Nell’ultimo weekend di luglio a Santa Maria di Leuca, si terrà l’edizione 2026 del Piccolo Festival di Filosofia diretto da Costantino Esposito, che avrà per tema «Libertà va cercando, ch'è sì cara». In quella circostanza, filosofi e studiosi si confronteranno in modo autentico e personale circa il senso e l’urgenza del tema della libertà in un momento di transizione cruciale, come quello che stiamo vivendo; un momento che vede l’intelligenza artificiale raggiungere e spesso superare l’essere umano per quanto riguarda la conoscenza, il ragionamento e il linguaggio. Eppure, rimane aperta la domanda circa il significato e il valore delle nostre vite, che sono possibili perché noi facciamo l’esperienza di un’esistenza libera e non di un succedersi analiticamente chiuso di passaggi necessari. Le riflessioni di uno dei protagonisti del Festival.
di Riccardo Manzotti
Mai così tanto, come nell’epoca dell’Intelligenza Artificiale, si sente la necessità di ritornare ai concetti alla radice dell’esistenza umana, in particolare libertà, potenza e valore. Ognuno di questi termini è caratterizzato dal fatto di non essere riducibile a pura conoscenza, di non essere esclusivamente un fatto formale, di non essere semplicemente la declinazione di un’intelligenza operativa in grado di manipolare la conoscenza per realizzare scopi e/o funzioni di costo. Proprio l’intelligenza artificiale, che è stata capace di separare chirurgicamente conoscenza e linguaggio da esistenza e significato, ci costringe a interrogarci nuovamente sul fondamento esistenziale del vivere. Su quell’orizzonte, mai completamente raggiunto, mai definito, mai chiuso, oltre il quale si trova il senso del nostro esistere.
Il punto cruciale è che l’esistenza rimanda sempre a qualche cosa che va oltre il contenuto di un sistema formale, quale può essere quello del linguaggio. Gli LLM e l’intelligenza artificiale si muovono all’interno di questo piano, che trova nel linguaggio il suo orizzonte compiuto. Al contrario, la nostra esistenza non è mai compiuta: è sempre nell’atto di compiersi, un atto che si apre a un orizzonte che, pur non essendo infinito, è comunque indefinito e quindi supera la propria finitezza nell’apertura, qualche cosa di incommensurabile.
Galileo Galilei, nel suo Contro al portar la toga del 1590, ci insegnava come risolvere dei problemi apparentemente insolubili, «andando pel contrario». Il senso del «contrario» non è ovviamente quello di agire o pensare in modo irrazionale, quanto quello di essere consapevoli che ciò che siamo non è mai definito ed, essendo incompleto, come causa non può essere completo negli effetti. La libertà non sta in una deviazione miracolosa tra una causa completa e il suo effetto presunto, o tra una premessa precisa e le sue conclusioni attese. La libertà sta nella incompiutezza della causa, che non è mai del tutto definita fino a che tutti i suoi effetti, che sono infiniti, non saranno compiuti, anzi, avvenuti.
Se vogliamo, ogni causa è ontologicamente non satura, e poiché le cause sono le cose che troviamo nel mondo, possiamo dire che la realtà tutta non è mai ontologicamente satura. È proprio questa apertura della realtà che ammette la potenza e quindi la libertà come fattore costitutivo del divenire. Nel nostro esistere, noi viviamo in prima persona questo processo di continua rimodellazione dell’esistenza.
Ecco la differenza fondamentale tra l’intelligenza artificiale e gli esseri umani: consiste nel fatto che la prima si muove all’interno del piano del contenuto e lo articola in tutte le sue illimitate possibilità, mentre noi, avendo, per così dire, il piede nell’esistenza, pur essendo finiti, siamo aperti a una realtà il cui numero di dimensioni non è mai completo. In questa apertura dell’esistenza umana, che è anche il fondamento della nostra libertà e il luogo dove il valore si trova e si accoglie, vi è ovviamente la differenza che Schopenhauer traccia tra genio e talento. Il genio, infatti, non è mai una questione di mera abilità, ma richiede sempre di aprirsi a qualcosa che fino a un attimo prima era completamente ignoto, anzi era impensabile. La libertà umana si incardina proprio su questa impensabilità del nostro esistere. Infatti, se il nostro esistere fosse pensabile, si dovrebbe muovere all’interno della forbice tra razionale e irrazionale, tra principio di ragione sufficiente e arbitrarietà.
La libertà, da questo punto di vista, è potenza. Laddove il potere si limita a scegliere un’opzione tra quelle possibili, la libertà è la potenza di creare il paesaggio di possibilità e quindi di aggiungere una dimensione che non era compresa e neppure comprensibile tra quelle esistenti.
E qui sta il segreto della libertà: la libertà non è possibile in un sistema chiuso, non importa quanto complesso, perché un sistema chiuso sarà comunque definito nei suoi termini e nelle sue possibilità di sviluppo futuro.

Per questo motivo, la ricerca del libero arbitrio all’interno di un sistema fisico, delimitato a priori, come il sistema nervoso o il cervello, è una ricerca destinata al fallimento. Non si troverà mai, infatti, all’interno di una catena chiusa, un elemento che si sottragga, scartando di lato rispetto alla ragione sufficiente degli elementi collegati e, così facendo, si faccia carico del miracolo del libero arbitrio. Non si è mai trovato e non c’è alcun motivo per sperare di trovare questo miracoloso elemento. È altrettanto ingenuo vaneggiare di proprietà emergenti o di causalità top down. A parte il fatto che di nessuna delle due c’è la minima evidenza empirica, è soprattutto antropocentrico pensare che proprio nel sistema fisico che supporta la nostra esistenza debba manifestarsi una proprietà speciale che non trova eguali nella natura. Le ricerche di neuroscienziati famosi come Benjamin Libet o di Patrick Haggard non hanno aggiunto niente alla nostra comprensione della dimensione esistenziale e della necessità ontologica della libertà. Il limite del loro approccio non sta nei loro esperimenti, ma nei presupposti da loro implicitamente accettati: come possono trovare le tracce di qualcosa che nel loro paradigma concettuale è impossibile? Il loro paradigma non è mai stato dimostrato. È stato soltanto assunto come cornice di lavoro da parte delle neuroscienze.
Non è questa la strada, e per trovare la libertà dobbiamo fare un esercizio di libertà epistemica, incoraggiandoci a guardare al problema in un’ottica diversa. Guardando se l’ostacolo non si trovi all’inizio, in qualche presupposto implicito dal quale noi siamo inconsapevolmente ma colpevolmente guidati.
Questo pregiudizio, cercare la libertà nel momento in cui si opera una scelta, è la riduzione dell’esistenza all’istante. Eppure niente, nelle nostre giornate, ci spinge a ridurci a questo atomo temporale che chiamiamo presente istantaneo, non diversamente da come niente ci impone di ridurci a quello spazio anatomicamente angusto che chiamiamo cervello. Il nostro esistere è esteso, ampio, nello spazio e nel tempo ed è indefinito. I bordi non sono mai netti e, in ogni momento non istantaneo dell’esistenza, tutta la nostra vita è compresente. Tutta la nostra esistenza è responsabile per la scelta come per la costituzione del nostro sé. Anzi, megaricamente, la scelta è proprio quell’effetto che perfeziona la causa. La scelta è faticosa perché, nella scelta, la nostra potenza non si limita a selezionare una possibilità, ma costituisce e porta ad essere quella causa che siamo noi. In ogni scelta libera noi portiamo ad esistere la cosa che siamo. Nella scelta libera noi creiamo, prima di tutto, colui che sceglie e lo facciamo attraverso la determinazione del suo agire.
La libertà è il venire a essere di una necessità nuova e, per questo, irriducibile alle sue precedenti. Libertà è sinonimo di novità ontologica, non di arbitrarietà. Libertà significa che l’universo si manifesta negli atti che lo costituiscono e che non sono riducibili analiticamente a un catalogo a priori di disposizioni già pronte. Noi non conosciamo il futuro, ma nemmeno il passato, perché passato e futuro si saturano simultaneamente in quell’atto che è il presente.
La libertà, quindi, è un fatto ontologico, prima che linguistico o cognitivo. Come diceva Sartre, «quando si delibera, i giochi sono già fatti». La libertà è l’esercizio della potenza e la potenza, a differenza del potere, non è muoversi in un paesaggio di possibilità, ma è la creazione di quello spazio. Per questo, non riguarda le scienze cognitive o la psicologia, ma l’ontologia della realtà. E questa è la differenza cruciale tra scelta e decisione. Laddove la seconda è un processo deliberativo, mai libero, riducibile all’applicazione operativa di una serie di regole, la prima è sempre precedente alla formulazione linguistica e razionale.
La libertà non va contro la ragione. La libertà non è un’eccezione. La libertà definisce le scelte e i valori che delineano una cornice all’interno della quale la razionalità può esercitare le sue regole. La libertà non è mai irrazionale. La libertà è affermativa di una possibilità nuova e incommensurabile, la cui esistenza fornisce alla razionalità un piano su cui agire. Laddove la razionalità è l’esercizio del potere che la forma ha sulla conoscenza, la libertà è potenza in atto, cioè esistenza.
24 luglio 2026
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