitare? Cosa vi sarebbe di osceno nel proporre un percorso di filosofia antica intorno, ad esempio, al tema dell’amicizia, radicando sul piano storico-culturale le differenti posizioni espresse dai pensatori? Probabilmente sarebbe un’ottima strategia per ridare slancio a una disciplina che è diventata una cenerentola. Detto questo, non possiamo elogiare le Indicazioni nazionali come un testo di grande spessore, capace di avviare un effettivo rinnovamento dell’insegnamento della filosofia.
Al di là della prospettiva tematica – l’unica apertura interessante –, l’idea di fondo continua a essere che migliorare significhi “aggiungere”: l’IA, più filosofi del XX secolo, più filosofe, i temi.
Quello che invece manca e che, i tanti illustri critici poco sottolineano, è il riferimento alla vocazione originaria della filosofia, quella ben espressa da Pierre Hadot:
« la filosofia non consiste nell’insegnamento di una teoria astratta [...] ma in un’arte di vivere, in un atteggiamento concreto, in uno stile di vita determinato, che impegna tutta l’esistenza » (P. Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica)

Nell’insegnamento della filosofia è assente la verticalità, l’ascesi – nell’accezione etimologica della parola. Più che insegnare storia della filosofia, bisognerebbe “esercitarsi” con i filosofi a cambiare il proprio stile di vita, a convertire lo sguardo. È necessario introdurre nelle scuole ciò che da anni promuovono le pratiche filosofiche in Italia e all’estero: un filosofare aperto, dialogico, trasformativo, dove la complessità non consiste nell’insegnare tanti filosofi, ma nel fare in modo che gli studenti apprendano a filosofare. Con l’acuirsi del disagio giovanile, l’insegnamento della filosofia dovrebbe recuperare la dimensione della cura. Per “cura” si intende il riparare e il far fiorire, un’operazione trasversale che risveglia tutte le facoltà: sensibilità, immaginazione, intelletto. Certo, le pratiche filosofiche non possono essere riproposte tout court: vanno adattate al contesto e alle classi. Occorre però rivalutare la filosofia come “arte di vivere”.
Finito il liceo, non è così importante che i ragazzi abbiano studiato le venti pagine del manuale dedicate a Marx o le dieci a Spinoza. È ben più significativo che sappiano vedere in Marx, in Spinoza e in tanti altri filosofi dei compagni di vita, degli amici, degli strumenti per abitare il mondo in modo diverso. Per fare questo, per mettere al centro l’esercizio, è probabile che nel tempo esiguo assegnato alla filosofia nei licei molti filosofi non vengano nemmeno menzionati.
In compenso, i giovani potrebbero maturare alla fine del percorso scolastico un atteggiamento interrogativo che si alimenta da sé, una ricerca che non smette di porre domande, di confutare e di esaminare.
Si potrebbe lentamente superare l’avvilente situazione descritta da Peter Sloterdjik in Devi cambiare la tua vita:
« La scuola si è trasformata in un vuoto selfish system, che si orienta esclusivamente alle norme del proprio settore. Essa produce insegnanti che ormai rammentano solo insegnanti, materie di studio che ormai rammentano solo materie di studio, scolari che ormai rammentano solo scolari ».
In questa scuola le lezioni, come tutte le altre attività scolastiche, sono autoreferenziali. Continua Sloterdjik:
« Autoreferenziale è quella lezione che si svolge perché la natura del sistema implica la necessità di farla svolgere. Con la differenziazione del sistema scolastico si è affermata una condizione nella quale la scuola conosce una sola materia di studio, chiamata appunto "scuola". A questo fenomeno corrisponde l’unico obiettivo esterno della lezione: l’esame di maturità » (ivi).
Se ci sforziamo di recuperare la forza trasformativa del filosofare, potremmo invece riavvicinarci a quanto descritto da Platone nella VII Lettera:
« E a furia di strofinare gli uni contro gli altri ciascuno di questi gradi — nomi e definizioni, visioni e sensazioni — discussi con domande e risposte in discussioni benevole e senza invidia, riluce d’un tratto la comprensione (phrònesis) intorno a ciascun concetto e l’intelligenza (noûs), per chi si sforzi quanto più è possibile a capacità umana » (344b).
Non più una lezione autoreferenziale, una giostra di fantomatiche strategie innovative o di mera trasmissione di nozioni. Piuttosto, uno “strofinio”: un ragionare sulle parole, sui concetti, sulla nostra rappresentazione del mondo, sulla nostra maniera di condurci nell’esistenza. Potrebbe così finalmente scoccare la scintilla e, da lì, una fiamma che si nutre di se stessa (341d).
Per incamminarci su questa strada occorrerebbe Ripensare la scuola con la filosofia – rinvio, per chi volesse approfondire, al mio recente volume –, un ripensamento che non può venire dall’alto: dal Ministero o dai professori universitari, arroccati nei loro feudi. È dal basso che occorrerebbe partire: dai docenti che vivono la concreta realtà scolastica, che entrano nelle classi, che fronteggiano situazioni limite. Va detto che nessuno ha voglia di ascoltarli, perché in effetti la scuola interessa poco allo Stato. Non importa: i margini di libertà restano ampi. Nella nostra quotidianità si può cambiare il modo di insegnare, si può fare rete, si possono condividere esperienze. Non abbiamo bisogno di direttive dall’alto, dei consigli dei professori universitari o degli influencer di turno. Basta iniziare dalle nostre classi e provare, insieme ai nostri alunni e ai nostri colleghi, a cambiare il fare scuola. Sarebbe una rivoluzione silenziosa. L’unica rivoluzione che potrebbe davvero funzionare. Senza clamori, senza rumore, i docenti potrebbero dare una svolta alle derive della scuola di oggi. Perché la scuola, nonostante tutti i consigli, le Indicazioni e l’ottica aziendalista, è ancora un luogo di democrazia, dove il potere più grande è nelle mani dei docenti.
Per ridare serietà e rigore al tempo che passiamo con i ragazzi, per ridare dignità al nostro lavoro, per consegnare ai giovani strumenti concreti per affrontare le sfide della nostra epoca, noi docenti dobbiamo essere attori del cambiamento e non lasciarci imbonire dagli “apostoli dell’entusiasmo” – l’espressione è di Kierkegaard – o dai nostalgici del passato. È sul presente che dobbiamo ragionare: sul nostro presente, sulle comunità scolastiche in cui lavoriamo. E poi dobbiamo condividere ciò che facciamo, sfruttando quello che è forse l’unico vantaggio dei social: la possibilità di fare rete. Una rete che, in questo caso, non sarebbe al servizio dei like o dell’hype, ma volta a costruire un argine di senso all’implosione del mondo scolastico.
15 maggio 2026
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