Una filosofia dell'Inquietudine

 

Fernando Pessoa è una delle figure capitali nel panorama letterario novecentesco. Il libro dell’inquietudine – Livro do Desassossego – è più di una semplice opera letteraria: disvela una profonda analisi filosofica che coincide con la frammentarietà dell’io. L’inquietudine è l’origine da cui il pensiero prende forma, e nel possesso del suo esercizio vitalizza radicalmente sé stessa. Il contributo propone un tentativo inedito: dare all’inquietudine una base filosofica su cui sviluppare un’analitica dell’esistenza nuova e consapevole.

 

di Simone Tinari

 

 

La questione dell’inquietudine

 

Il Libro dell’inquietudine pone al centro della riflessione un’analisi esistenziale pregna di dispersione identitaria. Porre l’inquietudine come problema filosofico significa richiamare alla coscienza l’abisso che separa l’uomo dalla realtà sensibile e metafisica. Possiamo dire che in principio è l’inquietudine: il fondamento entro il quale si sviluppa il materiale cui si produce esperienza.

 

L’inquietudine, lungi dall’essere una mera emozione, è qualcosa di eternamente inscritto nella contingenza. Si tratta di un incontro condensato tra l’io e il mistero, una fenomenologia che concerne esclusivamente l’essere umano, ovunque egli sia, in rapporto con sé stesso e con gli altri. Leggendo Pessoa si scopre presto che i dati dell’esperienza si mischiano alla percezione dell’Io, in questa individualità schiacciata costantemente dal tentativo astratto e frammentario della coscienza di collocarsi entro un ordine quotidiano e universale.

 

Bernardo Soares, il protagonista che porta le veci di Pessoa, è un implacabile osservatore della quotidianità. È chiaro che decifrarlo non è cosa semplice. Il raziocinio rappresenta un limite invalicabile, una cifra limite oltre cui si presenta l’assenza di comprensione. Il barocco in macabro dell’inquietudine è che non è possibile accostarlo al dolore, come pure all’angoscia. È un dato, una fatticità concreta ma allo stesso tempo intangibile, poiché situato in noi stessi e nel mondo. Un ente di ragione noumenico, sebbene le sue proprietà siano allo stesso tempo conoscibili e inconoscibili.

 

Nei Pensieri, Blaise Pascal annota ciò che di più manifesto descrive l’inquietudine pessoiana: «Inabissato nell’infinita immensità degli spazi che ignoro e che m’ignorano, io mi spavento»È la mancata concessione di conoscenza, laddove lo spirito incontra una resistenza indifferente a qualsiasi rivelazione scientifica, filosofica e religiosa.

 

L’inquietudine ci spinge a non aderire ad alcuna certezza, poiché esso è il nihil che si fa carne. Conseguentemente, l’inquietudine è il dubbio par excellence. Tuttavia, tale dubbio non rinchiude come una gabbia d’acciaio, poiché il nulla originario su cui poggia è assolutamente affermativo. Anzi, bisogna rivalutare l’inquietudine che propone Pessoa come un’idea che guida sotterraneamente tutta la storia dello scibile umano. Essa è così elastica da poter essere posta a confronto, senza mai coincidere, con tanti aspetti teoretici della produzione umanistica.

 

 

Angoscia o Noia?

 

Ci sembra adeguato chiarire che l’inquietudine non consiste strettamente nell’angoscia né nella noia. L’angoscia, introdotta da Kierkegaard, è il sentimento delle possibilità tout court: è la categoria ineludibile della finitezza umana poiché ciascuno di noi non può non scegliere. La scelta è una contingenza necessaria che getta l’uomo nella sua responsabilità non rimuovibile. Al netto delle infinite possibilità, la libertà è di per sé paralizzante. Si può scegliere qualcosa e successivamente pentirsene, in un limbo da cui è impossibile uscirne.

 

L’inquietudine, invece, non è vincolata dal principio di non contraddizione. Ciò che è, nello stesso istante, non è, e viceversa. Questo senz’altro è angosciante, ma mentre quest’ultima rivela il niente, l’inquietudine è il fondamento di questa negatività. La noia, d’altro canto, è l’indisposizione ad agire, l’assenza di stimoli che si ripercuote anche nelle attività considerate tuttavia monotone e “ripudiabili”. Con più accortezza, è preferibile accostare l’inquietudine al tedio, giacché esso è l’accentuazione più malinconica dell’ozio.

 

Pessoa descrive mirabilmente questa confusa sensazione:

 

« Il tedio… Pensare senza che si pensi, con la stanchezza di pensare; sentire senza che si senta, con l’angoscia del sentire; non volere senza che si voglia, con la nausea di non volere… È soltanto una parafrasi e una traslazione… È un isolamento di noi in noi stessi, ma un isolamento dove ciò che separa è estenuante quanto lo siamo noi: acqua sporca che circonda la nostra impossibilità di capire. Il tedio: soffrire senza sofferenza, volere senza volontà, pensare senza raziocinio… Forse è l’insoddisfazione dell’anima più profonda, perché non le abbiamo dato una fede. »

 

La tragica ironia della sorte è che in tal modo Pessoa rende manifesta la vanità di tutte le cose. Non v’è redenzione poiché la totalità del reale include ciò che supera la realtà stessa. L’inquietudine è l’iper-essente, è posto oltre ogni nostra facoltà intellettiva in quanto vi trascende. Conseguentemente, le categorie caduche del pensiero, come pure le asserzioni, quantunque doverose, riducono ciò che è incommensurabile per definizione.

 

L’unica via percorribile è l’esperienza vissuta tanto dal pensiero quanto dal singolo individuo. Parafrasando il teologo protestante Rudolf Otto, l’inquietudine è il numinoso che si comunica poiché l’emanazione si situa nella sua stessa natura. L’inquietudine è un trittico di mysterium, tremendum et fascinans. Mistero tremendo poiché totalmente altro, oltre la prospettiva soggettiva. Fascino in quanto nel tran tran quotidiano illumina coloro che appaiono ferventi della sua rivelazione.

 

La frammentarietà dell’Io

 

Pessoa, con una voce profetica e silenziosa a cui solo gli incompresi sanno dar forma, scrive che: «Noi non ci realizziamo mai. Siamo due abissi: un pozzo che fissa il cielo». Nell’opera pessoiana è tradizione l’uso degli eteronimi. Ne Il Libro dell’Inquietudine, Bernardo Soares è quella parte interiore in cui Pessoa non seppe completamente riconoscersi. È manifesto che egli fu inquieto, ma è evidente che non tutto il nostro abitacolo combacia con un’unica etichetta. Ciascuno coesiste in una molteplicità sconfinata di voci, pensieri e sentimenti che si smarriscono sotto la pura e semplice etichetta del nome.

 

Il nome resiste ma si offusca, laddove gli “io” reclamano la giusta legittimità di spazio che meritano. Così, Ricardo Reis, Bernardo Soares, Alberto Caeiro e Alvaro de Campos costituiscono un’unità indistinguibile, un’equazione perfetta i quali designano a loro volta una personalità unica e indefinibile. L’Io è unico, e in virtù di ciò esso non corrisponde ad alcun giudizio interpretativo. Il valore è irripetibile, così come la sua mesta collocazione sociale. I significati altrui schiacciano e pietrificano quella sterminata vastità di persone che, pur rispondendo alle direttive di un singolo corpo, esplicitano una pluralità di individui che si collocano nello stesso “vagabondaggio foglia”. 

 

L’io moderno è imprigionato da deliberazioni a lui estranee, costretto vieppiù a seguire pedissequamente le mode, i piaceri e i trend del momento. Le condizioni materiali, peraltro, gli distolgono lo sguardo dalla conquista dell’autenticità, in forza delle pressioni politiche ed economiche a cui non può esonerarsi. Il suo appello, oggigiorno, è privo di senso dal momento che non è più il protagonista della sua esistenza. Esonerato da sé stesso, è alienato a causa del nichilismo contemporaneo che imperversa incontrastato. È una finzione l’io? Come può essere creativo e libero se le catene sociali lo costringono a rinchiudersi nella propria cittadella interiore? In aggiunta, vorrebbero costruire una personalità fantoccia che è inverosimile alle profondità che ci riguardano. L’economia fa tutto fuorché perseguire il benessere individuale e collettivo, ragionando solitamente in termini di profitto e accumulazione. Ciò che è fine a sé stesso non è riconosciuto in un mondo che privilegia il raggiungimento di fini tecnici; vale a dire che quanto è di più essenziale dell’uomo (la libera affermazione di sé, il pensiero, l’amore…) è ormai una matassa aggrovigliata, un pretesto che inerisce maggiormente l’interesse dei pochi a discapito dei molti. Il diritto è esclusivo soltanto in alcune zone del mondo, e celermente tornano in auge i sovranismi che superbamente ridefiniscono dei valori impropri che riteniamo non appartengano all’essenza dell’uomo.

 

Pessoa ci guida, ci fa capire quanto il giudizio altrui pesi sulla nostra coscienza, quanto il riconoscimento che cerchiamo vanamente guidi oltre ogni appello personale. In accordo con Nietzsche, in un’epoca come questa dove i valori si svalutano, donde ogni risposta al perché è amara e invalicabile, l’inquietudine è il vessillo che ristabilisce un confine genuino tra il “noi” e l’”io”. Un confine che non è un muro, bensì un ponte che intensifica, che intesse continuamente relazioni e legami che scaturiscono dalla linfa vitale delle nostre infinite espressioni interiori. La condizione predominante del singolo nell’avvenire sembra così travagliata che il destino su cui crea sé stesso è privo di luce. Smarrito nell’Infinite Jest, vessato continuamente da tutto, Pessoa conclude in primo luogo che la maschera della quotidianità è una finzione, e l’utilizzo degli eteronimi è una consuetudine diretta: 

 

« Ho creato in me varie personalità. Creo costantemente personalità. Ogni mio sogno, appena lo comincio a sognare, è incarnato in un’altra persona che inizia a sognarlo, e non sono io. Per creare mi sono distrutto; mi sono così esteriorizzato dentro di me che dentro di me non esisto se non esteriormente. Sono la scena viva sulla quale passano svariati attori che recitano svariati drammi. » (Libro dell'Inquietudine)

 

Dunque, la finitezza costitutiva deve in qualche modo spogliarsi, sicché l’illusione di un presunto significato si scontra con i limiti della realtà metafisica e sociale. Pertanto: «Tutto è così superfluo! Noi e il mondo e il mistero di entrambi».

 

 

Il linguaggio come categoria ornamentale

 

A questo punto, qual è il ruolo del linguaggio? Il linguaggio e il pensiero, nel comune intento della relazione che li unisce, effettivamente sono caratteristiche che traggono senz’altro beneficio da tale abisso incolmabile. Esse, attraverso la filosofia, la letteratura e la poesia, si addentrano negli angoli più remoti e reconditi dell’essere. L’essere, in linea di massima, si manifesta in tutta la sua invisibile visibilità. Si cela e si disvela, in una tensione perenne tra il raggiungimento della verità e il desiderio di sottrarsi all’ignoranza, questa di per sé un fatto non accidentale ma ineluttabile. Ma il linguaggio come può descrivere la realtà se l’inquietudine la supera? A tal proposito, è lecito richiamare alla memoria due celebri proposizioni del Tractatus di Ludwig Wittgenstein. Da un lato, di fronte all’incommensurabile distanza che ci separa, bisogna affermare che i limiti del nostro linguaggio sono i limiti del nostro mondo. Le asserzioni non riusciranno, amaramente, nell’impresa di raffigurare con il principio di verificazione logica l’iper-essente. Secondo poi, è necessario concludere in maniera lapidaria che «Su ciò che non si sa si deve tacere.» 

Affermare la propria ignoranza non è saccenza, piuttosto è una forza vitale che ci spinge ad essere noi stessi. Al contrario, l’arguzia vanagloriosa del superbo lo fa diventare “meno che uomo”, in forza di una sterile assunzione di potenza. 

 

L’inquietudine e il limite

 

L’inquietudine è l’essere dell’ente: è la ratio entis perché essa è un fatto immediato ed evidente che non può essere negato. La contingenza costitutiva è una diretta conseguenza. Inquietudine e contingenza sono, nondimeno, due necessità incontrovertibili, così come il nostro mondo è permeato necessariamente di inquietudine e contingenza.

 

L’inquietudine individua il singolo, ma tale individuazione è manifestamente un limite che si articola nel divenire, nell’esperienza e nella potenza. Il divenire è scandito dall’inquietudine, inteso questo come un flusso eterogeneo e non semplicemente movimento. Il movimento implica un cambiamento dinamico; nella logica aristotelica parliamo di un passaggio dall’essere in potenza all’essere in atto. Orbene, il flusso eterogeneo è la caratteristica primaria del divenire in cui il soggetto si auto-crea nel processo. Questa è la possibilità più propria dell’essere umano, giacché egli esercita la propria potenza in direzioni differenti. Di fronte all’inquietudine, però, il soggetto si rende indisponibile alla propria attività creatrice. Negli interstizi dell’essere il soggetto è travolto da un sentimento di inquieta stasi: 

 

« Fuggire da tutto questo significherebbe dominarlo o ripudiarlo, e io non lo domino perché non lo travalico all’interno della realtà, e non lo ripudio perché, qualunque cosa sogni, rimango sempre dove sono. »

 

Dunque, il soggetto nell’inquietudine non si dà semplicemente un agire. Il soggetto è interno al processo, si costituisce in definitiva come prodotto, un effetto di rimbalzo inoppugnabile. Per questo, non sembrano esserci rapporti di causa ed effetto nel senso classico con cui intendiamo tale rapporto. Similmente, il dialogo tra l’io e il mondo è un tentativo in cui la potenza egotica si scontra con i limiti dell’esperienza. L’inquietudine identifica singolarmente, pur nella sua necessità universale, la natura degli individui. L’essenza degli uomini è indifferenziata nella prospettiva strutturale in cui emergono, eppure l’inquietudine non appiattisce le differenze. A tal proposito, l’inquietudine pessoiana è un limite differenziale concernente tutti gli aspetti elencati in precedenza: divenire, esperienza e potenza. Il limite differenziale è ciò che istituisce la pluralità degli enti (gli individui) in relazione tra loro e il mondo, il palcoscenico in cui non può esimersi di esistere. Si comprende che l’inquietudine è una possibilità autentica per cui ciascuno “è” e diventa ciò che è. 

 

Nell’Iliade Achille è l’eroe omerico che, in virtù della sua forza, può esercitare la propria potenza che pare invincibile. Il limite strutturale è il suo tallone, ciò che lo identifica più di tutti gli altri elementi che gli si possono addurre. Il soggetto finito si costituisce, allora, nel limite. Il soggetto-limite si manifesta nell’immanenza, in quanto l’autenticità dell’io è indistinguibile dal suo rapporto con il proprio limite.

 

Ricaviamo una preziosa opportunità dopo tutto: l’esperienza del limite segna dall’interno, non trascende perché è un’immanenza assoluta in cui il soggetto si esperisce acutamente nel divenire. Anziché essere immobile, esso si trasforma incessantemente attraverso ciò che accade. Per quanto possano essere funesti gli avvenimenti, l’inquietudine è una miniera indispensabile per conoscere sé stessi, disponendo tanto più del proprio destino quanto più esso appare come un tallone d’Achille assegnatogli da un limite beneficante e parimenti assurdo.

 

Come scrisse Nietzsche alla sorella Elizabeth, in data 11 giugno 1865:

 

« Qui si separano le vie degli uomini: vuoi raggiungere la pace del cuore e la serenità? Credi! Vuoi essere un discepolo della verità? Cerca! »

 

Questa splendida affermazione di Nietzsche rievoca latentemente la guida che ha da essere l’inquietudine per l’uomo. Non una mera scelta di stasi, neppure un placido contentarsi, quanto piuttosto un’assidua ricerca in fieri. A tal proposito, parafrasando Orazio, ergeremo un monumento più durevole del bronzo fintantoché saremo in grado di ascoltare l’inesprimibile bisogno che rappresenta l’inquietudine.

 

26 maggio 2026